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L'Uomo Che Ispirò Yanez De Gomera

Scritto da Antonella Mecenero.

Avventura e India sono due parole che, insieme, spesso ricordano i romanzi di Salgari.

Com’è risaputo, Emilio Salgari, pur senza lasciare l’Italia, riuscì a narrare un Sud-Est asiatico ricco di fascino e mistero, che a distanza di oltre cent’anni non cessa di stupire.
I suoi personaggi più famosi, anche grazie ai fortunati sceneggiati televisivi, sono il pirata malese Sandokan e il suo fido amico Yanez De Gomera, avventuriero portoghese in grado di farsi strada fin dentro le corti dei sovrani asiatici.
Quali furono di preciso le fonti da cui Salgari trasse ispirazione non è mai stato del tutto chiarito. Se James Brooke, temibile avversario di Sandokan, è un personaggio storico reale, un avventuriero inglese che divenne davvero Rahja bianco di Sarawak e acerrimo nemico dei pirati che infestavano quelle coste, molto meno chiaro è da dove nascano altre figure.
C’è poi un altro protagonista della vicenda, le cui avventure erano forse note a Salgari, che ebbe una vita senza nulla da invidiare ai primattori dell’autore, e in particolare all’astuto fratellino bianco di Sandokan, Yanez. Si tratta di Paolo Solaroli, che da semplice sarto sposò una principessa indiana e divenne Marchese di Briona, nel novarese.
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Paolo Solaroli si affaccia alla storia come semplice sarto in un periodo, gli anni Venti dell’Ottocento, nel quale il Piemonte era al centro dei moti risorgimentali.
Falliti i moti del 1821 molti costituzionalisti, tra cui il suddetto, ritennero più saggio prendere la via dell’esilio, o abbracciare una carriera militare che li portasse per un certo tempo lontano dall’Italia.
Solaroli si recò prima a Londra e poi, come soldato di ventura, in Egitto, dove venne assunto come addestratore delle truppe locali.
Era un'epoca in cui i sovrani orientali, nel tentativo di ammodernare le proprie tecniche militari, s’affidavano a ufficiali europei, sperando che ciò bastasse ad ottenere un esercito moderno. Anche lì, tuttavia, Solaroli si fece conoscere per le sue idee.
L’Egitto infatti, era ancora parte dell’Impero Ottomano, e quando la Grecia si ribellò a quello stesso impero, lui rifiutò di combattere altri europei mossi dal suo stesso spirito di libertà. Si spostò ancora più ad est, questa volta al servizio della Compagnia delle Indie.
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Capitò così alla corte di uno dei piccoli regni indipendenti che ancora sopravvivevano, il sultanato di Sirdanak. A capo del potentato vi era una donna, l’anziana e temibile Begun Zaib Bool Nissa, altro personaggio che sembra uscito direttamente dalla letteratura avventurosa ottocentesca. Da semplice danzatrice in un locale, aveva fatto innamorare un avventuriero tedesco al punto di convincerlo a sposarla.
Proprio come James Brooke, anche questi ottenne una regione come regno personale: il Sirdanak, appunto. Al contrario di Brooke, però, il regno non gli portò fortuna e presto dovette fronteggiare alcune rivolte che finirono per costargli la vita. La Begun, tuttavia, riuscì a sopravvivere a disordini e battaglie, a due mariti, mantenendo il trono e alleandosi agli inglesi.
Quella che vide Paolo Solaroli non era più l’affascinante danzatrice, e nemmeno la splendida regina in grado di meritarsi il titolo di “gioiello tra le donne”, ma una temibile vecchia di oltre settant’anni, ma ancora in grado di districarsi tra intrighi e politica, e ben contenta di incontrare un giovane così pieno di intelligenza e inventiva. Ben presto Solaroli ne divenne l’uomo di fiducia e si fidanzò con la nipote.
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Alla morte della Begun il suo regno, che secondo un accordo doveva ritornare alla Compagnia delle Indie, attesa da quest’ultima un indennizzo principesco per gli eredi. Ne seguì una causa legale i cui echi troviamo, ancora una volta, nella letteratura.
Fu dalla causa, infatti, e dal cospicuo indennizzo che la Compagnia fu costretta a pagare, che un altro maestro dell’avventura, Jules Verne, prese spunto per il romanzo I Cinquecento Milioni Della Begun, edito nel 1879. Nel racconto, due occidentali ricevono alla morte di una sovrana indiana con cui sono imparentati alla lontana una somma esorbitante, che di lì a poco utilizzano per costruire due città ideali, esempi di ideologie contrapposte.
Ovviamente, il reale indennizzo pagato dalla Compagnia agli eredi della sovrana non fu così consistente. Paolo Solaroli non poté costruirsi un regno personale, ma di certo tornò in patria da uomo ricco.
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Poteva un uomo così diventare un tranquillo signore di campagna? Impensabile. Si mise al servizio del sovrano Carlo Alberto di Savoia, che lo nominò Barone.
Sempre fedele ai propri ideali risorgimentali, Solaroli combatté nella prima guerra d’indipendenza; più tardi, divenne uomo di fiducia di Vittorio Emanuele II per alcuni incarichi all’estero – che viene facile immaginarsi con il sapore delle avventure degli agenti segreti. Per tali servigi fu insignito del titolo di Marchese di Briona, il paese del Novarese dove ancora vivono i suoi eredi.
Tra i numerosi cimeli ancora presenti nel palazzo di famiglia, pare ci sia anche il narghilè d’argento della Begun, oggetto dal quale la sovrana non si separava mai e con cui fu ritratta in una delle poche immagini che restano di lei.
Non sappiamo quanto esattamente la storia di Solaroli – che pure era conosciuta oltre i confini nazionali – abbia effettivamente influenzato i personaggi Salgariani. Quel che è certo è che il sarto diventato principe indiano e poi marchese meriterebbe un romanzo tutto suo.
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Per saperne di più:
La vita romanzesca di Paolo Solaroli – Luigi Simonetta, Società Storica Novarese