Almanacco Equivoco
Secondo un’antica usanza, non è abominevole scacciare la morte con un matrimonio.
E quel vestito bianco giaceva da anni preda delle tarme e della fame insaziabile della solitudine, tanto che Sex decise di organizzare ogni cosa per tempo, per gradi, a scanso di sorprese. I vent’anni volubili di Tatiana, già scossi dal ricatto del padre Vittorio, che per timore non osava contraddire, fluttuavano interrogativi al cospetto del destino. In paese non era ben vista l’originalità, ma Piero aveva i numeri giusti: la cospicua eredità di Sex. Lui era l’autentica mosca bianca. Battezzato sotto una luna di paraffina, sullo lo stagno dove la madre aveva una stamberga di stoffa e bamboo, che di pioggia in pioggia sembrava affondare sempre più nella melma, non portava cognomi se non per l’anagrafe. Era figlio di una prostituta di infimo grado, un ceffo sgraziato in un corpo deforme ma abile, nella tenebra soffusa in cui accoglieva dentro a sé i clienti. Anche gratis, dicevano le immancabili malelingue.Una lampada a petrolio faceva brillare il seno e le cosce, fra lenzuola abbondanti come le labbra e i liquidi viscosi, lasciando il resto in ombra. Non c’era indirizzo su quella tomba nel deserto, non era mai servito. Il sesso ha una memoria istintiva che nessuno riesce a disorientare.
Ovunque, nell’insonnia tribolata, nel coup de theatre escogitato per ridestare i piaceri, l’indiscrezione indossa sempre i panni adatti. Mugolando, ci dice che nel rendez-vous con le incombenze di ogni giorno c’è un intreccio di relazioni proibite, una realtà che ospita la mente nel giardino dei poeti.
Quella sproporzione coi gesti domestici aveva cresciuto Sex, che degli uomini sapeva poco, e meno ancora gli interessava. Passava ore a leccarsi le escoriazioni sul corpo, e con saggezza animale non badava agli specchi, assorbito dal suo lavoro in fonderia. Dell’abilità materna nella gestione delle apparenze non aveva appreso nulla, tranne una vaga cortesia. Con le emozioni era rigido; gli argomenti serrati, aspri, legati a codici arcaici e tremendi.
Un’esplosione si era portata via operai e dirigenti, schiavi e faraoni, con lo stesso strazio per plebei e aristocratici, risparmiando il solo Sex, estraneo ad ogni identità sociale. Sfigurato dal fuoco, era divenuto l’orrendo e rispettabile padrone dell’unica fabbrica della zona.
Tatiana vedeva Piero all’uscita dal lavoro, raramente in chiesa, quasi sempre in piazza la domenica pomeriggio. Era del gruppo che sorrideva alle ragazze, il più alto, coi capelli laccati e le guance smorte, da lattante. Un viso che ispirava fiducia, sobrio, un po’ spaesato nella marsina ben stirata: quanto poteva esservi d'opposto al padre, Sex, in lui risplendeva. Parlava impacciato se Nora o Julia gli sfilavano accanto, abbassava lo sguardo e curvava il collo esile, come a contrarsi verso il suolo per rimpicciolire. La miseria è un tatuaggio che si porta per generazioni, di rado l’indolenza dei privilegi cancella l’umiltà delle origini.
Nel caffè i ragazzi entravano agili, vecchi del mestiere. Commiseravano le grandi città mai viste eppure prive, secondo loro, di quei luoghi così solerti nell’accogliere l’intellighentja popolare, rifugi ideali per cospiratori e istrionici idealisti.
Si raccoglievano tutti nella sala dei biliardi, chi per bere e chi per fare politica, chi per darsi arie di cultura e chi per sentire l’eco di schiamazzi provinciali. Dove stagnava l’aroma del fumo era interdetto l’accesso alle donne. Solo qualche ragazzino si intrufolava quando il padre, ormai ciuco, ne annunciava l’ingresso in toni biblici.
