Underwater Restlesness (Quella Storia Del Tizio In Ospedale...)
Il silenzio di un acquario, il respiro segreto delle cose.
Ribolle ogni tanto lo sfogo dell’acqua, le gocce salgono e scendono in maniera costante, lenta, inesorabile. Il nutrimento trova la sua strada nei tubi trasparenti fino a confondersi con la vita. Vita in pausa per qualche istante, qualche ora, o forse più. A intervalli regolari un bip, il bianco perfetto delle federe e la scritta continua sul lenzuolo, il cuscino che si deforma sotto il peso della testa appoggiata con forza. È quella storia del tizio in ospedale.
Quella storia abbandonata lì, senza sapere dove: non l’ha mai saputo nessuno. Nemmeno lui, il paziente, che ignora cosa accade attorno e vede tute azzurroverdi che iniettano liquidi, vitamine, antipiretici, antivomito, antinatura e sieri misteriosi. Non può sapere se quella sia la fine o l’inizio, se gli occhi si apriranno ancora, di che colore sono le pareti dell’acquario.
Le palpebre iniziano a tremare con un fremito di stanchezza, l’ovatta circonda il mondo in quel momento, un momento breve e lunghissimo come la narcosi che porta altrove durante un’anestesia totale. C’è solo il nero, un nero senza sonno né sogni. Ma cosa accade prima, in quell’arco di tempo che precede il viaggio nel nulla?
È l’inquietudine della storia di quel tizio in ospedale. Davanti a lui, il medico ha una maschera che copre il volto. Ne vede solo un po’, il resto lo sente. Ciò che non sente sono le braccia distese lungo i fianchi, immobili. Le saluta, non ricorda più come funzionano, da quanto non si vedono. Ma ha voglia di muoverle.
Corrono con gli impulsi dei nervi, con gli occhi che si abbassano e cercano oltre. Vede le gambe e i piedi sagomare il lenzuolo, lo fanno a forma di ragazzo. Verdeazzurro come il colore delle pareti: in quel frangente è la risposta universale. Il colore dell’universo. Perché è quanto abbiamo dentro che dà forma e intensità a ciò che sta fuori.
La percezione delle cose è distaccata da ogni oggetto reale. L’armadietto di quel beige chiaro, quel colore che ha il latte con una spolverata leggera di cacao, quella dei giorni di festa. «Sono vivo, e il presente è già passato.»
E il passato era la parete di fronte, la sola che poteva vedere, la sola, perché non riusciva a muovere il collo. Non riusciva a muovere nulla. Quella parete portava appeso un crocifisso. Lo fissava. Non avevano niente da dirsi, tranne «Sono vivo.»
Fu costretto a strizzare le palpebre. Qualcosa non andava. Magari quella luce troppo bianca colpiva le pupille rimaste al buio per chissà quanto, chissà dove. Alterando le cose. E il crocifisso prendeva vita. Il suo protagonista stava muovendosi. Un sussulto, e giù a strizzare le palpebre: Gesù stava facendo flessioni sulla trave orizzontale. Non un gemito, piuttosto un pensiero: «Sono morto». Un pensiero pensato in calma e tranquillità, come dentro un acquario con l’acqua lenta a smorzarne i toni. Era un’ipotesi, la peggiore, ma comunque un’ipotesi.
Chiuse gli occhi e prese a nuotare nell’acquario prima del cataclisma di dolore. Uno tsunami di conati e vomito. Una tempesta di nausea che qualcuno pretendeva di bloccare con sacchi di Plasil. Uno sull’altro come un muro, e la carne a ributtare a terra liquido arancione. Liquido anestetico che il cervello rifiutava. Era ora di essere cosciente, di essere coraggioso, di provare a farcela.
Era vivo; il dolore lo rendeva tale, un dolore che nemmeno a immaginarlo si può descrivere con quelle scariche di muscoli contratti, e spasmi, come ad essere rinati. Poi uno piange. È normale.
All’ospedale puoi dormire a mezzogiorno tra il pranzo e le pulizie. Quella tranquillità non la trovi altrove. Rassegnazione o armonia, quella calma altrove non la trovi. Stai meglio quando il letto è disfatto, non avvolto da cavi di plastica trasparente.
Stai meglio fra rumori strani e pareti verdiazzurre, che in realtà sono bianche, tutt’al più giallo tenue. Che parola curiosa, tenue. È di un surreale giallo chiaro, per capirci. Nulla a che vedere con i pavimenti azzurri, le divise candide, turchesi, e tutto il digradare illanguidito dalla stasi. Ascensori enormi che spaventano un poco. C’è spazio per un lettino, o per l’agonia spenta di una bara. E poi sale d’attesa vuote, con migliaia di respiri in sospeso dimenticati tra le sedie. Deserte la notte, piene di giorno. Perché la vita presto o tardi passa di qui.

Every time I think about back home
It's cool and breezy
I wish that I could be there right now
Just passing time
Everybody seems to wonder
What it's like down here
I gotta get away from this day-to-day running around
Everybody knows this is nowhere






