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La Confidenza & L'Illusione: Intervista a Eduardo Manet

Scritto da Marco Vagnozzi, Valentina Pironi.

Un libro è un piccolo mondo. Riporta il passato al presente, e talvolta anticipa il futuro. Tra le righe ha tutti gli ingredienti giusti.
L’autore è spesso testimone involontario di una creazione, diviene lo strumento attraverso il quale al lettore arriva l’eco di un sogno, di una trama, di un viaggio attraverso l’avventura e il pensiero. La sua voce di carta è medicina per i giorni tossici di città o di sconforto, permette di aprire una finestra sul mondo senza muovere un muscolo.
Ogni riga lascia qualcosa, anche quando la densità del narrato svapora nei dialoghi o nelle immagini più consuete. Se poi di consuetudine non vi è traccia, la capacità di rapirci di un testo aumenta di pagina in pagina.

L’Amante Di Fidel Castro è un po’ così, e un po’ di più. Perché apre uno squarcio profondo su una vicenda a molti già nota, ma aggiungendo tratteggi e retroscena sconosciuti, con uno stile avvolgente. Accompagna nel mito con uno sguardo terreno, con l’occhio privilegiato di chi ha saputo conservare nella memoria l’epica umanissima di eroi e antieroi che hanno segnato la storia di Cuba.
E questo osservatore speciale si chiama Eduardo Manet.
Ambienta la sua opera nell’estate del 1998, in cui raccoglie la verità nascosta per anni da una distinta signora cubana, presunta compagna del comandante per un paio di notti al tempo dei barbudos. Vero o falso che sia, l’evento è un pretesto per riflettere sulle vicissitudini del proprio paese, sull’illusione e la speranza infranta di un popolo.

Abbiamo chiesto all’autore di focalizzare alcuni punti chiave del romanzo.


Ideale sarebbe partire dalla protagonista. Una figura estremamente tormentata, che porta con sé un carico di dolore indicibile. Quanto incidono sulla sua vita lo sgretolarsi della famiglia, la morte del padre, la madre che finisce i giorni in convento, Kurt che non accetta la sua malattia? E si può dire che da questo travaglio ne esca fortificata?

Per parlare di lei devo ricreare l’ambiente in cui ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza: Camagüey. È una città situata al centro dell’Isla Caiman, regione molto ricca prima della rivoluzione, molto coltivata, e la più “bianca” del Paese.
La protagonista ha un padre ricco, generoso, simpatico, un uomo liberale che ha combattuto contro il dittatore Machado e si è opposto invece a Batista. Sua madre è francese, di Bordeaux, colta, elegante. E poi c’è la nonna Eulalia, una donna dal carattere forte, anarchica nell’anima. La protagonista, che chiameremo semplicemente Lei, ha avuto una fanciullezza felice, ma avendo ereditato la generosità del padre e il coraggio della nonna, entra in politica. Nella Sierra Maestra incontra un uomo che ha il naso, la fronte e la barba degli eroi greci e romani (peraltro, il nome di Fidel durante la lotta contro Batista era Alessandro).
Questa ragazza di soli 17 anni, questa “vergine” in tutti i sensi, incontra l’unico amore della sua vita, che la tradisce come tradì la sua sposa, la sua amante preferita.
Persona di una grande integrità, molto intelligente, a sua volta con una carattere da eroina, Lei affronterà con coraggio tutti i problemi della vita. La fatalità le darà la forza di combattere fino alla fine dell’esistenza.


Uno dei temi che più colpiscono è l’amicizia tra la protagonista e Dolores (Lolita). La differenza di classe e le origini sembrano dividerle, tuttavia c’è qualcosa che le unisce, e che va al di là del concetto di “classe”, tant’è, quando si incontrano a Times Square, dopo vari anni, Lolita riconosce l’amica e non fa alcun rapporto su di lei. In un certo senso va contro il suo lavoro e la sua ideologia. L’unione, insomma, per quanto le strade si dividano, prevale. Lei cosa ne pensa?

