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Parole Sante

Scritto da Gabriella Candeloro.

Ci sono luoghi, nonostante i tempi si dicano moderni, in cui la caccia alle streghe non è mai davvero finita, sono solamente cambiati i destinatari dell'inquisizione.

Il diverso, lo straniero, restano i depositari della colpa più grande: incutere paura. Viorica Kirilenko si scontra con il silenzio di una vita che volge al termine, e l'unico suono è l'intermittenza di quelle parole da "vecchia", sempre uguali, monotone, che somigliano alle cantilene dei bambini. Il suo lo ha dovuto lasciare in Ucraina, per necessità. Per un lavoro in Italia.
Parole Sante di Eva Clesis inizia così, con un assolo, dimesso e un po’ stonato; un assolo sulla vita in bilico di due donne. La "vecchia" morente e la badante, catapultata in un mondo così diverso dal suo, dove non sa per quanto tempo potrà restare.
A poco a poco nella melodia entrano altri strumenti, uno alla volta: Sonia la Russa, la vedova Magnano e il figlio Salvo, con le sue stampelle e il ricordo di una vita normale che lo tormentano; il Parroco don Felice, le comari del paese, un sagrestano atipico, protagonista suo malgrado di vicende torbide e intrighi.
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I caratteri e i connotati di ognuno si svelano grazie alle minute descrizioni.
Si delineano dunque istantanee nitide, precise. I fotogrammi, a differenza dei personaggi che si avvicendano, non mentono, sono cruda verità stemperata a tratti da una sottile ironia. Il testimoniare grottesco, a volte infantile, del rifiuto per i cambiamenti, di un momento storico attualissimo, fatto di mutamenti repentini, di un mondo che anche nelle piccole realtà del sud come quella di Comasia si fa sempre più multietnico. Complicato.
E poi il bigottismo arroccato a gesti sempre uguali, per apparire incorrotti agli occhi degli altri e del Signore; quei gesti si alternano nella vedova Magnano con citazioni bibliche e lampi di pura perversione nelle sentenze a danno altrui, tutto con la stessa accorata devozione.
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Si fa leva, nel romanzo, sulla superstizione, e sull'uso che ne fa chi ha interessi reconditi.
E la disonestà non arriva da lontano, contrapposta magari alle cronache quotidiane, alle notizie che i media propongono come verità sul diverso. Il diverso col volto del vicino di casa, della compagna di giochi, di cui si è persa la ragione lungo i corridoi degli anni. Il male non si cela nella follia, nello straniero, come crede Lina Magnano. Il male è sottile, viene dall’habitat familiare, da quello meglio conosciuto, da coloro di cui ci si fida ciecamente. Alla fiducia che si ripone nel noto, si contrappone il secondo fine di chi sorride e imbonisce.
Anche nella “storia d'amore” tra le righe, la commistione tra interesse e convenienza rende indecifrabili i reali sentimenti dei protagonisti.
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«Era sotto la doccia quando sentì la porta di casa sbattere per la seconda volta e pensò che fosse Viorica. Fece finta di non badare alla fretta che gli era venuta, e nonostante i dolori si infilò in un attimo biancheria e pantaloni sulla pelle umida.
Stava per indossare una polo raggrinzita quando qualcuno bussò alla sua porta.
Era lei. I capelli sciolti sulle spalle, la faccia paffuta, gli occhietti vispi che ancora trattenevano i colori della passeggiata. Santo si rese conto che in meno di due giorni si era ridotto a elemosinare attenzioni da Viorica. Quindici anni a commiserarsi e dare di matto solo per poter dire in tono neutrale a una donna qualsiasi un “buongiorno”. (...) E lì. Troppo velocemente perché potesse schivarla, Viorica si avvicinò a lui, e la sua bocca troppo finta per esserlo davvero gli stampò un bacio a metà strada tra il mento e la guancia».
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Si incrociano i destini e la sinfonia si arricchisce di nuove partiture. Come in un bolero, l'aggiunta di un nuovo strumento conduce a un crescendo sempre più concitato.
Qui Eva Clesis ci sorprende, ci tiene avvinti. Ci fa riflettere sulla paura che abbiamo delle invasioni barbariche stravolgendo il punto di vista abituale, quello del pregiudizio, fotografando una realtà in cui spesso, i barbari, siamo noi.
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