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Gaber & La Fine Dell'Io

Scritto da Marco Vagnozzi.

«L’interezza non è il mio forte. Per essere a mio agio ho bisogno di una parte.»

Così Giorgio Gaber, ne Il Comportamento, rappresenta a suo modo lo svilimento e lo smembrarsi della persona nell’era contemporanea. Curioso che queste parole siano state scritte e messe in musica nell’immediato fermento del post-Sessantotto, quando l’appartenenza sociale o politica dava all’individuo la certezza di impegnarsi per qualcosa. Eppure, il signor G vedeva lontano già allora, e aveva colto a suo modo la presenza di quelle maschere sociali descritte da Erving Goffman. Per il sociologo, la “persona” sembra sentirsi tale solo nel momento in cui recita una parte, sia essa quella dell’uomo che nel weekend fugge dalla ressa cittadina e si ritira in campagna ad accendere il fuoco nel camino, o quella del pendolare che incontra una bella donna e si finge uomo vissuto, o ancora quella dello studente che si fa apprezzare perché legge Hegel e si crogiola nel suo fascino intellettuale. Si torna quasi al significato letterale di “persona”, che in latino indicava proprio la maschera, e si estremizza quel motto degli anni della lotta, elaborato con tutt’altro significato, secondo cui «il personale è politico.»

L’individuo, scagliato all’improvviso in un teatro pubblico in cui la scena e le trame sono totalmente sovra-determinate, ha l’illusione di portare sulla scena sociale le proprie emozioni e il proprio vissuto, quando in realtà vi porta solo ciò che i registi – sempre più occulti – si aspettano, smembrando lentamente il proprio Io.
L’identità diviene l’essere identico a qualcuno o qualcos’altro, cambiando al limite pochi connotati. Anzi, vi sono identità plurime, che contano solo in quanto tessere colorate che compongono un mosaico sociale raffigurante un gigantesco circo. Quando ciascuno ha esaurito il proprio numero o la propria parte, ha bisogno di essere ridefinito, perché, come dice ancora Gaber, «lo fanno tutti» ed è «una tacita convenzione.»
Se questo poteva essere vero negli anni Settanta, quando le parti erano almeno ancorate a un qualche barlume ideologico, figurarsi cosa può significare ora, dove la
libertà come partecipazione diventa qualcosa di simile a una costrizione attraverso il role-playing.

In altre canzoni il signor G ha ripreso questo tema della crisi dell’Io, ad esempio in Un’Emozione, dove descrive in maniera non troppo velata il prosciugarsi della persona umana, divenuta preda dei ruoli e delle convenzioni sociali a tal punto da non sapere più né identificare né tanto meno provare slanci emotivi: «Un’emozione non so che cosa sia, ma ho imparato che va buttata via. Dolce prudenza, ti prego, resta ancora con me, da tanto tempo non soffro grazie a te.»
L’anestesia psico-sociale è completa, l’Io annullato più che mai: sembra un paradosso, nell’epoca che fa dell’individualismo economico la sua bandiera, eppure a ben vedere questo individualismo è proprio ciò che annienta l’uomo come animale sociale, che vive, ama, odia e soffre coi propri simili. Perfino i suoi gesti apparentemente più normali divengono costruiti, pianificati, misurati per non apparire sconvenienti al grande teatro della società. Una mano che si muove, le dita che si stringono per prendere una sigaretta, i movimenti della bocca e dei muscoli del viso nell’aspirare e nell’emettere il fumo, che oggi tutti intendiamo come gesti quotidiani, quasi impercettibili perché “naturali”, sono in verità altrettante “tacite convenzioni”, segnali per attirare l’attenzione o per calarsi in una parte.

È allora che il signor G, nel memorabile Cerco Un Gesto, Un Gesto Naturale tenta di recuperare ciò che è rimasto di vero, di volontario, ciò che possiamo controllare con la nostra mente e il nostro cuore, liberi da condizionamenti d’altro genere. Cerca un gesto vivo, vero come l’Io, ma non trova altro che una figura a pezzi, incapace di risalire alla propria identità: «Devi essere come un uomo, come un santo, come un Dio. Per me ci sono sempre i come, e non ci sono io.»
La maschera si è dunque fusa con la pelle, l’identità è una catasta di ruoli e convenzioni sociali. Qui sta il lato drammatico, e insieme grottesco, dell’uomo postmoderno, «quello che perde i pezzi», a cui cadono persino gli organi e gli arti, allegoria perfetta non solo dell’impossibilità di ricreare meta-narrazioni politico-sociali, come diceva Jean-François Lyotard, ma soprattutto dell’innegabile teatralità, limitatezza e mancanza d’incisività di utopie sociali sempre più piccole e a loro volta grottesche, lasciate proliferare qua e là purché non turbino l’ordine costituito. Ecco ciò che resta dei “movimenti”, mobili quanto gli interessi, le attività e i divertimenti di un ex-Io, scomposto e puntiforme. Come può esservi ancora una lotta per il cambiamento sociale, sembra dire Gaber, quando tutti abbiamo intonato, come sotto ipnosi, il Requiescat In Pace dell’individuo?