Inizio col collocare Camagüey. Una delle sue particolarità è che le famiglie ricche trattavano bene gli schiavi. Spesso venivano liberati o adottati, specie se mostravano talenti.
Lei e Dolores erano cresciute come sorelle. Il padre di Lei sapeva perfettamente che quello di Lolita era membro del Partito Comunista, ma non si era posto il problema. C’è una differenza di temperamento e di carattere tra le due. La bionda bianca è dolce, la mulatta ha uno spirito da “ragazza di strada”. Ha letto i testi comunisti di suo padre e fa un gioco un po’ perverso: accusa Lei di essere la figlia del padrone per ottenere ciò che vuole.
Però Dolores la considera una sorella, la aiuta, la protegge nella Sierra. E quando Lei scopre il suo “stato”, è Dolores che la porta a casa di una persona che potrà aiutarla, Celia Sanchez, per cui ha sempre avuto una profonda ammirazione.
A Times Square, il passato diventa presente, e Dolores non fa nulla che possa pregiudicare la persona che ha sempre considerato come una sorella.


Nel romanzo viene realizzato un ritratto straordinario di Fidel Castro: valoroso comandante, passionale, istrionico, comunicatore, amante spregiudicato. Un’analisi quasi perfetta dell’ars politica del Líder Maximo.
E’ stato difficile, per Lei, realizzare questa descrizione? Ha analizzato discorsi pubblici ed espedienti retorici del Líder?

È importante ricordare che ho frequentato il primo anno di Diritto all’Università de L’Avana con Raul Castro. “Raulito” e io fondammo una rivista, Vanguardia, di cui lui era direttore, e Alfredo Guevara (niente a che vedere col Che) caporedattore, nonché futuro direttore dell’Istituto cubano del Cinema. Tomas “Titon” Gutierrez Alea, il regista di Fragole e Cioccolato era critico cinematografico, e io critico teatrale. Formavamo un gruppo che il destino unì per poi separare.
C’erano anche Guillermo Cabrera Infante, autore di Tre Tigri Tristi e Nestor Almendros, premio Oscar per la fotografia con un film di Terence Malik, famoso anche per La Scelta di Sophie e Kramer contro Kramer.
Un’americana scrisse una delle migliori biografie del Comandante, divisa in due parti e intitolata “Fidel e Castro”: Fidel, il giovane eroe, e Castro, il tiranno.
Lei, la mia protagonista, incontrò Fidel nella Sierra e lo amò, malgré tout, per la vita intera. In un’intervista ho detto che Parigi è il mio piacere, e Cuba il mio calvario. Vivo a Parigi dal 1968, ma la maggior parte dei miei romanzi si ispirano a Cuba. E quando firmo una dedica c’è sempre qualcuno che è appena tornato da Cuba o che sta per partirvi. Questo mi permette di stare sempre in contatto con l’isola.
Seguo i discorsi di Fidel, e ora le sue riflessioni sul Granma. Peccato non sia morto nel 2003, ora è un vecchio malato con esplosioni di rabbia. Per esempio, non può sopportare che il presidente degli Stati Uniti sia bello, giovane e nero. E’ una vera commedia dell’arte!


La cosa più interessante dell’opera è l’intreccio di vite, vicende, drammi personali. Ne emergono figure estremamente tribolate, quasi tutte direi. Non penso semplicemente alla protagonista, ma anche al padre, tanto triste da cadere nell’alcolismo; a Cécile, la Francesa, inquieta sino ai suoi ultimi giorni; a Kurt, che colpito dall’Alzheimer, decide di “raggiungere i genitori” morendo in barca come loro.
Allargando il discorso, non si potrebbe pensare a quanto, storicamente, siano inquiete anche le figure dei rivoluzionari? Penso a Che Guevara, certamente, ma anche allo stesso Fidel.

Credo non si possa paragonare la psicologia dei personaggi del romanzo con le personalità di Fidel o del Che. Se si studiano bene gli avvenimenti, si scopre che la madre di Lei ha trascorso una gran vita. Ricca borghese, sposa di un cubano milionario che la adora, con una figlia bella e intelligente. È la borghese che osserva il carattere “teatrale”, cioè menzognero, di Fidel.
Quando lo vede in TV non comprende l’entusiasmo di suo marito.
Decide poi di tornare in Francia e divorziare. Incontra un uomo esemplare, svedese, molto ricco - per lei questo è importante - che la adora. La dame cerca quindi di “salvare” sua figlia portandola a Boston. La signora resterà serena e felice fino alla fine; scoprirà una passione per Teresa de Avila (un po’ come me), e terminerà i suoi giorni in un convento sperando nel favore di Dio.


