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Rosanna Rubino e L'Affresco Letterario Sull'Adolescenza

Scritto da Stefano Losi.

Per alcuni personaggi il destino è scritto nel nome.

Quello di Tony Tormenta però è contrario alla consuetudine: si accosta allo sconquasso come al lirismo delle cose, alla poesia fragile degli attimi. È sufficiente posare lo sguardo sulle prime pagine, e poi lasciarlo correre insieme alla vicenda. Farsi trascinare è questione di istanti, perché certi romanzi non hanno un preavviso, uno spot apripista, un countdown che li annuncia; no, si presentano da sé. Sembra che siano pronti da sempre e lo scambio di attenzioni sia reciproco.
Tony Tormenta è così: difficile da inquadrare, disturbante come ogni (anti)eroe che oscilla fra la condanna e la redenzione. Non puoi abbandonarlo finché non è lui a deciderlo, e questa è la sua forza, il suo fascino. Meglio il ciclone di una pioggia da nulla, e nel caso di un diciassettenne dai poteri mentali tremendi meglio l’inquietudine della stasi. Meglio la solitudine, finché non si è in due.
E Tony, che passa il tempo a isolarsi da una provincia americana terribile e priva di futuro, nella quale ha per soli compagni un cane e una bicicletta, e gode di una fama sinistra, incontra Marla, una coetanea albina, i cui geni hanno qualcosa di anormale come i suoi.
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Non c’è un legame d’amore, almeno non da subito; nessuna smanceria o escamotage di facile presa. C’è qualcosa che nasce e si sviluppa fra i due mentre la vita scorre dentro, d’intorno, li allontana per farli ritrovare anni dopo, nove anni, nei quali accadranno cose che preparano a un sorprendente coup de théâtre.
Il libro ha il ritmo dell’american movie fin dalle prime battute: l’attesa del tornado, i richiami kinghiani a un “potere interiore” devastante, le sequenze fra il protagonista e l’agente Max McAvoy, i contesti in cui emergono i colpi di scena, le rivelazioni, come quando il dottor Mitchell svela a Tony di chi è figlio veramente.
Lo conferma l’autrice stessa, Rosanna Rubino:
  • Ho pensato e scritto questo romanzo proprio come se fosse un prodotto cinematografico. Ho lavorato per immagini, trascrivendo il film che avevo nella testa. La storia è strutturata come una sequenza di scene che in alcuni passaggi possono anche apparire slegate tra loro, ma il cui senso ultimo si ricostruisce alla fine, quando il cerchio si chiude. I flashback sono frames che interrompono la narrazione e aiutano chi legge a ricostruire il senso generale. I richiami alla cultura americana sono evidenti, sia in termini di cinematografia che di narrativa. E parlo in particolare delle produzioni americane firmate da autori come M. Night Shyamalan, David Lynch o David Fincher, solo per citarne alcune. L’american movie, inteso in senso ampio, è stato un punto di riferimento costante, insieme alle tematiche dei libri di Stephen King, alle atmosfere di Cormac McCarthy o ai ritmi di James Ellroy.
E quel ragazzo che ammette con candore «normale non lo sarò mai», è sempre al centro dell’attenzione pur non volendo esserci. Forse perché appartiene alla schiera di quelli «che devono stare lontani da chiunque, perché non sparano un colpo a salve»?
Del resto, già dall’approccio ai rapporti si deduce che Tony è un predestinato al contrario, capace di «fare casino anche quando non vuole». Una metafora che risale nientemeno all’epica antica, attualizzata.
Quanto profonda è l’indagine umana in un adolescente che alla sua amica del cuore vorrebbe dire «del rumore nella testa in alcuni momenti, del silenzio siderale in altri e del nulla che c'è in mezzo», e quanto quella sociale, in un secolo dove il richiamo delle cose futili sovrasta e disperde ogni emozione?
