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L’Insostenibile Dilemma Del Piacere Elementare

Scritto da Lorenzo Campanella.

Ai tempi di Antistene il piacere era un male da fuggire.

Che poi molti lo praticassero e abbiano anche continuato a farlo, in barba a tutti i dettami filosofici, non è il solo frutto dell’incoerenza umana, ma un istinto a cui tende ogni essere dotato di sensi. È il saggio, o supposto tale, a porre un veto aulico e inutilmente letterario al piacere inteso come passione, quasi fosse uno stato di rischio nel quale si cade appena se ne viene posseduti.
Nell’era tecnologica, dei movimenti di liberazione sociale e individuale dell’uomo dal dogmatismo e dai tabù, la divisione di Diogene Laerzio, secondo cui il piacere e il dolore sono movimenti autonomi e opposti, non è più così definita. C’è meno disposizione alla rinuncia.
Nonostante ciò, le affezioni dominanti, continuano ad essere quelle due. Il timore della morte, tanto per fare un esempio trito, assorbe in sé ogni problema, causandone altri. Il piacere, di suo, ne risolve e trasmette altrettanti, in molti casi occultandoli nel guscio protettivo dell’umore.
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Non è facile scindere la questione, specie se si presenta sottoforma di scelte.
Questo perché sentimento e pensiero sono uniti fra loro da un medesimo legame affettivo, che presenta criteri distinti. Il piacere, per cominciare, ci offre indicazioni sulla realtà individuale e collettiva del mondo esterno, è il criterio supremo con cui si misurano le cose, gli eventi, le esperienze, e con cui vengono tradotte nel linguaggio più semplice: quello emotivo.
Ecco perché il piacere è una lingua che ogni uomo è in grado di comprendere, e sebbene abbia regole universali, possiede una fine grammatica soggettiva, in quanto non è cosa diversa dal vivere. E il vivere è caratterizzato da gusti e opinioni personali.
In sostanza, per ottenere il piacere non c’è che da rimuovere ciò che non tende al fine della vita, agli scopi che si hanno in mente. Per l’egoista è un passaggio inutile se non produce vantaggi spendibili per il singolo.
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L’elemento di disturbo è il timore, la paura.
Ci sono sofferenze morali e fisiche, ma laddove le fisiche hanno sfoghi inevitabili, seppur in presenza di soglie di sopportazione differenti, le prime hanno caratteri interiori, e si possono affrontare grazie alla conoscenza. E per conoscenza si intende un insieme di ragionamenti pratici.
Già Colote, infatti, aveva osservato che seguendo le massime della maggior parte dei filosofi sarebbe impossibile addirittura vivere, poiché la gran parte di costoro adottano uno stile di vita che costringe a ricorrere alla morte. Bisogna scegliere.
L’origine di svariate questioni, quasi tutte insopprimibili e angustianti per l’uomo, è dunque proprio la scelta. Siamo presi, assorbiti più dai vizi che dalle virtù, e anche l’etica deve affrontare il dilemma dei godimenti.
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Nelle religioni, spesso, l’idea del piacere porta con sé la sventura e la morte – valga esempio su tutti il monologo di Anna Karenina in procinto di togliersi la vita. Eppure, la felicità rende migliori. Ed è una condotta facile da tenere, per nulla semplicistica, alla portata di tutti.
Se la pratica dei doveri si compie insieme a quella dei piaceri l’umore ne trae un grande giovamento, e qualsiasi faccenda è estremamente più agevole sin dall’approccio. Anche le più spinose, quelle che di norma vengono fatte aderire alla noia, al fastidio. È ben più semplice piantare un seme stimolante nel tedio, piuttosto che cento paletti nell’aiuola del dubbio.
E se il dubbio si trasforma in delusione poco importa: è la vita che non viene come si vuole. È la vita che apre una finestra di possibilità sul mondo, e spiega i trucchi per non cadere in trappole future.
Com’è pensabile, d’altronde, prescindere dall’evidenza del piacere sensibile, condurre una esistenza priva dei piaceri materiale e spirituali del gusto, della vista, dell’udito o dell’amore?
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Il peggior nemico dell’uomo, in tutto ciò, è l’uomo stesso, quando perde di vista le sensazioni più facili e naturali, i piaceri elementari. Spesso, il pragmatismo “adulto” separa lo spirito dalla sua vita fisica, salvo poi pretendere di riunire le cose, ma per chi non abbia normalizzato la sua posizione, la perdita è insostituibile.
Si prenda l’amore: non è l’unione di due corpi, ma il piacere dell’idillio reciproco, ed è questo che fa speciale e necessaria l’unione, accresce la fiducia reciproca. La presenza del piacere dell’altro è indispensabile, qualunque carattere presenti l’incontro: «Vieni nel mio letto e impariamo la fiducia» dice Circe ad Ulisse. Separare l’affetto dalla fiducia è mancare il suo obiettivo, il traguardo più sublime.
La lunga lista dei piaceri passa, inevitabilmente, dalle cose belle, oggetti compresi. Ammirare un’opera d’arte è un’esperienza tale: il piacere che procura ce la fa conoscere meglio. Sia essa una scultura, un quadro, una musica o una lettura, il pensiero non diventa tale se non si afferma come sensazione.
Anche il lavoro è un’opera d’arte: la creatività non ha limiti, e può manifestarsi dietro una scrivania o in catena di montaggio. La presenza di una forma anche minima di piacere assicura la presenza nel regno dei viventi.
Chi percepisce quella presenza ha la mappa della serenità.
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Nell’epoca degli psicosomari, che cercano ossessivamente di scoprire – e scoprirsi a vicenda – turbe, complessi, ansie, sindromi e guasti della personalità, il progresso dell’umanità deriva da un’alleanza di presunti contrari.
Nonostante le fandonie spacciate da sedicenti teorici della “robotica comportamentale”, non ci sono opposizioni da risolvere. La natura non si contrappone a se stessa. Non inventiamoci frottole per un mestiere o un esercizio: nemo contra deum nisi deus ipse.