Uno degli ultimi particolari raccontati dalla donna, nella sua casa di Madrid, è la medaglietta regalata da Fidel e sepolta in una buca. Un simbolo perfetto per la morte dell’utopia, o soltanto un voler mettere una pietra sul proprio passato?

Sono sicuro che Fidel fosse credente da giovane, perché era stato educato dai Gesuiti. Anche io sono stato (brevemente) alla scuola di Belen in compagnia di Raulito, che come me non li sopportava: tutti spagnoli e franchisti.
La storia della medaglia è importante. Apparteneva alla madre di Fidel; non dimentichiamo che anche Lei, la protagonista, è credente. Dunque sì, c’è una simbologia precisa in quel gesto: seppellisce l’amore della sua vita, il bambino che non è mai nato, e sotterra anche le illusioni insieme a Cuba e alla Rivoluzione. Infine, si stabilisce a Madrid, lontano da tutto e da tutti. È grazie a questo passaggio che la donna ha potuto raccontarmi la sua vita. Perché ho scritto liberamente il romanzo, ma basandomi su storie precise.


Durante il viaggio della protagonista e di Kurt a Cuba, entrambi si accorgono che ormai l’isola vive sotto una dittatura. Lo slogan è “Patria o morte”, davvero troppo simile al “Viva la muerte!” di Francisco Franco, o al disprezzo per la morte e all’esaltazione fideistica della patria del fascismo italiano.
Viene da chiedersi, e lo chiedo a Lei: cosa avrebbe detto Ernesto Che Guevara, che per il superamento dell’angusto confine delle patrie aveva combattuto?

Al culmine della rivoluzione, il culto della personalità di Fidel era immenso. Poco a poco, però, il giovane eroe si è trasformato nel tiranno Castro. Dietro al Comandante non c’erano altro che yes men, a cominciare dal fratello minore Raul. Curioso che l’unica persona che si permetteva il lusso, e sapeva come farlo, di discutere con Fidel, o dargli dei consigli, era Celia Sanchez. In realtà, l’unico che diceva la verità a Castro era l’altro eroe, autentico, il Che.
Si ricordi la storia del discorso del Che ad Argel nel 1965. Uomo libero, Guevara si permise di criticare il miserabile atteggiamento dell’Unione Sovietica verso la “isola sorella”.
Il Che era stato direttore della Banca Nazionale cubana e ministro dell’Industria. Lì si accorse delle vere attitudini dei Russi. Cuba diventò quasi un immondezzaio dei Sovietici. Inviavano camion, trattori, però vecchi o in cattivo stato. Quando il Che tornò da Argel, tutto il governo lo aspettava in aeroporto. Più tardi però Guevara e Castro lasciarono il gruppo, e nelle 48 ore seguenti si chiusero nella casa di Cojimar (splendida spiaggia) di un miliardario esiliato. Una delle guardie del corpo di Fidel, estradata negli Stati Uniti, racconta che prima di entrare nel salone dove si chiusero per discutere, lasciarono le pistole alle guardie. Dentro, volarono parole grosse. Dopo lo psicodramma si riconciliarono, ma restare a Cuba era impossibile per il Che. Lo slogan “Patria o muerte” non faceva parte dell’etica né della filosofia politica del combattente internazionale.


Poi però si parla anche del ritualismo che accompagna la figura del Che. La querida presencia è ridotta a una stampa su una maglietta. Un altro dio, come il salvatore Fidel?

Un giorno scrissi un articolo per il Nouvel Observateur francese, per commentare una delle tre o quattro biografie apparse sul Che. Parlai del libro di Castaneda, uno scrittore messicano. Personalità molto complessa (molto più di Castro), il Che era una specie di Saint Just, uno capace di ghigliottinare centinaia di persone se necessario per salvare la rivoluzione. La cosa più interessante è che lui stesso annota tutto ciò nel diario personale.
Era capace di rallegrarsi per aver ucciso il suo primo soldato di Batista e poi, come medico, di curare i feriti del nemico. Dice anche, a un certo punto, “se io prendessi il potere”, ossia che se avesse liberato la Bolivia sarebbe stato implacabile con gli oppositori.
Aveva una faccia da attore più carismatica di quella di Gary Cooper, Clark Gable o Antonio Banderas. Da qui il successo delle sue t-shirt che si vendono tanto quanto (o forse più di) quelle di Marilyn Monroe e James Dean.
Inoltre, cosa ancora più strana, l’idea di una guerriglia in Bolivia era un’ipotesi suicida. Non dimentichiamo che Guevara era asmatico e l’altitudine lo stroncava, eppure si mise a studiare il quechua per parlare coi campesinos. E proprio i contadini, i veri indios, la cui memoria collettiva, al vedere dei bianchi barbuti, rimandava agli spagnoli invasori che assassinarono il loro popolo, denunciarono i barbudos bianchi. Eppure dopo la sua morte, e la celebre foto del cadavere simile a un vero Cristo, tra i boliviani fiorì il culto di “Sant’Ernesto”.


