Stampa
PDF

Per Un Principio Migliore

Scritto da Ilaria Masini.

L’importante è cominciare, certifica un proverbio.
La banalità dell’ovvio mi soccorre: l’appetito vien mangiando. Serve un approccio più fantasioso e concreto, un fondamentale, come i principi dello sport, del ragionamento, della meccanica.

E quelli della vita, perché la letteratura ne è testimonianza diretta e indiretta. In architettura sono le mura portanti, in natura le radici. Dal seme fuoriesce prima il fittone, solo più tardi il fusticino con i cotiledoni, l’asse ipocotile a cui seguiranno le foglie.
Lo stesso accade in ogni funzione creativa. Pure nello scrivere. Alcuni lo chiamano incipit.
Devo trovarne uno anche per questo pezzo, un inizio che dia luogo al processo che porterà poi alla trama, al messaggio, perché fin dall'inizio si esprime un pensiero, un concetto, si promuove un messaggio o un’opera piena. Con le prime parole.
Devo scovare insomma quelle nascoste, tirarle fuori, spolverarle e metterle in vista, in trincea. Non saranno le migliori, perché lo stile è fine a se stesso, si autocelebra, è sterile. Non contiene le riserve formidabili dei cotiledoni. E non è quello che cerco, ma una densità che sta sotto, che scava come il fittone alla ricerca di saldezza e nutrimento.

Mica facile: basta una falsa partenza per far fuggire chi poteva essere anche solo minimamente interessato a tutto il percorso.
Quante volte una scrittura ci annoia dalle battute in apertura? E quanto sta annoiando la mia dissertazione? Chiamerò in soccorso l’efficacia degli esempi, con le classiche opere in versi.
"Sempre caro mi fu quest'ermo colle"
"Nel mezzo del cammin di nostra vita"
"Narrami, o Musa, di quell'uomo dal versatile ingegno"
"Viviamo, mia Lesbia, e amiamo"
"Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici".

Incipit. Elementare. Poche battute e sei nella storia, perché da quell’accenno l'attenzione si alza. Aumenta a tal punto da trascinare inesorabile alla riga successiva, a vivere per l’attesa affascinante e seduttrice.
Il mio apporto invece è qualcosa di esile, che tale vuole essere per scelta, per bisogno.
Subisco la delusione delle false partenze, ma concedo ai testi una seconda possibilità, mi impongo di proseguire, cerco la sorgente della curiosità, e con la patente della fiducia scorro le righe.
Poche volte ho visto smentita la prima impressione, eppure ne è valsa la pena.

Se un incipit è troppo coinvolgente, divertente, eccezionale, quello che segue potrebbe tradire le aspettative. L'inizio a me piace timido, come la fiamma di una candela nella notte. Deve attrarre come il sorriso in mezzo a un folla cupa: visibile, ma non vistoso.
E poi deve essere veloce, così veloce da portare il lettore dritto al cuore, al centro della situazione. Lo deve ingarbugliare tra le parole, da non permettergli più di uscire. Un’esca fatta di fili. E i fili, si sa, godono di vita propria.

Perso nel vortice, chi legge, chi vive non vuole salvarsi, è allo stesso tempo protagonista e spettatore di emozioni, avventure regalate da sillabe fragranti di stampa, trappole perfette. Chi legge, insomma, sa che arriverà alla fine, sente l'urgenza inspiegabile di scoprire come si concluderà la vicenda e vi si abbandona come al respiro, a uno starnuto, a un’azione insopprimibile.
L'occhio cerca sempre il fondo, la conclusione, e quando si avvicina sente il mulinello di emozioni farsi più agile, perturbante. È soddisfatto, non sazio: il buon testo non sazia mai.
Un incipit, volevo trovare. E sono già arrivata alla fine.