Sex non ci andava mai, al bar. Pare fosse un eccellente giocatore, ma nessuno l’aveva mai visto con le carte in mano. Aveva insegnato al figlio la pazienza certosina dei pokeristi, ma Piero privilegiava la stecca. Andava forte, amava esibire un paio di nuovi colpi a settimana per stupire gli amici e guadagnarsi l’ammirazione e le puntate degli incauti sfidanti.
Tatiana pensò che, vizietto a parte, poteva essere davvero un buon partito: posato, solerte e premuroso dalla sveglia sino al tramonto. La intimoriva soltanto l’oscura nomea di Sex.
Suo padre ripeteva che era passato il tempo ingeneroso per quello sventurato, e poi bisognava guardare al futuro, ai vantaggi, e lui s’era spezzato la spina dorsale a colpi di vanga per crescere la prole. Tre figli maschi scomparsi in guerra e lei, Tatiana, come unico conforto. “Tutto ciò che faccio è per te”, le ripeteva, “È per il tuo bene, anche se a volte fatichi a comprenderlo”.
Tirato a lucido dalle cure della signora Tosi, l’abito nuziale scrollò via uno spettro di naftalina e calzò con fierezza e speranze migliori indosso a Tatiana, un giorno che la parrocchia ribolliva di amicizie sbocciate tutt’a un tratto. E fiori, gigli dovunque, orchidee bianche vere e finte, ramoscelli alle finestre dei rioni. Una letizia stordita si era infilata nei tuguri e nelle ville, traboccava dagli oblò delle stalle e dei bagni pubblici, dalle verande patrizie alle vertigini delle ciminiere.
Anche la fonderia si era fermata, con gli operai schierati in doppia fila sul sagrato. Gruppi di mocciosi saltavano come grilli, grattando con le unghie e coi bastoni a mo’ di spada l’arenaria giallastra sulla facciata della chiesa. L’ottimismo riempiva ogni angolo del paese.
La festa smosse persino gli incalliti giocatori di scopa, che misero il naso fuori del bar, grassi più di bile che di birra. Vincitori e vinti si unirono al corteo, anche solo per un saluto. E al momento dello stacco musicale, l’organo fece cilecca, tra le risa generali.
“Mai a tempo, mai una volta”, commentò fra sé e sé don Gelmis, con una smorfia di rassegnazione. I chierichetti ridevano agli svarioni del sagrestano, e ne alimentavano la leggenda scollando le candele, versando il vino nell’ampolla dell’acqua, slegando la corda della campana, bagnando le ostie, o annodando le cordicelle delle tonache. Tanto la colpa era sempre sua.
L’ennesima distrazione fece sudare freddo il parroco, che sottecchi spiava il volto di Sex, granitico e impassibile. Soffocato da una grata di rughe, ripose la croce dorata sull’altare, fece un cenno con l’indice e sparì dietro al pulpito. Dai fedeli si levò un mormorio. Qualcuno sbadigliava, nelle ultime panche rumoreggiava l’impazienza.
Benedizione e congedo.
Tremila fedeli uscirono in pace scoordinata, mentre alcune mani sfioravano la fronte con effimeri segni di croce.
A raffiche, il vento sbatté sulle imposte durante la sagra, nel ristorante di Cloes. Graffiò gli zigomi acuti dei passanti, rovistò le immondizie seminate nel buio e scagliò chicchi di grandine come proiettili sull’asfalto stanco di danze, rutti e boati. Sex non avvertì i tonfi della natura imbufalita, né i gemiti nella camera nuziale. Stropicciandosi gli occhi, la sposa si destò intontita, nel letto disfatto. Piero era uscito presto, molto presto, prima che la buriana si fosse placata. Lei ricordava le convulsioni e un sonno pressante, ipnotico, e ancora vaghe eccitazioni come saette.
In sogno le era apparsa una cascata: l’acqua era presagio di sciagura, ma aveva il cuore colmo di serenità.
Moglie prediletta di un rampollo destinato al successo, studente nella capitale e alacre lavoratore: al diavolo le superstizioni. Sua madre, invece, si gettò ai piedi di un santino, sbavando pianti, penitenza e invasate professioni di fede. Uscì da quello stato di trance quando non ebbe più forze per sgranare il rosario.
