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Bibliodiversità: La Lettura Da Diletto a Diritto

Scritto da Valentina Pironi, Michela Murgia, Lidia Castellani, Sandra Giuliani, Massimo Squillacciotti.

Se penso alla lettura, le prime parole che mi sovvengono sono hobby, svago, relax, passatempo.

Nella mia mente la lettura ha il passo dei tempi morti, degli spostamenti sui pullman o sui treni, e ancora in spiaggia, o prima di dormire. Non avevo mai pensato ad essa come a un diritto. Forse, perché ho sempre avuto accesso a biblioteche e librerie dove scegliere il libro in base al bisogno, al desiderio del momento. Ogni volta che ne avevo voglia.
Non tutti, però, hanno questa fortuna. Ora, la domanda è: che ruolo ha avuto nella mia vita, nella mia crescita, la lettura? È stato un mero scacciapensieri? Un'attività accessoria? No, sono convinta di essere chi sono anche grazie a quello che ho letto.
Leggere è apprendimento, un'attività fondamentale per l'essere umano. Non a caso, siamo gli unici animali a farlo. È un'attività complessa del cervello, perché non si limita a produrre significati.
Leggendo, la mente è coinvolta, stimolata al punto di creare immagini, mondi interi, in una sorta di sogno ad occhi aperti, che permette di proiettarsi in un'altra dimensione, ignorando la realtà che circonda.
Vista in tale prospettiva, la lettura è la prima forma di teletrasporto.
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Questa apologia spassionata ha un’origine precisa, un punto d’appoggio cardinale.
È vero che ho sempre amato leggere, e leggere qualunque cosa, tanto da girare per strada guardando i cartelli, perdendomi di continuo nel budello dei vicoli: pubblicità, annunci, insegne di negozi, locandine. Qualsiasi superficie o richiamo scritto, pur di decodificare simboli e produrre significati.
Tuttavia, la mia riflessione nasce dalla scoperta di un’iniziativa promossa dall'Associazione Culturale Donne di Carta: la redazione della Carta Dei Diritti Della Lettura.
È un’idea fiorita all’interno dell’Associazione, attiva dal 2008, e capitanata da Sandra Giuliani, che da più di tre anni ha l’obiettivo di promuovere la lettura come attività culturale, operando su tre fronti: ampliamento dell'offerta, facilità di accesso e distribuzione capillare sul territorio.
In quest'ottica è nata l'iniziativa, quasi una provocazione, di scrivere un documento ufficiale che prendesse a modello la Costituzione Italiana, allo scopo di promuovere la lettura non più come svago praticato da chi ha modo e risorse, ma come diritto fondamentale dell'umanità.
Usando le parole stesse della Premessa, "la Carta dei Diritti della Lettura, nell’anno 2011, fonda il valore degli atti di lettura come un esercizio di costruzione permanente della persona. Perché una persona non smette mai di costruirsi".
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Si tratta dunque di una missione umanitaria, i cui soldati in prima linea sono persone-libro: militanti volontari che dicono ad alta voce, non recitandoli, brani di libri, portandoli in giro per il territorio, e promuovere il più possibile la bibliodiversità della lettura.
Chiunque può partecipare. Non serve essere attori, solo un po' di tempo libero e volontà di mettersi in gioco.
L’alternativa è partecipare alla raccolta di firme per portare la Carta al Parlamento Europeo, diventando membri dell'associazione.
Se, come a me, vi si è accesa una lampadina e volete saperne di più, il sito www.donnedicarta.org è pieno di risorse e informazioni a portata di click.
Buone letture a tutti.
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Prefazione (Michela Murgia)
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Attenti.
Quello che state pensando vi si legge in faccia.
In un momento in cui gli operai della Fiat perdono il diritto di fare una pausa dalla catena di montaggio, in cui essere stranieri lascia senza dignità davanti alle esigenze più elementari, in cui alle donne vengono progressivamente sottratte le conquiste paritarie ottenute in anni di lotte civili e in cui i giovani perdono il diritto a sperare in un futuro, non sembra affatto una priorità chiedere il riconoscimento di una Carta dei Diritti del Lettore.