Nella prima parte del libro, quando la nonna parla della guerra del 1868 e racconta dell’esilio, dice che “chi è esiliato è un po’ come una pianta che viene spostata in un altro vaso e si lascia morire, perché non si ambienta”.
Ecco, Le chiedo, per continuare la metafora, se per Lei l’esilio ha rappresentato questo, o se non è stato come essere trapiantato, anziché in un vaso, in uno spazio più grande e fertile. Se cioè, al di là del dolore dell’aver lasciato la patria, Lei abbia potuto cogliere delle opportunità, degli aspetti positivi.

Sono un caso molto particolare. Alla fine del ’51, giovanissimo, venni a studiare teatro e letteratura a Parigi. Pensavo di restarci tre anni, ma il colpo di Stato militare di Batista del marzo ’53 fu devastante. Così decisi di non tornare nell’isola, e di scrivere in una lingua diversa dallo spagnolo. Perché?
Perché Franco si trovava in Spagna e tutta l’America Latina, ad eccezione del Messico, era governata da dittatori militari. Avrei potuto studiare e scrivere negli Stati Uniti (avevo già scritto poesie in inglese) però era il periodo del quasi-fascismo di Mac Carthy.
Trascorsi due anni in Italia - paese che adoro - ma rientrai a Parigi per lavorare nella scuola, e poi nella compagnia di mimo di Jacques Lecoq, ex professore nella scuola del Piccolo Teatro di Milano, amico e insegnante di Dario Fo. Lavoravo come attore nella capitale al tempo del trionfo della rivoluzione. I miei amici di un tempo, compreso “Raulito” Castro, mi proposero di tornare a Cuba.
Membro della nomenclatura culturale cubana, direttore del Teatro Nazionale, regista, professore di “espressività corporea” (la tecnica di Lecoq) del Balletto di Alicia Alonso, frequentai l’alta società culturale dell’Unione Sovietica, della Polonia, della Germania dell’Est. Che orrore: tutti burocrati e cinici, giuro, non ho incontrato un solo idealista!
Poco a poco l’idea di allontanarmi un po’ da Cuba cominciò a crescere in me, e nel settembre 1968, approfittando di un progetto teatrale di Roger Brin (lo scopritore di Beckett) per presentare la mia opera Le Monache a Parigi, ottenni un “permesso d’uscita di sei mesi”. La sorte ha voluto che l’opera si rivelasse un trionfo internazionale, con 25 traduzioni, e che ancora si rappresenta in alcune parti del mondo, Cuba compresa.
Il successo mi ha permesso di stabilirmi in Francia, e non posso lamentarmi. Mi hanno dato delle medaglie, ho ottenuto premi letterari importanti, tra cui apprezzo particolarmente il Goncourt. Attualmente sono presidente del Consiglio Permanente degli Scrittori in Francia. Cioè, presiedo un tavolo attorno al quale si incontrano i presidenti di 14 organizzazioni che si occupano dei diritti degli autori: la SACD, la SACEM, il Pen-Club francese.
Sono il presidente degli scrittori francesi riuniti, inclusi i fumettisti: più di 750 mila autori, è un orgoglio per me. L’anno prossimo, se tutto andrà bene, il Consiglio promuoverà la nascita della Giornata Internazionale dell’Autore.
Il 2012 è un anno politico, l’anno delle elezioni presidenziali francesi. Gli aspiranti alla Presidenza parleranno di tutto, economia, relazioni internazionali, educazione, spero che qualcuno ricordi la letteratura.
Il mio unico cruccio è non poter tornare a Cuba come turista.
Sapete che per uscire da Cuba è necessario un visto? E che i cubani con passaporto europeo, come nel mio caso, quando dichiarano di essere nati a L’Avana, non sono accettati? Bisogna comprare un passaporto cubano, lo vendono in tutto il mondo per lucro. Però è necessario ottenere un visto di ritorno, altrimenti niet. Significa che l’ambasciata cubana all’estero, in contatto con la polizia politica dell’Avana, decide se puoi tornare oppure no.
Immaginiamo per un momento che il vostro Premier decida di mettere un visto agli Italiani. Ebbene, questo è ciò che Castro fa da quasi 53 anni!