Tatiana, allora, scese a conversare con le amiche per strada, ma già Morena le trovava un difetto di pronuncia, Giulia rideva del suo naso troppo francese, Petra e Loretta sembravano stranite da quella grazia ruffiana che tanto le divertiva un tempo. Anche a Sara, la fedele compagna di sempre, sembrava una principessa nella fiaba sbagliata.
- Qui ci sono solo orchi, incubi dell’indigenza e gente semplice che lavora -, le disse. - Gli intrighi di palazzo stanno fuori dai recinti, non vangano gli orti e spalano il porcile. Sei su un treno che cozza contro ostacoli umani e li abbatte uno ad uno. Nel tuo scompartimento c’è un baule per ogni vestito, per le borse, le scarpe, le gonne, i cappelli e gli assegni; nel nostro siamo in sei e ciascuna ha una valigia sdrucita.
Senza rispondere, la ragazza si allontanò, e seguì un corteo funebre che attraversava il vialetto, come una vedova seminata dal carro, persa negli sforzi del ricordo.
Dama Ferrua, in drogheria, rifiutava di venderle salumi e ortaggi, eppure al banchetto di matrimonio aveva mangiato di gran lena con tutta la famiglia e senza complimenti, strafogandosi nella crapula e brindando alla felicità degli sposi. Piero vedeva smagrire la tavola, ma era completamente assorbito dalle sue occupazioni per badare a quell’inezia. “Saggia ragazza ho portato all’altare”, si compiaceva, “parsimoniosa e oculata, attenta agli eccessi. Papà può essere fiero di me”.
Nessuno di accorgeva del suo subbuglio, tantomeno Sex, che rientrava a giorno sfatto, spesso in branco con gli operai. Saccheggiavano la cantina come lupi assetati di sangue, e dopo i saluti restava sull’uscio ad ascoltare il lamento dei cani e dei felini in amore.
“Lutti e gioie sono affari pubblici, in un paese”, pensava, “sono il suo almanacco. E anche Piero deve contribuire”. Crucciato, svenne sul pianerottolo. Due ore più tardi, si aggirava già con fare rapace sulla balaustra degli altiforni. Dalla scala scendevano giovani invecchiati in quel buco rovente.
Lanciò un’occhiata in direzione dell’ufficio, barcollando raggiunse la porta e sparì nella penombra di un lume asfittico. Sfiatò come un mantice dalla bocca grinzosa, e ordinò con un mezzo ruggito di chiamare il medico.
Se Piero non collaborava, avrebbe trovato lui una soluzione.
- Un nipote -, esordì in tono austero.
- Prego?
- Ha capito bene, dottore. La mia vita è iniziata con un figlio, vorrei finirla con un nipote. Prima non c’è stato nulla, il vuoto più totale, lei lo sa bene. Non conosco la mia età, ma so che non siamo distanti. Mi dica: cos’ha fatto dei suoi vent’anni? Un militare? Un marito? Uno studente? Io ero qui, a intossicarmi di ustioni e di sfottò. Mi hanno chiamato col nome del sesso, hanno annegato mia madre nella sua baracca, e adesso mi temono. Hanno paura della loro ombra e parlano per spaventarsi. Passo per strada e le tende si chiudono, la mia faccia è lo spauracchio dei bimbi cattivi.
Il medico si morse le labbra, portò una mano al petto e disse: - È qualcosa di cui devo scusarmi anch’io, perché non sempre la cultura di un uomo ne esprime il valore. Sui libri ho imparato una professione, la mia coscienza è cambiata diventando padre.
- Non ho nulla da rimettere alla mia, ma la capisco, - rispose Sex, - per questo le ho chiesto di aiutarmi.
Visita, analisi, diagnosi. Giusto una manciata di minuti, e Piero poté andare al lavoro.
Il medico chiese udienza al direttore e Sex fece passare. Rimbalzò quattro clienti, che avendo imparato a conoscerlo non la presero come un’offesa.
- Si accomodi, su, non mi lasci sulle spine.
