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Se La Solidarietà Diventa Una Professione

Scritto da Marco Vagnozzi.

«Non mi piace chi è troppo solidale, e fa il professionista del sociale».

Così Giorgio Gaber, in uno dei suoi ultimi dischi, La Mia Generazione Ha Perso (2001), con una delle canzoni più disilluse e lucide sulla contemporaneità, La Razza In Estinzione, si esprimeva in modo decisamente tranchant sulla diffusa abitudine della solidarietà rimarcata, mostrata in pubblico, esibita dai talk show e dai mass media.
Uomo schivo, anarcoide, certamente fuori dagli schemi e dagli ordini precostituiti, il Signor G in taluni suoi pezzi di teatro-canzone può apparire estremo e a tratti spietato, eppure è in questa sua veste di sapiente fustigatore di costumi che più lo si apprezza in tutto il suo acume di uomo, di filosofo e cittadino.
Il cantore per eccellenza della libertà come partecipazione sociale, il deciso oppositore di quella individualistica e istintuale del “volo del moscone”, proprio perché legato intimamente a un’idea aggregativa e relazionale della politica – l’appartenenza –, mal sopportava la professione pubblica di solidarietà, laddove non accompagnata da sentimenti sinceri.

«L’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé», recitava un altro memorabile pezzo1.
Proprio in queste parole sta il segreto del Gaber solo a prima vista anti-sociale, perché in cerca della Società per eccellenza come antitesi a quella dell’apparenza. Nell’universo di maschere e comportamenti costruiti di cui si è già parlato2, anche ciò che sembra come un gesto magnanimo o naturale può far parte di un disegno d’altro tipo, di un piano utilitaristico. Gaber, come un novello Mandeville, sbatte in faccia a chi lo ascolta quelle pubbliche virtù che celano vizi privati, egoismi, giochini di interesse o di potere. È questo Il Potere Dei Più Buoni, che il signor G portò per la prima volta in teatro negli anni Novanta e ripropose negli ultimi dischi, e per cui fu assai poco compreso, anzi, duramente criticato, anche da molti suoi fan “storici”.

La realtà del nostro Paese, e forse del mondo contemporaneo, ci presenta una pluralità di situazioni di disagio, sofferenza, bisogno, verso cui tutti dichiarano di adoperarsi per trovare una soluzione. Eppure, in quella stessa epoca storica che ha inventato il welfare, i sussidi ai bisognosi, le difficoltà si moltiplicano anno dopo anno, in una spirale senza fine dove ciò che si apre, più che una porta verso nuove opportunità, è un baratro verso nuovi abissi.
Dai pulpiti, dai balconi, dai palchi arrivano appelli all’umiltà, all’aiuto, al sacrificio, ma la cruda verità è quella del costante sacrificio degli ultimi, giacché coloro che occupano posizioni più avanzate dispensano doni e caramelle, pur di non perdere il proprio posto. Come a voler dire «ti lascio con piacere questa mia elemosina, tanto da farti capire che siamo e saremo sempre diversi e che non potrai mai raggiungermi». Ma c’è di più: l’atto del donare, così gratuito e disinteressato (nell’idealizzazione filosofica che ne dà ad esempio Jacques Derrida), sul piano sociale diventa quasi sempre concessione con un secondo fine, tolleranza, mai reale accoglienza dell’Altro. Anzi, diventa solidarietà esibita, meglio se amplificata con l’aiuto dei mass media, che a loro volta, come nella spietata invettiva anti-giornalistica di Io Se Fossi Dio, si gettano affannosamente sulle miserie umane «col gusto della lacrima in primo piano».

