Venticinque Aprile: Margherite Per Gina
Faccio un po’ di silenzio intorno e tento di scrivere di un giorno particolare.
Un giorno le cui cose suggerite sono più importanti di quelle dette, sbandierate. Perché le bandiere si muovono con il vento stesso che a volte le strappa. E ci vuole anche una predisposizione mentale, che non risente di questo clima bislacco e senza scelta: apro le braccia e ringrazio quindi per la pioggia, per il turchese immenso e le nuvole dalle forme bizzarre, l’aria che cambia loro i connotati. E ancora per i ponti costruiti a congiungere l’orizzonte, che si guardano da spettatori e protagonisti di tanta meraviglia.Un fulmine colpisce un albero secco e la mia coscienza.
Passeggiando tutta sola per il paese, cosa di una certa rarità, mi soffermo su particolari della piazza che di solito sfuggono alla frenesia delle commissioni, ai passaggi incalzati da una meta. Il sole riappare solo a tratti, illuminando un monumento e una lapide fitta di volti incorniciati accanto a nomi di giovani e meno giovani dispersi, scomparsi in battaglia, caduti per la resistenza.
Il mondo non è mai pronto per le tragedie, specialmente a evitarle. Così, affida la storia al dolore del ricordo.
E sotto alla scritta FUCILATI SULLA PUBBLICA PIAZZA compare una serie di nomi che ai contemporanei manda ben più di un messaggio. Una lista che mette i brividi. E mi rendo improvvisamente conto che sto calpestando un suolo sacro. Sotto un lenzuolo d'asfalto, a qualche centimetro dalle mie suole, c'è ancora il sangue di quelle persone uccise per rappresaglia.
Da queste parti la resistenza è stata strenua, coinvolgente; quasi in ogni famiglia c'era qualcuno che dormiva con un'arma sotto il cuscino. Qualcuno che nascondeva, proteggendoli, ragazzi sottratti alla vergogna del conflitto. Qualcuno che murava armi nelle pareti della stalla. I miei vicini di casa hanno avuto gli artificieri per una settimana quando hanno deciso di ristrutturare un vecchio casolare.
Davanti al monumento che guardavo poco fa si celebra un Venticinque Aprile senza più elenchi, ma rivolto a tutti coloro che sanno cosa essi significano.

Perché nessuno dimentichi verranno deposti fiori e commemorate migliaia di persone, quelle in divisa e quelle vestite di umiltà, di panni civili, morte nella stessa guerra, forse non tutte con la stessa idea di libertà. Ogni vita una storia incompiuta. E il pensiero va a Gina. Gisella, all'anagrafe, classe 1925, e al suo personale 25 Aprile.
Lavorava nelle risaie, a quel tempo: la famiglia povera come tante, suo padre un riformato. Quel giorno era nei campi, non era ancora festa nazionale, e per la sua memoria uno sforzo inutile. Le notizie correvano veloci tra quelli della resistenza e a ondate, a nuvole fitte come zanzare, avevano iniziato a scendere dalle montagne, a riemergere dai nascondigli tra i pioppeti. Invadevano le piazze gridando: «È finita, la guerra è finita.»
Un conoscente la chiamò dal fosso alto, quello da dove si inondavano le risaie.
«Gina, se vuoi tuo padre, vallo a riprendere in Campornera prima che se lo portino via le volpi!»
Camporanieri, terra di nessuno a ridosso del Crostolo, era stato teatro il 24 Aprile della fucilazione di due partigiani. Distava diversi chilometri dalla risaia, ma lei se li fece tutti d'un fiato, con le sue ciabattine bianche che a malapena le stavano ai piedi. Salì rantolando sull'argine viscido e in mezzo all'erba alta vide qualcosa.
Erano cadaveri, tutti in fila, e poco distante qualcuno piangeva. Fece fatica a rintracciare il padre; non fosse stato per gli abiti non c'era più niente da riconoscere in quel volto devastato. Si fece forza non per trattenere la rivolta dello stomaco, che aveva sempre avuto buono, ma per trascinare quel corpo lontano. Non sapeva come ma doveva riportarlo a casa.
Allora lo fece rotolare giù per l'argine, lo nascose alla meglio tra l'erba, perché le volpi e i partigiani non avessero modo di farne scempio. Corse verso il primo casolare a chiedere un carretto in prestito a un contadino. Mentre correva le ciabattine le scivolarono via, Cenerentola senza principe le abbandonò per la carraia. Il cervello di suo padre era viscido. Proprio così mi disse, senza sfumature nella voce: viscido. Le guardai i piedi scalzi, e capii improvvisamente perché non l'avevo mai vista in ciabatte.
Il padre di Gina non era un fascista, non era un voltagabbana, la sua unica colpa era stata non voler avere nulla a che fare con gli strumenti di morte. Paura, ignavia, buon senso... solo lui lo sapeva. Lui, e tutti quelli che morirono a Camporanieri quel giorno. Per loro non ci saranno fiori, né lapidi, né memoria. Solo la mia e quella di Gina.
Questa è la guerra, ingiusta anche nel ricordo. Avara di verità.
Oggi e sempre fuggirò la retorica dei discorsi celebri, delle autorità in pompa magna e il cordoglio in giacca e cravatta. Telefonerò alla mia amica, le chiederò di raccontarmi ancora la sua storia. E chissà, magari ci ritroveremo a pranzare davanti alla finestra, a piedi scalzi, con il formaggio e le pere del suo orto, i papaveri rossi dipinti sulla porta, e l'odore di trementina nell'aria.