  • Tony Tormenta è un personaggio in perenne disequilibrio, in bilico tra trionfo e dannazione, straordinario nell’ordinario, il cui “dono” non è il superpotere degli eroi dei fumetti che si fanno in quattro contro le forze ostili del mondo, quanto piuttosto una condizione subìta, debilitante, a fatica controllabile, che lo distanzia dalla realtà, costringendolo in una bolla d’isolamento. Ecco perché meglio «stare lontano da chiunque». Ecco perché finisce sempre per «non sparare un colpo che sia a salve».
    In fondo è un ragazzo che potrebbe avere tanto dalla vita – intelligente, sveglio, di bell’aspetto – eppure non desidera nulla, perché è incapace di entrare in contatto con i fatti della vita. Si limita a osservare, memorizzare, commentare. Le sue descrizioni sono precise e dettagliate. È un cronachista.
    Riporta semplicemente quello che vede, filtrato attraverso il senso di scollamento che si porta dentro. In lui non c’è tensione sociale, empatia verso il resto dell’umanità, o volontà di fare bene. In lui non c’è sguardo d’insieme (a differenza dell’Agente Max, per fare un esempio), e non perché non abbia capacità di visione, anzi! La verità è che non gliene frega niente.
Asettico dunque, perché la narrativa è questione di coraggio, è consegnare al mondo concreto ciò che è fantasia e darle forma, carattere, storia.
È tradurne la quiete o gli eccessi in un codice universale, nella “segnaletica delle parole” che permette al lettore di intraprendere il viaggio. Ma in origine come nasce Tony Tormenta?
  • Tony Tormenta nasce dall’idea di creare un personaggio memorabile: un protagonista extra-ordinario che si muove in un contesto ordinario. In questo caso il contesto ordinario è la provincia americana, raccontata tramite situazioni e luoghi iconici, tipici dell’adolescenza. Situazioni quali il concorso, gli esami di fine anno scolastico, o la festa del diploma, per citarne alcuni. Oppure luoghi come il luna park, il pub, l’aula o la palestra della scuola. E poi desideravo mettere in scena la storia di un adolescente, proprio per poter parlare di quell’età magica in cui tutte le opzioni in teoria sono ancora possibili perché la vita è solo futuro, eppure i sogni paiono irraggiungibili, perché fatichi a capire quale possa essere il tuo posto nel mondo, e sei spesso in rotta con tutti.
    Infine, Tony Tormenta nasce dalla volontà di affrontare proprio il tema della psicocinesi, un elemento che da bambina ricorreva spesso nei miei sogni notturni. Sognavo di poter spostare gli oggetti col pensiero. Nel sogno avvertivo una sensazione d’incredibile benessere. Quando mi svegliavo, rendendomi conto che era stato solo un sogno, piombavo nello sconforto. La sensazione negativa poi si riassorbiva naturalmente nel corso della giornata, e quasi me ne dimenticavo, ma solo fino al successivo sogno “psicocinetico”, destinato a concludersi con un altro deludente risveglio.
La psicocinesi in fondo è solo un espediente per parlare d’isolamento, e del rapporto col proprio corpo. In questo senso è anche un libro sul corpo: il corpo “dotato” di Tony, ma anche il corpo affamato di Marla, il corpo malato dell’Agente Max, quello usato di Blondie, e quello invecchiato del Dottore.
Il mito della ricerca della serenità fa capolino in molti passaggi.
La pitocina sintetica che Tony accetta di assumere di buon grado è la “pastiglia della normalità” con cui spesso si è costretti a scender a patti, edulcorando la vita? In fondo «sono ormoni. Fanno sembrare le cose un po’ meglio di quello che sono».
  • Secondo gli studi della neuroscienza l’ossitocina è l’ormone che può accrescere alcune capacità cognitive come l’empatia. Dicono che favorisca la fiducia, riduca l’ansia sociale e possa essere utile nel trattamento delle sociopatie. Viene anche utilizzato nel trattamento della schizofrenia di cui Tony viene ritenuto vittima. L’ossitocina gioca un ruolo importante nella storia perché Tony scopre di riuscire a controllare meglio i propri poteri proprio quando comincia ad assumere il farmaco contenente il principio attivo.
