Sfide, Errori, Nel Sottostrato Dell'Esperienza
La difficoltà non sta nella prova finale, ma nella tensione che la precede.
Una volta immersi nella sfida, in uno di quegli esami che non finiscono mai, si è ormai sfogata l’inquietudine dell’attesa, ciò che genera ansie e incertezze. Prima, finché è possibile, si lascia spazio alla pigrizia, quasi fosse il più efficace degli esorcismi. Anche ora, anche qui, davanti al foglio bianco come un muro su cui ho da scrivere qualcosa che so, forse un’esperienza, una sensazione. E fino all’ultimo non riesco a dare la spinta decisiva ai tasti, mettermi d’impegno.
Scrivo in misura del tempo che decido di prendermi, perché soffro di pigrizia cronica. Un malanno di larghe vedute, che solo la medicina della passione può curare. Il guaio è trovare il medico giusto. E sia chiaro: ne ho bisogno, un bisogno fottuto. Due giorni fa ho finito di abbozzare la tesi: mi sono preso un giorno e mezzo di relax, di passeggiate sul lungarno e di spese al supermercato per far sedimentare il tutto, e trovarmi con la penna rossa in mano stamattina, a correggere quegli odiosi errori di battitura che mi inchiodano alla tastiera. Ne scoprissi pari a quanti ne faccio, sarei a posto. Purtroppo, la rilettura personale è una trappola: leggi quello che vorresti scrivere, non i pasticci che hai incoscientemente impresso su carta.
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Tant’è, attendo che la mia compagna di appartamento finisca la sua, di tesi; poi ci faremo il vicendevole favore di leggere ognuno le parole ingombranti dell’altra. Lei si accoccolerà fra i viaggi Ai Confini Della Realtà, io ne farò uno nel Seicento, a caccia di streghe ed esorcisti. Abbiamo sempre meno fantasia, serve ricorrere al passato. Meglio quello dei frangenti più bui, che per paradosso sono utili ad accendere la luce.
Non so chi dovrà penare di più, se lei a leggere la biografia di Serling, o io sulla grammatica truce del Medioevo. Quella per cui l’aldilà è sacro, ma proprio non riesce a perdonare, a comprendere i limiti dell’uomo, e inventa macchine da tortura e atrocità assortite. Non ci siamo evoluti. Ne parlavo proprio con lei ieri, davanti a una pizza. Raramente mangiamo in silenzio – ho bisogno di condividere persino l’analisi del menù – e così, per libera associazione mentale, ci siamo messi a discutere sull'aldilà.
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E poi sulla vita dopo la morte, sugli spiriti, sulla necessità dell'uomo di un premio per aver sopportato il carico dell’esistenza, sul timore di una punizione, sull’espiazione in un qualche purgatorio.
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Sarà stato anche merito della sua tesi, chi lo sa.
È un dato di fatto che il Medioevo consideri la vita dopo la morte un concetto estremamente umano, che non ha rapporti con presunte onnipotenze divine. Un sottostrato dell’esperienza, mai avuta, ma che da secoli pretende di parlare attraverso vati, medium e futurologi. Oggi ci si mettono pure gli scienziati. Un televisore acceso, che sino a quel momento ci era stato di solo disturbo, viene in soccorso, o quantomeno foraggia l’immaginazione: «Voglio pensare che questo sia soltanto un test».
Parola di Hugh Laurie, per il popolo televisivo il Doctor House. Un balzano personaggio che prende il cuore con scorbutica ironia, e se lo trascina giocondo per il New Jersey. Ogni tanto mi chiedo se l'infantile dipendenza dalle serie tv non sia solo un modo di rifugiarsi nell'isola che non c'è. Ma in fondo non è poi un gran danno: può persino liberare dal vizio della pigrizia, dal complesso della pagina bianca, quando si ha troppo da dire e ci si vergogna di dirlo male. Anche questa è tensione, è attesa di una sfida con se stessi. È fame di esperienza.
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A volte il risultato è scontato, come in chi soffre la sindrome del secchione: «Aiuto che fifa mio dio non so niente memoria azzerata non posso pensarci andrà da schifo ma certo, sì, ne sono sicuro», con le virgole solo alla fine, e una pausa di respiro per darsi coscienza dello sproposito. Qualcuno la mette per scaramanzia, o perché aspetta una parola di conforto che è stufo di ripetersi. Ma il redde rationem ne ripaga la menzogna con un voto alto, altissimo, quello che le parole avevano escluso.
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Le virgole nei discorsi non sono errori da correggere, come quelli che possono capitare nella rinfusa di una tesi. Sono piuttosto il beat, un ritmo, sono il riscaldamento acceso in una stanza fredda oltre ogni misura, quella dove più metti vestiti addosso e più rabbrividisci. Sono concorrenti in quelle prove, in quegli esami che non finiscono nemmeno con chi prova a ignorarli fino al nuovo incontro. Neppure la morte, di cui la tesi della mia coinquilina è farcita, riesce a farli smettere, ad escluderli del tutto. Ce li portiamo altrove con le domande, con i perché.
Quei perché sono i soggetti furbi, zitti finché possono, con le parole contate e più abili, che lasciano appena intendere il resto. Anche – e soprattutto – le apparenze. Quei perché sono il fratello che sembra buono, docile, pure svampito; quello che ha una casa propria, ma porta i vestiti da lavare a mammà. Quello che ha un lavoro e uno stipendio, ma i cui mobili sono usciti dalla carta di credito dei genitori. Quello che ti lascia la camera perché abita fuori, ma ci tiene a precisare che rimarrà sua, sempre.
Quello che affronteremo quando sarà esaurita la tensione e non rimarranno altri esami in sospeso, e si dovranno piazzare le virgole nei punti esatti, e correggersi da soli, con tutta l’esperienza alle spalle. Quell’esperienza che, secondo Bloch, è «l’altro nome che gli uomini danno ai loro errori».
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