Per concludere, l’opera parla di Cuba, ma parla anche dell’America e della nostra vecchia Europa. Lo definirei un viaggio attraverso la storia, sino alle sue espressioni più recenti. Colpiscono le riflessioni della protagonista e di Caroline sulla volgarizzazione della psicanalisi, ma anche i riferimenti alle contestazioni degli anni ’60 e ’70… fino a un’altra immagine, più marginale ma che mi ha colpito molto: Heidi due, una delle sorelle svedesi, entrata nel mondo della moda, con tutti i suoi problemi. Dalla società degli ideali (e delle ideologie) alla società dell’immagine, smarrita e incerta, di oggi. Se la sente di mettere a confronto queste due epoche?

Credo che qualcuno, uno scrittore, un pensatore, o un filosofo, dovrà scrivere prima o poi un libro sulla “società della televisione” che include a sua volta la “società del consumo”. In altre epoche, soprattutto nell’800 o a metà del ’900, autori come Stendhal e Proust, Henry James, Virginia Woolf, l’immenso Cesare Pavese, tenevano in grande considerazione l’interiorità della persona, le sue qualità spirituali, culturali, eccetera.
Oggi, un po’ per un’imposizione dei media, non si considera altro che l’aspetto esteriore. Da qui il giovanilismo che si impone, con l’angoscia e i turbamenti della mezza età.
In Argentina, fino alla fine degli anni Settanta, una delle professioni più rispettate era quella dello psicanalista. Esistevano centinaia di “psi” molto in gamba a Buenos Aires.
Oggi la professione più remunerativa e lucrativa in Argentina, Brasile, Venezuela, è quella del chirurgo plastico, dell’esperto di lifting, del “dottore in estetica”. Lo sa che Cuba, per effetto della crisi, ha creato una delle migliori cliniche del mondo in cui si fanno i lifting? È molto più economica di quelle europee. Non voglio essere perfido, ma potrei fornire una lista di attori e attrici francesi che hanno fatto (e faranno) una gita all’Avana per un ritocchino.
Allo stesso modo, nell’epoca magica della Hollywood anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, c’erano bellezze maschili e femminili (Garbo, Dietrich, Gable, Cooper), che erano considerati soprattutto artisti. Tuttavia c’erano già degli “indizi”. La Garbo si ritirò a 37 anni, quando scoprì le prime rughe. Marlene si fece numerosi lifting, però Simone Signoret, la bellissima Anna Magnani e gli altri non avevano vergogna a mostrare volti che subivano i colpi del tempo. Adesso, eccetto Meryl Streep e il gruppo degli “italiani” Pacino e De Niro, non c’è più quel tipo artisti a Hollywood. Vi sono elementi di talento, certamente, ma sono considerati soprattutto persone famose, VIP.
La massificazione, la frivolezza e il cinismo invadono le trasmissioni più seguite della tv. I talk-show, i reality show, fanno letteralmente marcire il gusto dei Francesi, degli Spagnoli, dei Portoghesi, e non parliamo dell’Italia. Ho studiato a Perugia, Firenze, Roma, Venezia, all’epoca grandiosa della RAI, il canale che offriva lavoro a Bellocchio, Bertolucci, Pasolini, al maestro Fellini. Che fare? Le nuove generazioni, i giovani che studiano e che s’interessano di cultura, che sognano una civiltà più giusta, più umana e più bella, devono combattere la mediocrità e lottare perché lo spirito umano si liberi del peso enorme dell’ignoranza.


Ringraziandovi per avermi dato l’opportunità di parlare di queste cose, saluto.
Vostro, Eduardo Manet




L'Amante Di Fidel Castro, di Eduardo Manet
Ed. LEONE