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Welcome To Ourself?

Scritto da Manuela Di Paola.

Io non ho niente da dire, mi arrendo. Almeno, non ho da dire niente più di quello che potreste sentire da altre parti, leggere sui vari supporti cartacei, digitali, guardare in streaming su youtube, o sul canale più cool del momento.
Pensavo che sarebbe da fare una volta, in riunione: spiegare ai clienti che se proprio volessero essere schietti col loro pubblico, dovrebbero limitarsi a dire ciò. Inizierebbe l'epoca della sincerità.
Fine del processo di storytelling, un po' di pulizia.
Fine delle foto sovrasature, e non perché spodestate da quelle coi filtri un po' vintage di Instagram. Fine di molta letteratura; fine, soprattutto, di quei saluti in piazza alle cinque di pomeriggio, con gli sguardi tipo analizzo in un istante la tua persona dall'alto del mio appartenere a una coppia felice, come puoi notare dal mio passeggiare sottobraccio con l'uomo della mia vita che mi ha appena fatto i complimenti per l'ottima messa in piega che la mia costosissima parrucchiera del resto mi fa ogni sabato pomeriggio nella pausa postprandiale di un'oretta e mezza quasi due, in cui lui guarda le notizie sportive, fa la formazione del fantacalcio, va a lavare l'auto, e io mi dedico al benessere psicofisico, nonché per l'elegante abbinamento del mio maglione color malva con le ballerine lucide smaltate viola – pure se le ballerine vanno bene per la promenade pomeridiana, forse appena per l'aperitivo, ma debbono poi cedere il passo al tacco per mantenere un certo appeal nei confronti dell'altro sesso, mentre tu le metti sempre e poi sei tutta vestita di nero e guarda, non dico niente sui tuoi capelli, solo che è strano che tu nonostante tutto abbia un lavoro, e per un attimo nemmeno so se definirti hipster, perché senza averne bisogno non porti gli occhiali con la montatura spessa.

Fine persino della vicenda hipster, per quanto a pensarci sia emblematica dell'essere umano e della sua smania da una parte di inserire tutto in categorie prestabilite, un po’ come Aristotele, declinata e imbarbarita dai tempi (perché in fondo ciò che è ordinato è amabile), e dall'altra del «bisogno, oh disperato bisogno!» di sentirsi unici, speciali – di meritare amore.
 
Questo “poco” è quello che io sono, te lo porgo nuda, te lo offro perché tu lo possa custodire, farne tesoro, anche tu nudo, cosicché noi ci si possa riconoscere semplici e complessi come esseri umani, e come tali legarci & pensarci prodotto di milioni miliardi di anni prima di noi, e dinosauri, animali preistorici, assedi di castelli e resistenze, inverni e autunni sulle montagne, tramonti e costellazioni, lente erosioni, modifiche della superficie terrestre, e rappresentanti di tutti i sorrisi, le botte, le scopate, le nascite, le morti di ogni istante su tutto il pianeta. Come una canzone, tutta d’un fiato.
 
Questo sarebbe da dire urlare sussurrare, perfino cantare. Un gioco fluido di ritmi alternati, di voci in un rap a rime libere. Ma non ci sta nei centossessanta caratteri della bio di twitter, e mentre scelgo l'immagine-profilo adeguandomi a quello che mi sembra il mood dominante (avere più carisma e sintomatico mistero), penso che bisognerebbe inventare un social che permetta di scegliersi i contatti in base a come si combinano gli odori della pelle tra loro. Pressappoco come coi disegni dei bambini, così simili negli alberi o nel globo, nelle case, nella gente, durante il primo anno di scuole elementari. In base alla parola preferita, meglio ancora se inesistente, oppure onomatopeica.

Un'amica dice «voglio andare all'estero» e ha ragione. Fa bene, lei, laureata in biologia – mentre penso che il miglior uso della mia, in Filologia, sia farne carta emporetica – a sognare l'espatrio, sebbene ignoro se sia un cielo diverso la soluzione a un'affezione dell'anima, e lo dico con due finestre aperte: una sui paesi in cui si vive accettabilmente con trecento euro al mese – tra tutti preferisco la Costa Rica –, l'altra sulle foto di varie tavole nei cinque continenti. Ed è una sconfitta appurare che tante marche sono le stesse, magari con format diverse; che nemmeno scappare potrebbe risparmiarci dal bombardamento di immagini, spot, promozioni, che rappresentano imposizioni di uno stile piuttosto che un altro, e dal rischio di non essere abbastanza sul pezzo, mai, di non dire le cose giuste nel modo giusto, nel non saper essere, oh, abbastanza piacenti alla moda, vendersi bene, e infine vendere, vendere tutto, svendersi fino a svenire e trovare l'unica alternativa nel più famoso monologo di Trainspotting.

Welcome in your own infinite jest.