Lo conosco questo pensiero, e so di cosa è figlio.
Discende dalla constatazione che in Italia leggere è l’hobby di chi ha già fatto tutte le altre cose importanti, quelle che contano davvero per la vita. I lettori sono gente che ha già pagato le rate, tutti quelli che si possono permettere di sprecare il proprio tempo in qualcosa che non fa guadagnare denaro. In fondo, sono dei privilegiati. Magari pure intellettuali, una parola che ha smesso da tempo di evocare rispetto agli occhi dei più. Partendo da questa convinzione, chi può considerare prioritario difendere il diritto di una comunità di hobbisti, peraltro non molto nutrita rispetto ad altri paesi europei?
C’è prima tutto il resto, poi se avanza tempo verranno anche i diritti del lettore.
Non offendetevi, ma se pensate questo siete come cantine, mansarde, piccole case basse di soffitto.
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Lo dico da lettrice, ma pure da cittadina.
Chi pensa che leggere, e leggere a precise condizioni di garanzia, libertà e accesso ai testi, sia un diritto minore rispetto a quello di curarsi, studiare, lavorare, riposarsi o migrare, non ha capito una verità elementare del nostro stare insieme come persone civili.
Quella verità – nota ad ogni lettore - insegna che noi abbiamo più di un domicilio a questo mondo. Non abitiamo solo questo paese, questa terra e questa cultura, non siamo cittadini solo di uno stato.
Noi tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, anche quelli che non leggono (forse soprattutto loro) abitiamo anche le storie di noi stessi che ci vengono narrate.
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E’ in base a quelle storie che immaginiamo il mondo che siamo chiamati a costruire, con le sue pause, i suoi lavori, le sue cure, le sue migrazioni e anche i suoi diritti. Che ci piaccia o meno, siamo tutti figli di una narrazione, di una storia letta o sentita raccontare, anche quando non sappiamo più ricordare dove e da chi. Se ci sembra di essere personaggi in cerca di autore è perché stiamo dentro una trama che ci consente certi movimenti, ma ce ne nega molti altri; e più la trama è povera e banale, meno riusciamo a fare la differenza sulla storia complessiva di cui siamo parte insieme agli altri.
Rivendicare un diritto alla lettura significa allora rivendicare il diritto di pensarsi qui come fosse altrove, di immaginarsi altro per poter davvero restare sé stessi, di chiedere alternative al mondo che abbiamo e di legittimare la diversità di narrazione, qualunque narrazione, come ulteriore possibilità per crescerci dentro.
Se ci fossero più lettori, e lettori con più garanzie di accesso alla lettura, questo sarebbe già un paese migliore, perché abitato da un numero maggiore di persone in grado di sovvertirne i limiti e fare la differenza. Ogni lettore è un cittadino consapevole, critico, uno che davanti a ogni narrazione di sé limitata, avvilente o falsa è in grado di organizzare un controcanto, opponendo alla realtà impoverita che vogliono imporgli la forza sovversiva di tutte le narrazioni che da lettore ha abitato, diventandone cittadino e rimanendo allo stesso tempo migrante.
Lottare per il diritto dei lettori significa lottare per un paese che può cambiare la sua storia.
Dietro a questo diritto stanno tutti gli altri, perché questo è un diritto alla consapevolezza. Senza quella non esistono garanzie di nulla per nessuno, perché di tutti i diritti che pensiamo di avere, gli unici che in realtà possediamo sono quelli che siamo in grado di difendere.
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Una Testimonianza (Lidia Castellani)
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L’estate scorsa sono diventata una donna di carta.
