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Archeonarrative Della Tecnica & L'Estetica Del Mistero

Scritto da Loris Manelli.

Il lupo di mare non è mai nato, senza la volpe. Questo detto bizzarro e un po’ dimenticato mi torna in mente dopo aver letto su uno stralcio di periodico un articolo che parla di nautica e di storia, una storia in cui c’entrano i soliti Romani e l’insolita pace a loro legata. Quella nel Mediterraneo. Perché dalla vittoria di Agrippa, che dimostrò ad Azio, nel 31 a.C. quanto l’intelligenza poteva prevalere sul peso specifico delle forze armate, la tecnica navale finì persino sulle monete. Tecnica bellica, è vero, ma soprattutto furbizia. Agrippa non andò incontro alle galere possenti di Marco Antonio con il solo sperone, ma preferì corrervi di fianco e speronarne i remi, con imbarcazioni più agili e veloci. Completò la disfatta dell’avversario lanciando frecce incendiarie contro quegli scafi più impacciati, prendibili.
Frustrate le pretese di Ottaviano di diventare imperatore eliminando il pericolo di Marco Antonio, le galere di Roma mantennero una quiete relativa su tutto il mare allora conosciuto (i pirati erano stati debellati da Pompeo – almeno nella zona del Tirreno – nel 67 a.C.) per oltre due secoli. Azio, però, oltre a dimostrare il motto popolare dei miei compaesani, chiarisce che la meccanica è nulla senza la sensibilità, nemmeno se al timone di “mostri” da arrembaggio o di moderni transatlantici.

Fin dall’antichità, forse prima della nascita di certi proverbi, si raccontava che sul fondo del lago di Nemi, nella zona dei Colli Albani, riposassero scheletri di imbarcazioni romane. Sembra che già il cardinale Prospero Colonna, a metà del XV secolo, ne avesse tentato il recupero, senza alcun successo. Dovettero passare molti anni prima che qualcuno riprovasse l’impresa.
Nel 1927 venne dato il via a un’operazione di prosciugamento del lago, che portò a scoprire l’esistenza di un canale sotterraneo costruito dai romani, grazie al quale fu possibile svuotare il bacino dell’acqua rimasta. Cinque anni dopo, durante un dragaggio, vennero alla luce due enormi scafi: uno da guerra, l’altro mercantile. Con perizia vennero trascinati sulla riva, liberati dagli strati di fango che li ricoprivano, e nel contempo si progettò un museo per ospitarli.
L’imbarcazione da guerra misurava settantadue metri di lunghezza, con un baglio di quasi 34. Le sue dimensioni suggeriscono trattarsi di una trireme con quindici rematori per ogni serie di remi, un modello più evoluto di quelle impiegate dai Greci nella famosa battaglia di Salamina. Potevano riconoscersi ancora il rostro, la curva all’interno della prua, e il remo di governo di dritta.

L’interesse principale però era rappresentato dallo scafo: un esempio di alta ingegneria navale, con tanto di chiglia, controchiglia, ordinate poste molto vicine, i corsi dal fasciame attaccati uno all’altro e fissati alle costole. L’opera viva, la parte immersa sotto la linea di galleggiamento, era rivestita da una camicia di piombo, innovazione assoluta fatta erroneamente risalire a secoli dopo. Di certo la nave aveva due ponti: uno inferiore, dove stavano seduti i rematori, e uno inferiore, o “di coperta”, prossimo alla parte alta delle costole.
La nave mercantile, invece, aveva le linee tipiche di quelle che al tempo solcavano il Mediterraneo. L’ossatura interna era meno completa di quella della nave da guerra e non forniva indicazioni di rilievo circa l’attrezzatura di bordo – solitamente a due alberi: maestro e artemon. Le dimensioni erano comunque ragguardevoli: settantatre metri complessivi, per una grossa capacità di carico e di equipaggio. Il mercantile su cui naufragò San Paolo, secondo alcuni documenti, portava 276 persone.
Vi sono numerose illustrazioni di navi romane coeve; le più interessanti e ricche di particolari sono rappresentate nei bassorilievi di Ostia. Si vedono chiaramente scene di attracco e d’imbarco, di vita portuale comune, e i natanti sono definiti con precisione. Hanno una grossa vela quadra, due vele di gabbia triangolari al di sopra della prima, l’amantiglio del pennone e il robusto strallo prodiero dell’albero. Questa grandeur viene celebrata da Luciano, che visitò una nave per il trasporto dei cereali nel porto del Pireo, durante il II secolo d.C.

«Che enorme nave, era! Lunga 120 cubiti (un cubito corrisponde a 45,7 centimetri) e con un baglio di più di trenta cubiti, e ventinove cubiti dal ponte al punto più profondo della stiva (14 metri). E l’altezza dell’albero e del pennone che portava, e gli stralli di trinchetto necessari per mantenerla in posizione eretta! E come la poppa si innalza in una aggraziata curva terminante in una testa d’oca dorata, in armonia con la curva uguale della prua e il mascone con la sua raffigurazione di Iside, la dea alla quale è dedicata questa nave. Tutto era incredibile: la decorazione, i dipinti, la vela di trinchetto rossa, le ancora con i loro argani, e le cabine di poppa. L’equipaggio era come un esercito. Mi hanno detto che era in grado di trasportare tanto grano da soddisfare tutte le bocche di Atene per un anno intero. E la sorte della nave è nelle mani di un vecchietto che muove gli enormi timoni con una barra non più grossa di un bastone.»
Quando si dice la passione per l’estetica, il gusto del magnifico e dello stupore. L’enfasi non spegne l’interruttore della tecnica, tutt’altro, la esalta. E l’attitudine ad essere volpi prima che lupi, o forse questi ultimi ricoperti di altre pelli.

Il motivo per cui la navi scoperte sul fondo del lago siano state costruite tanto lontane dal mare è uno dei misteri dell’antichità. Alcuni hanno ipotizzato una bizzarria forse dovuta all’imperatore Caligola, che le aveva ordinate un po’ come giocattoli per divertire la corte, magari imitando una battaglia navale. Altri ne hanno collegata la presenza con il tempio di Diana Nemorense, proprio sulle sponde del lago. Qualunque fosse lo scopo, sono risultate preziose per le informazioni che hanno saputo dare sull’abilità dei maestri d’ascia di Roma.
Purtroppo, il museo eretto a Nemi è stato distrutto da un incendio durante la ritirata dei tedeschi, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e le fiamme hanno divorato le navi rima che potessero svelare per intero la portata del loro segreto.