La sua vita era giunta a un bivio, perché nessuna autorità può vantare crediti dinanzi alla morte. La sentiva nelle ossa svuotate, nello scompiglio annacquato della vista e nelle mani ossute, scosse da tremori frequenti. Sarebbe stato un sospiro in meno nelle vie, una scaglia di malinconia messa a tacere, perché la ragione è amica solo dei vivi. E dopo il responso del dottore si sentì ancora più vuoto: Piero era sano, perfettamente a posto. Sciolse i livori in una bottiglia di cherry, sibilando maledizioni fra i denti. La sterilità di Tatiana era l’ennesimo sgambetto del fato.
Annullò l’incontro coi clienti e fuggì dallo stabile col piglio di un bandito colto in flagrante.
Sui riflessi traslucidi dello stagno, tornò a frantumare l’acqua scura coi piedi. Gettò un fiore sulle alghe spirogire, un fiore umile che nessuno mai raccoglie, gingillo delle api e dei fuchi sfaccendati. Ne sacrificò tanti quanti gli anni della sposa infeconda, nel tributo pagano a numi inferiori, costumanze dal cuore di cuoio. E con loro, gli piacque sognare di sparire in un'altra dimensione: lui, Piero, gli operai, il suo mondo, leggeri come fantasmi.
Voci femminili smontavano la materia liscia del vento, richiami striduli sbudellavano il sussurro intestino dei fossi. Un lungo intervallo era trascorso in un batter di ciglia, ingolfato da risa e grugniti insolenti, furori di beoni assuefatti. E lui prendeva a calci i sassi, guardava il fumo dei comignoli chiazzare il cielo e continuava a ripetere “disonore, maledizione e disonore”. Non faceva altro che canzonare la sua jella, svuotato d’altri pensieri.
Vide il fiume arroventato dal sole intenso, e i campi e le rive dei fossi avvolti nello stesso rossore. La rugiada era evaporata, lasciando intatta ogni piega dell’erba; avrebbe voluto seguirla e ritrovare la sua integrità il giorno dopo, e avere un corpo scintillante per passare inosservato.
Invece, un traverso vociare si era sparso per l’aria carica d’invidie, gelosie, germi della discordia. La corazza che si era cucito addosso era incrinata, e il nudo biancore delle carni si offriva in tutta la sua fragilità. Così, mentre Tatiana elemosinava dai genitori di che imbastire una cena, un sontuoso berciare le fioriva attorno, rimbalzando di bocca in bocca e per cantoni poco frequentati, inclini a esplorare il mondo altrui da una certa altezza in giù.
Sex diventò l’avaro del villaggio.
Un’etichetta ingrata per lui, che nutriva tre quarti del paese con gli altiforni e pagava bene, regolare, premiando tutti con la stessa faccia incarognita. Lui, che aveva visto Piero trascinato a casa da corrotti sfidanti, battuti ma fieri di quella vendetta di orbe percosse. Lui, che avrebbe sopportato qualunque barbarie fuorché restare impotente a vegliare il disarmo della sua progenie, facendo spallucce e semplici controlli della vita giunta fin lì.
Il decorso degli anni fa optare per i sentimenti più comodi, che spostano meno l’ago della bilancia sulle illusioni; interviene il disamore per l’aspetto delle cose, si ha più lucidità nel capire e nel capirsi.
Così, quando il medico annunciò l’arrivo di un nipote all’uomo, Sex non indagò sull’intrigo architettato per l’occasione, né il medico fece parola ad anima viva sulla sterilità della madre.
Piero non avrebbe saputo nulla e, come un embolo nascosto che percorre un pezzo di corpo prima di scegliere la vena dove esplodere, sarebbe rimbalzato nel suo labirinto, ignaro dell’uscita.
La somiglianza non avrebbe mai destato sospetti. Sì, il dottore aveva fatto un ottimo lavoro.
La degenza di Tatiana in ospedale e il decesso per complicazioni post-parto, poi, avevano commosso il personale, gli infermieri, l’intero reparto. Tutto il paese si era fermato, una volta tanto colmo di vero sconforto e ammirazione per quel ragazzo infelice, per la sua forza nel reggere le lacrime sino al sepolcro, e per aver donato al mondo un premio importante come quello di una nascita.
Lo sgomento svanì nei calici ebbri la sera successiva, annegando in una pozzanghera, sui gradini di scale già salite.