(…) Come scrittrice quando vado in giro a parlare dei miei libri, mi capita di incontrare gente di ogni tipo. È un dato di fatto che durante gli incontri pubblici, chi vorrebbe dire qualcosa di molto personale, solitamente non lo fa. Per timidezza o per pudore preferisce lasciar parlare gli altri. Ero appena uscita da un confronto estremamente vivace con gli studenti di un liceo di provincia che si era protratto ben oltre l’orario previsto, quando appoggiata al portone ho riconosciuto una ragazza che aveva seguito la discussione attentamente ma in silenzio. L’ho riconosciuta dagli occhi. Spalancati e un po’ smarriti, a tratti adombrati da quella tristezza assoluta che soltanto i giovani sanno interpretare. Mi fissava con delicatezza. Davanti a un cappuccino mi ha raccontato la sua storia. Triste come i suoi occhi. Ma solo a tratti. I genitori che urlano tutto il giorno, i soldi che non bastano, le lacrime della madre, la rabbia del padre, e lei che scivola silenziosa in cantina dove con l’aiuto dei libri che prende in prestito dalla libreria comunale del paese riesce a inventarsi un’altra vita. Una vita che cambia insieme alle trame dei romanzi che tiene in mano. ‘Li ho letti quasi tutti. Volevo sapere da lei se c’è un modo per procurarsene altri’. Ha detto proprio così, e l’ha detto in tono curiosamente carbonaro: ‘un modo per procurarsene altri’. Ovviamente mi sono stupita. ‘Perché lo chiedi a me e non ai tuoi insegnanti?’, e lei che risponde malvolentieri. ‘Perché a scuola non vado bene e la professoressa dice che devo studiare di più e leggere di meno!’
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Da bambina avevo trovato rifugio in soffitta perché sapevo che lì nessuno sarebbe venuto a cercarmi. Ne ero certa poiché per arrivare al sottotetto dovevo arrampicarmi su una tubatura che non avrebbe retto il peso di un adulto, nemmeno del più mingherlino. Mi bastava la certezza di essere irraggiungibile per trasformare quel sottotetto in una zona franca dove la realtà ordinata che vivevo fuori da lì automaticamente si trasformava in una girandola confusa di realtà immaginate. Come una volpe affamata mettevo al sicuro nella mia tana tutti i libri che attraverso canali impensabili riuscivo a procurarmi. Così la mia prima biblioteca era un’accozzaglia di titoli che in condizioni normali non sarebbero mai stati vicini. Curiosamente i miei preferiti erano quelli che non capivo e che in virtù di questa loro impenetrabilità aprivano le porte dell’immaginazione. Tra questi c’era un’edizione senza copertina di un romanzo di Grazia Deledda che leggevo a voce alta per farmi compagnia, due volumi di un’edizione di ‘Guerra e Pace’ che integra ne contava cinque che leggevo e rileggevo completando a mio piacere la storia nelle sue parti mancanti, e un volume, anche quello con qualche pagina strappata, degli ‘Inni Alla Notte’ di Novalis con testo originale a fronte e una dedica vergata a mano, in tedesco. Se quei volumi fossero stati integri, non li avrei mai conosciuti: nella mia tana, infatti, finivano solo quelli che la gente decideva di buttar via. Ma a me non importava, anzi. A pensarci bene erano proprio quelle menomazioni che li rendevano ancora più preziosi. Che mi permettevano di curarli come fossero animali feriti. Ai miei occhi le pagine mancanti testimoniavano la ferocia della battaglia che quei libri avevano combattuto in mezzo agli uomini, come emissari di un paese infinitamente più ricco di parole, di emozioni e di pensieri. Ovvio che ne uscissero sbranati.
Agli inizi degli anni ’70 nel mio paese non c’erano né biblioteche né librerie. I libri stavano dentro le case di chi aveva studiato. Ed erano poche. Oggi la situazione è sicuramente migliorata ma non ancora abbastanza, se è vero quanto riporta una tabella dell’International Library Statistics, stando alla quale nelle biblioteche pubbliche degli Stati Uniti ci sono 246 libri per ogni abitante, in Francia sono 237, in Giappone 231, nel Regno Unito 188, 127 in Germania, 93 in Spagna, 88 in Grecia e, dulcis in fundo, 70 in Italia. Troppo pochi anche per una studentessa di provincia affamata di letteratura.