La storia d’amore accennata, quasi sussurrata fra il protagonista e Marla, è come una forma di salvezza reciproca dal precipizio onirico del silenzio, ma è la ragazza a ripulire con la fiducia e la verità ciò che di solito è sporco di menzogna: «Tu sì che sei l’uno su mille, potresti andare in capo al mondo se solo volessi, anche se fai finta che non sia così (...). Io lo so, che ci saranno una marea di momenti del cavolo e alcuni giorni buoni, qualche verità e un mucchio di balle. Il massimo a cui posso aspirare è serenità a giorni alterni, perché felicità e gloria eterna sono fuori dalla mia portata. E ci sono giorni, come oggi, che ne ho le scatole strapiene di fingere che tutta la vita davanti è un sogno che non si può rifiutare». Sembrerebbe un tono dimesso, quasi rassegnato, invece è una dichiarazione di tenacia. Scomodando ancora la tradizione USA, Tony ha l’energia della prosa, e Marla la grazia della poesia?
  • Marla è una che non si fa illusioni. È tenace nel senso che è una combattente. Combatte contro il proprio corpo, il padre che la mena, l’indifferenza (apparente) di Tony. Marla è sveglia, tanto da capire di non possedere talenti speciali, eppure non abbastanza determinata da riuscire a darsi un progetto di vita, perché troppo impegnata a far fronte alle proprie paure. Anche lei è chiusa nel suo isolamento, ma vorrebbe essere come gli altri, a differenza di Tony che invece sembra essere a proprio agio solo lontano da tutti.
Nel Capitolo 3 c’è un salto temporale, e ritroviamo Tony non più adolescente ma ventiseienne, lontano dalla sua Mammoth Rock, in un luogo dove «gli isolati hanno la forma di grappoli e gli edifici squadrati si ammonticchiano gli uni sugli altri come chicchi d’uva».
Anche Blondie, la maîtresse, ha alle spalle una storia travagliata, in questa vita che della semplicità ha solo le sembianze. Davvero anche lei tiene chiuse le imposte per non vedere quando il cielo fuori è blu, perché «se dio c’è, non era lì quel giorno», o dietro la coincidenza si nasconde una metafora dell’umanità?
  • Dio non era lì quel giorno semplicemente perché non era da nessuna parte, e Blondie lo sa. Blondie ha subito un trauma e se lo porta dietro da tutta la vita. I traumi, però, si superano. I brutti ricordi si possono mettere da parte. Ma quando la causa della propria sofferenza è il cielo, come si fa? Non c’è modo di fuggire. E allora a Blondie non resta che murare le finestre.
Leggo a pagina 198: «Quando sei giovane vedi che tutto intorno a te va in malora, però tu ti senti forte, qualunque cosa accada, quasi come se fossi l’unico a cui le cose andranno tutte per il verso giusto, per qualche motivo impossibile da spiegare. Poi i vecchi cominciano a tirare le cuoia, la gioventù passa, il tempo che hai davanti è sempre meno, e hai questa sensazione di disfatta generale. Ogni cosa marcisce e poi finisce, fino a quando ti accorgi che ora sei tu quello che sta andando in malora, mentre il mondo resta lì, e neanche gliene frega un fico secco che tu sia vivo o morto». Oltre alla consapevolezza, quanto spazio c’è per la speranza?
  • A me non piace la parola speranza. La detesto. Rimanda a un atteggiamento passivo, che in sostanza delega ad altro o ad altri (genitori, Dio, il caso, la fortuna) la realizzazione del proprio progetto di vita. Sperare è una perdita di tempo.  Meglio darsi da fare! Più che di speranza parlerei di determinazione. Ci deve essere spazio per la determinazione, intesa come tensione positiva verso la vita, quell’energia che ti porta a costruire più che a distruggere. La determinazione ti salva l’esistenza.
In conclusione, condividi il pensiero del tuo eroe, per il quale essere felici è uno strano talento?
  • Talento strano quanto raro, che tutti vorrebbero avere, ma solo pochi riescono a possedere.

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