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Adolescenti & Giovani, Annotazioni Dal Tavolo Autoptico

Scritto da Roberto Buzzi.

Certi pensieri nascono dallo stomaco, da un subbuglio che il ventre porta sino al cervello, ai centri nervosi del corpo.

Sono sollecitati dall’imminenza di un evento e a quanto vi accorpiamo: aspettative e rappresentazioni poggiate su esperienze, leggende personali e non. Nel mio caso, da educatore, quel subbuglio si insedia aprendo la posta: Convegno Sull’Adolescenza Organizzato Da.
La complessità anatomo-fisiologica dell’organismo fa supporre che tra mal di pancia e pensiero ci sia un flusso ionico e contrattile che si traduce in una circolarità di sensazioni, depolarizzazioni e simultaneità di idee, tant’è che la semplice visione di locuzioni verbali si scarica nel fiume vagale fino agli estuari della psiche.
Le vele dell’immaginazione si gonfiano e prendono il largo.

Da studente mi è capitato di frequentare i banchi di medicina, in particolar modo quelli di medicina legale. Ho un vivido ricordo olfattivo delle autopsie a cui ho assistito. Il leitmotiv era il disgusto che avvertivo nel mix di olezzi putrescenti e la tragedia visiva del cadavere manipolato e dissezionato, sul tavolo autoptico, dal professore emerito e dai suoi assistenti.
Nulla attenuava quelle percezioni, né il tentativo di diluire quella scena in una rappresentazione artistica analoga, né le ciniche battute dei compagni meno impressionabili. Una platea di giovani assisteva, a tratti rapita, a tratti stravolta, allo smembramento del corpo inerme, assediato dall’esaminatore, che riferiva con piglio onniscente mali e deformità analizzate.

Oggi, quelle unità di memoria si confondono con una proiezione aggiornata del tavolo autoptico, dei suoi artifex e relativi strumenti di indagine, del soggetto delle manipolazioni e delle discissioni. Il fine è inalterato: emettere una diagnosi suprema. Là era una sagoma svuotata della vita, qui è apparecchiare per l’adolescente, per il giovane, il senza futuro per decreto adulto.
Per paradosso, un adulto passato attraverso il Sessantotto e il decennio di utopia a venire,  quello del sogno globale da molti tradito, accantonato. Un’eredità pesante, fatta di inazione.
Venticinque per cento di inoccupati fra i giovani, che esondano dal sud verso mete ignote, abulici e demotivati disimpegnati, e poi giù nella spirale di anoressia, bulimia, droga, sballo, violenza, mali psichiatrici e dell’esistenza.
La pletora delle attribuzioni e dei dati si addensa come una nube sopra i tavoli autoptici approntati con spirito scientifico. L’atmosfera si fa pesante, si satura di miasmi sociologici, etici e sanitari.

Una platea mediatica di età adulta osserva questo fenomeno con desolante impotenza, si indigna o rimane indifferente, spera senza speranza e circonda con il fiato sospeso gli animatori del dibattito pubblico e i promotori di nuove statistiche, di allarmi su nuovi disturbi e comportamenti rischiosi, su ignavie e licenze adolescenziali.
Nell’inconscio dei padri la guerra era, e resta, il compimento di un filiicidio quale espressione di un’elusione, di un tempo che invoca la testimonianza di un passaggio intergenerazionale e l’accettazione, conseguente, di un destino mortale.
Come sostituire le guerre?
Semplice, con una mappatura sociale e culturale che sancisca il conflitto intergenerazionale come necessario apologo di valutazioni degli adulti sui giovani, e mai il contrario. Uno scambio interrotto e incurante di passate edizioni emancipative e libertarie.
Il conflitto sanziona l’insufficienza di una diagnosi: disturbo adolescente di personalità. Con exitus sociale accordato alle lugubri statistiche.
Cosa fare con e per i giovani? In primo luogo parlare senza tabù, restrizioni e pregiudizi.
E mentre il Ministro recita l’hic manebimus optime, con il mal di pancia mi accingo all’ennesimo convegno sull’adolescenza.