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In un’epoca come la nostra, in cui non sono garantiti nemmeno i diritti umani essenziali, a prima vista, battersi per il diritto della lettura può sembrare un passatempo ozioso. Ma solo a prima vista, perché leggere non può essere considerato alla stregua di un privilegio, come giustamente viene sottolineato in questa carta: si tratta di un’azione che partendo dalla lettura di un libro finisce per incidere direttamente sulla lettura della realtà. In altre parole chi legge, anche se questo non è il suo obiettivo principale, riesce in qualche modo ad acquisire le coordinate necessarie per orientarsi in questo viaggio d’avventura che è la nostra vita, senza essere costretto a seguire il percorso standardizzato di una gita organizzata da altri.
Allo stesso modo non è ozioso voler garantire a tutti i cittadini l’accesso al reale godimento del diritto alla lettura, indipendentemente dalle condizioni sociali ed economiche di ognuno attraverso la creazione di case di lettura pubbliche e gratuite, come recita un articolo di questa carta. Che in altri termini significa garantire libera scelta e uguaglianza delle opportunità per tutti (…).
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La Carta Dei Diritti Della Lettura è un documento che vuole:
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1. definire la complessità e la varietà degli “atti di lettura” come una pratica etica, soggetta a tutela, e un contributo essenziale allo sviluppo della vita sociale;
2. riconoscere un ruolo civico e sociale alla figura di chi legge definendo i suoi diritti irrinunciabili legati al concetto giuridico di “persona”;
3. identificare i doveri sociali, che spettano in generale all'industria dei contenuti e alle Istituzioni preposte ai beni culturali – per garantire e tutelare l'esercizio equo e permanente di questi diritti.
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Il Documento assume la Costituzione italiana a modello formale e stilistico come esempio di semplificazione del linguaggio giuridico e come esempio di rispetto – in termini di comprensibilità  – del destinatario del messaggio.
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È stata inaugurata oralmente in più lingue e dialetti delle comunità internazionali (Bastia Umbra, 5-6 febbraio 2011) e costruita in versione digitale accessibile ai disabili.
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A livello sostanziale è, nell’immediato, una petizione sul web da sottoscrivere su:
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Leggere non è un privilegio, ma un diritto.
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È un’azione che coincide, nella mente dei più, con un tempo perso, un tempo minore, improduttivo, fine a se stesso, perciò resta relegato nei confini privati - elitari - di chi lo persegue per obbligo (l'ambiente scolastico), per obiettivi professionali o consuetudini di casta (intellettuali), o per abitare le zone morte (il pendolarismo, la degenza ospedaliera, la reclusione).
Qui si rivendica un radicale cambiamento di prospettiva: tutti devono poter leggere, e sempre.
Non esistono condizioni che possano impedire o limitare questo diritto; né caratteristiche della persona, stati transitori o permanenti della vita che possano farlo decadere.
Ogni persona ha il diritto di essere un lettore perché ha diritto di godere di eque possibilità di emancipazione culturale e sociale; ha il diritto di costruire la propria autonomia di pensiero.
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Leggere serve a pensare: un pensiero che si rivolge a se stessi (capacità di comprensione dei propri bisogni e desideri) e al mondo intorno (abitabilità della geografia culturale e sociale).
La lettura pone le basi per avere le parole per dirsi (espressione soggettiva) e quelle per comunicare (costruzione dei legami sociali).
Tra la lettura e la persona esiste una relazione di valore fondata sul libero esercizio che uno Stato di Diritto deve tutelare e garantire concretamente.
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Leggere è un'arte dell'interpretazione che non si limita all'oggetto libro e ai suoi contenuti (lettura libraria) ma si esercita continuamente sulla vastità stessa del mondo naturale e del mondo culturale, dei suoi segni e dei suoi simboli.
Leggere è un processo complesso che costruisce competenze.
Leggere aiuta a mettersi nei panni dell'Altro e quindi abitua al confronto, tra empatia e rifiuto: insegna a dire sì e a dire no.
Leggere fa relazionare concetti, fatti, opinioni abituando a distinguere i vari piani del discorso e, quindi, della realtà.
