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Il Mestiere Impudico Dei Sogni

Scritto da Marco Magnani.

Da sempre provo invidia per quelli che sanno suonare: le loro dita che fluttuano sicure, le note che bruciano l’aria, il rumore che diventa suono. E sono un po’ invidioso anche di chi sa scrivere le canzoni, di chi sa far combaciare la musica e le parole: io non ne sono capace.
Eppure vorrei tanto scrivere una canzone d’amore, portarmela dietro e usarla quando mi serve, tirarla fuori in mezzo alla strada e stare a guardare gli occhi di chi l’ascolta, senza dire niente, finalmente in silenzio.
Mi sarebbe molto utile, perché mi eviterebbe quella faccia incerta e tirata, quella conversazione nervosa e stupida. Invece no, niente musica, anche se mi piacerebbe essere parte di quei rituali quasi magici, di quella preparazione e di quel buio che precede la prima nota.

Suonare uno strumento mi sembra l’espressione massima dell’armonia: è una cosa bella, luminosa, che non puoi sporcare. L’esecuzione di un violino è per me il simbolo della pulizia, qualcosa di limpido, in cui specchiarsi a occhi chiusi.
Scrivere, invece, è un’altra cosa. Scrivere è una roba sporca.
Intanto in senso letterale, perché l’inchiostro macchia, si appiccica alle mani, e le pagine ingialliscono e perdono le loro tracce, si coprono di polvere, e tutto questo ti impregna i vestiti e i capelli, te lo porti dietro quando esci dalla stanza.
E poi, perché scrivere è un mestiere impudico, il mestiere più impudico del mondo: quando scrivi ci metti la faccia, non puoi nasconderti.

Se scrivi devi avere un motivo, altrimenti è solo bassa promozione, come un viso rifatto dal chirurgo estetico: il fascino della faccia sta nelle sue reazioni alle emozioni, nel suo contrarsi impuro e asimmetrico, non in una bellezza preordinata.
E’ per questo che il volto non permette di nascondere niente; è per questo che rileggere quanto si è scritto a distanza di tempo fa uno strano effetto.
Da una parte, è doloroso: da sempre, quando vedo qualcuno che legge le mie cose mi si gira lo stomaco, perché quando scrivo ci metto tutto quello che penso e che sono, e mi fa paura lo sguardo che si posa sulle mie parole. Anche se quello sguardo è il mio.
Dall'altra parte, però, è anche piacevole, perché sale una gradevole sensazione di calore a rivedere tutte quelle facce che saltano fuori dalla pagina. E le facce sono come le parole: non le puoi usare come riparo, perché in ogni caso indicheranno sempre la tua parte, ti tradiranno senza colpa.
E la mia parte è solo mia, nessuno me l’ha data e non la condivido con nessuno: me la sono presa perché sono quello che vi tiene su lo specchio.

Io sono l’erba che cresce ai bordi delle strade, che se ne frega dell’asfalto e si mangia il cemento, e non scrivo per nessuno, scrivo per me e le mie notti infinite.
Senza secondi fini, senza politica, senza culi cui avvicinare la lingua.
Scrivo anche per voi, per guardarvi mentre mi leggete assorti, mentre mi nascondete cliccando un’altra pagina, o mi infilate rapidi in borsa dopo una stampa casuale.
Lo faccio per i vostri abbracci e per le cose che mi raccontate.
Scrivo per fare la mia parte, perché ci credo come ci ha creduto Leo Messi, il bambino malato che non cresceva mai, e che ora è il più grande calciatore del mondo.
Scrivo, insomma, per convincerci che il pesce può volare, e per guadagnarmi il sole.