Pur nella veemenza pericolosa di certo Gaber-pensiero degli anni Ottanta, ben lontana dal suo stile acuto e sarcastico, semmai più incline alla furia individuale, qualcosa di vero c’è anche in questa rappresentazione così spietata dei media che amano rappresentare la sofferenza per il gusto un po’ perverso e un po’ voyeur dell’audience, per lo scalpore che attira morbosa curiosità.
Da tale raffigurazione, però, il teatro-canzone di Gaber riesce nuovamente a scostarsi con maestria, traducendosi in una messa alla berlina di pubbliche manifestazioni di solidarietà e delle giornate di impegno sociale, che appaiono forzose e costruite quanto le persone che vi partecipano, imbellettati e tirati a lucido, così ignari dei problemi del mondo per gran parte della loro vita, e così impegnati a fingere di interessarsene per un giorno all’anno. Nell’irresistibile monologo L’Azalea, rappresenta le corse domenicali del cittadino medio a comprare fiori, piante, arance e altri prodotti destinati a finanziare la ricerca o il miracoloso salvataggio di qualche specie sconosciuta del Madagascar. Così, anche il più menefreghista, il freeclimber sociale, per un giorno può sentirsi un piccolo eroe, un uomo migliore, forse incredibilmente buono, perché pensa di avere aiutato qualcuno, con un SMS che probabilmente finirà nelle tasche di qualcun altro, o dopo aver comprato un’azalea da mettere in casa. Sia chiaro, Gaber non demonizza l’impegno sincero, diretto, voluto, per chi ha bisogno di una mano tesa o di un appoggio, bensì questo professionismo del sociale, di chi pensa «alle vipere sempre più rare e anche al rispetto per le zanzare»3, ma poi si dimentica di chi gli sta a fianco, e manda volentieri l’anziano padre in una residenza pur di togliersi l’impiccio di scambiare qualche parola con lui, o di aiutarlo nelle sue faccende quotidiane4.

«Io credo che non ci sia stato un altro periodo della storia in cui gli uomini siano arrivati al nostro livello di cattiveria e di egoismo.
Un uomo oggi, non avendo remore di morale e di coscienza, tanto più gli conviene tanto più è carogna. [...] È carogna con la moglie, coi figli, con gli amici, è carogna con il mondo intero. Però la domenica... un'azalea. Tutti che comprano un'azalea. […] Dato che non funziona niente, si risolve tutto con le azalee».
La bontà vera, che commuove e colpisce sinceramente, è sostituita dalla falsa solidarietà, che al signor G non può che apparire oscena, pesante, insostenibile. Proprio come delle caramelle di merda ripiene di cioccolato (cit.), gli uomini di oggi si sforzano a dare un’immagine pubblica di sé che permetta loro di ripulire la coscienza, di sentirsi in pace con il mondo.
A questo punto, a metà tra l’invettiva e lo scherno, entra in gioco la raffigurazione trash-surrealista della conclusione del monologo gaberiano: il sogno del cantautore, in cui una mandria di mucche si alza in volo, ricoprendo di sterco i malcapitati avventori di questi allegri e festanti supermercati domenicali della solidarietà. Il finale è esilarante quanto liberatorio: «A questo punto scatta come sempre la solidarietà. Domenica prossima in tutte le piazze d'Italia, è in vendita a lire quindici... facciamo centomila, una piantina di azalee. Il ricavato sarà devoluto alla ricerca di quei poveri disgraziati che sono ancora sommersi sotto quella montagna di sterco bovino. Dio esiste».
Non potrebbe esserci conclusione più chiara e degna per il gigantesco circo di ipocrisia che Gaber vede dinanzi a sé, e che non può non ridicolizzare, da vero sostenitore della rinascita di uno spirito sociale e solidaristico sincero, che possa ridonare vitalità a un uomo spento e rattrappito, quanto il suo pensiero, pallido e smorto, incapace di uno slancio d’amore e di nuovi ideali.




[1]
Da “Canzone Dell’Appartenenza”
[2] http://www.kultural.eu/component/content/article/293-gaber-a-la-fine-dellio
[3] Da “Il Potere Dei Più Buoni”
[4] Da “La Stanza Del Nonno”