La lettura è un processo sensoriale: si legge ascoltando; si legge facendo gesti e toccando; si legge riconoscendo un odore o un sapore.
Tutti gli atti di lettura sono equamente importanti.
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Gli oggetti di lettura, naturali o artificiali, determinano i modi di leggere e sviluppano capacità e abilità sempre diverse: sono quindi pari oggetti di valore, che vanno pensati in funzione del destinatario e degli usi diversi, storici e sociali, del processo di lettura.
Leggere è un'attività etica, libera e necessari. Saper leggere è saper scegliere. Non solo i buoni libri dai brutti libri, ma anche tra comportamenti e mediazioni verbali.
Saper leggere è saper impegnare il tempo scegliendo tra condizionamenti di mercato (possedere per essere) e scelte interessate alla persona (essere per essere).
Leggere è un'attività estetica: una ricerca continua della bellezza.
La Carta dei Diritti della Lettura propone un radicale cambiamento di prospettiva: la lettura non serve soltanto a imparare a leggere, bensì a vivere.
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Articoli
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Art.1
Leggere è un Diritto della persona senza distinzione di condizioni sociali, di età, di lingua, di opinioni politiche, di razza, di religione, di salute e di sesso.
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Art. 2
Leggere è un’attività individuale e sociale che coinvolge la mente, le emozioni e i sensi e non si limita né privilegia l’apprendimento e l’interpretazione della scrittura (lettura libraria) ma è applicabile in diversi ambiti e con diversi strumenti. Pertanto è dovere sociale incrementare forme e attività di avviamento, di agevolazione e di sostegno permanente alla lettura che creino, con eguali opportunità, un’educazione all’ascolto, al pensiero critico, alla condivisione e allo scambio di saperi.
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Art. 3
Leggere favorisce lo sviluppo della personalità, le relazioni affettive e sociali, le possibilità espressive e gli scambi interculturali ponendosi come un sostanziale concorso al progresso materiale e immateriale della società. Pertanto è dovere sociale concorrere alla lotta contro l’analfabetismo, primario e di ritorno, contro l’impoverimento delle lingue e delle conoscenze, e le condizioni che li rendono radicati, diffusi e sommersi.
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Art. 4
È diritto irrinunciabile della persona che legge esercitare su ogni testo la propria competenza linguistica.
Pertanto è dovere sociale facilitare la comprensibilità dei testi in funzione del destinatario e dei contesti d’uso, valorizzare ogni lingua madre e locale e proporre forme di diffusione dei testi che consentano la verifica e/o la
reperibilità della lingua originale.
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Art.5
È diritto irrinunciabile della persona che legge esercitare su ogni testo le proprie facoltà di lettura.
Pertanto, nel caso specifico di disabilità fisiche e cognitive, transitorie e/o permanenti, è dovere sociale incrementare forme ausiliari e strumenti che facilitino l’apprendimento, lo sviluppo e l’esercizio della lettura.
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Art.6
È diritto irrinunciabile della persona che legge godere dell’uguaglianza delle opportunità di lettura ed esercitare una libera scelta degli strumenti e degli oggetti di lettura.
Pertanto è dovere sociale rappresentare, in modo equo, negli oggetti di lettura la varietà e il valore delle differenze culturali, di orientamento sessuale, di credenze religiose e politiche incrementandone la diffusione e concorrendo alla rimozione degli ostacoli che limitano di fatto questo diritto promuovendo le condizioni, gli strumenti e le attività che lo rendano effettivo.
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Art.7
È diritto irrinunciabile della persona che legge usufruire di “case della lettura”, pubbliche e gratuite, che rendano accessibile e praticabile la lettura in tutte le sue forme. Pertanto è dovere sociale agevolare le condizioni di crescita e di sviluppo di dette realtà, anche tramite forme di collaborazione con privati, per garantire una politica culturale adeguata alle esigenze formative della persona e rispettosa delle differenze culturali delle comunità.
