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L'Incantesimo Della Musica: Un'Esperienza Personale

Scritto da Gabriella Candeloro.

Se fossi artista parlerei di ispirazione. Se fossi poetessa conoscerei l’impulso e l’incantesimo della creazione. Se fossi ciò che non sono, forse mi basterei.

O forse vorrei essere altro, altro ancora, perché l’arte è una sete insaziabile. Ha corde sottili e nervi che vibrano come strumenti musicali. Sui tasti bianchi e neri di un pianoforte scrive l’epopea degli incontri dolcissimi e rischiosi fra toni clandestini, e poi le improvvisazioni, gli accordi azzardati, le parole che ridono o piangono per una sconfitta, per un amore, per la fatica di una domanda. 
Dalla psichedelia all’hard rock il passaggio non è complesso. L’hammond di Jon Lord è un inferno sonoro che riempie il velluto di un dialogo pigro (Lazy, da Machine Head, 1972), il riff imprendibile di Alvin Lee scortica la moquette jazzata di Woman Trouble, e la stessa onda tellurica giganteggia dal Sabbath sound alle armonie country dei Poco. Mississippi Queen è l’embrione dell’odierna milizia metal, le sfibrate distorsioni di Voodoo Chile e il tappeto barocco di Moondance non si sono mai somigliate tanto. Entrambe tentano di collocare il subbuglio dell’animo in un presente inquieto e avvolgente. 

Alzo il volume. La nebbia densa che copre la roggia si è diradata da poco, e le pareti color vaniglia della mia stanza accolgono i suoni provenienti dal vecchio giradischi, regalo per il diploma. Niente stereo per certi passaggi. 
Rifletto sul fatto che io e la musica che ascolto abbiamo la stessa età, mese più mese meno. In The Court Of  The Crimson King fa trentatré giri al minuto, lasciandosi graffiare comodo dalla puntina. Non si lamenta, dice abbastanza attraverso i fruscii che il tempo ha inciso fra i solchi del vinile. C’è chi parla di vintage. Io mi fermo a un ascolto superficiale, concedo ai vocaboli di entrare in altri modi. 
Sono a Mirrors, un punto in cui fatico a comprendere dove il pezzo ceda il posto al successivo. Per chi non è poeta è un esercizio di nervi. 

La grande tela di lino, tesa e ingessata, mi osserva da mesi dal suo quarto di muro. Aspettava un attimo esatto, il passaggio tra chitarra elettrica e batteria, lo stacco preciso e perfetto: prendo una penna a sfera, socchiudo gli occhi e traccio i contorni sfocati di una figura. 
La testa reclinata in avanti, difficile definire i lineamenti in una simile posizione. La mano si muove sicura, la musica segna il passo, la cadenza concitata dei movimenti. 
I Talk To The Wind suggerisce il contorno morbido e tornito delle spalle, il busto reclinato, le ginocchia piegate ad accogliere un'altra immagine. Prendo pennelli e colori, olio questa volta, blu cobalto e trementina. Epitaph scivola sulle braccia, nido accogliente per la creatura che sorge da March For No Reason. Corpo raggomitolato in una richiesta di conforto, di sonno fanciullo, con i piedi appoggiati a Tomorrow And Tomorrow

Poso il pennello, il lato A è terminato. Il mio lavoro no, manca qualcosa. 
Giro il disco, appoggio la puntina che subito gracchia: il lato B è quello più consumato. Lunghe dita si posano sul melodramma del quadro, la cui forza narrativa non è più mia. È la musica ora a dipingere. Moonchild e The Dream And The Illusion guidano il mio braccio sulla tela, carezzano i riflessi bianchi tra capelli che sembrano piume. Cambio il pennello. 
At The Court Of The Crimson King mi riporta all'infanzia, all'odore d'incenso che evaporava dalle finestre della casa di un’amica. Avevo cinque anni, e quella copertina col faccione cremisi che urlava al mondo, e al mondo tendeva un lungo orecchio, mi sembrava un capolavoro. E il ritmo un esercizio da alchimisti. Facevo ceramica con la terra dei fossi, tempere che nessuno mi aveva insegnato. Era nell’aria quella cosa, forse era l’aria stessa. 
The Return Of The Fire Witch e The Dance Of The Puppets alzano il tiro, e due ali di porpora si spiegano enormi sullo sfondo. Vibrano sulle ultime note, senza salvare alcuna emozione. Ho dipinto qualcosa che non ha nome, seguendo un pentagramma impossibile. 

Se fossi artista potrei definirla ispirazione. Se fossi poetessa conoscerei il significato dei nomi, ne saprei dare di nuovi. Se fossi ciò che non sono, forse mi basterei. O forse vorrei essere altro, altro ancora, perché la vita è un disco che gracchia, un ellepì che nonostante tutto suona ancora bene e svela qualcosa di nuovo ad ogni passaggio.