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Art.8
È diritto irrinunciabile della persona che legge l’accesso facilitato al patrimonio che costituisce Memoria storica e linguistica delle comunità. Pertanto è dovere sociale valorizzare le memorie scritte e orali, singole e collettive, trasformandole in una risorsa attiva e comune e promuovendo strumenti e forme di conservazione, trasmissione, circolazione e riuso.».
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Tratto da Il libro è come un corpo (Massimo Squillacciotti)
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Noi leggiamo un libro e poi il libro c’è piaciuto oppure no, comunque per tanti motivi; se ci è piaciuto ne consigliamo la lettura ad altri amici e amiche, ma normalmente non ci domandiamo “come” abbia fatto l’autore a scriverlo, a “fare” quel libro. Più facilmente liquidiamo il rapporto tra libro e scrittore pensando che “l’ha scritto perché è il suo mestiere”, e allora il libro rischia di esaurirsi nel suo essere prodotto-merce.
(…) La lettura serve anche a questo: cioè a mettere in relazione l’interno che è in noi con l’interno del mondo, piuttosto che il nostro interno con il mondo esterno; per questo penso si debba difendere il diritto di leggere: per garantire la decolonizzazione del nostro immaginario, la consapevolezza dell’etica della forma anche nella comunicazione sociale, a cui la lettura e la sua circolazione appartengono.
Quando trovo un libro che mi piace, mi sembra di “aderirvi” nelle sue pieghe, mi sembra di essere invitato dallo scrittore a entrare nella sua costruzione, mi sembra che l’autore mi guidi silenziosamente in un mondo inventato ma vero, cioè che funziona, perché diventa un corpo-materia scritto da un autore-persona con il suo corpo per un lettore-persona a sua volta dotato di un corpo: quasi che il mio corpo assuma le diverse forme che la lettura richiede.
Si legge sì con gli occhi, in silenzio e senza neanche muovere le labbra, ma è il corpo che capisce ciò che la mano, nello sfogliare le pagine, e l’occhio, nel seguire lo scritto, indicano di seguire: la materialità diventa così il luogo d’incontro delle soggettività e in questo processo di interazione si crea identità. Infatti non c’è un mestiere di lettore, ma una persona che incontra nelle “terre del non dove” della lettura se stesso e gli altri, anche se una storia scritta si basa su un patto implicito che è solo una storia scritta, ma è proprio questa sua condizione a renderla vera perché socializzata.
(…) La “terra del non dove” del testo fa incontrare il personaggio-protagonista con le persone, scrittore e lettore: è anche lì che queste figure assumono la dimensione di corpo operante e il libro opera con un suo corpo libero di diffondersi.
(…) Leggere insegna a saper raccontare, a tradurre la propria storia per gli altri perché “le storie capitano a chi le sa raccontare”, come ha detto Paul Auster.
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Che bisogno c'è dunque di una Carta dei Diritti della Lettura, e che bisogno c'è di Case di Lettura pubbliche e gratuite, se già esistono le biblioteche?
La risposta è in questo testo, che nasce dal pensiero collettivo di un'Associazione di editori, librai e lettori: Donne di Carta, e dai tanti compagni di viaggio che collaborano a promuovere la lettura difendendo la bibliodiversità. La risposta è negli 8 articoli ma anche nella Premessa, e in tutto ciò che dà a quei principi generici un valore contestuale.
Forse è anche in tutte quelle firme apposte alla Petizione sul web (ancora in corso) e nei commenti preziosi che qualcuno ha donato.
O forse è fuori dai luoghi comuni che vogliono che leggere sia un'attività oziosa, piacevole, privilegio di quelli che possono permetterselo.
E forse è fuori nel Mondo, nelle sue società multietniche, nelle nuvole che passano in cielo, nelle orme di un animale sul terreno, nella composizione chimica di un minerale o di una melodia.
Perché leggere non è leggere libri, non solo. È decodificare, interpretare la realtà sapendo che "è una costruzione possibile, non l'unica e non assoluta".
Ecco, leggere è (anche) imparare a scegliere.
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Per il testo completo, rif. www.donnedicarta.org