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Scoperta Di Una Riscoperta

Scritto da Daniela Frascati.

«Qui non ci sono che vittime», disse in un’intervista del 1959 Héléna, sul suo romanzo I Clienti Del Central Hotel. Una storia incupita dentro avvenimenti che toccano il cuore del XX secolo – la Seconda Guerra mondiale e la lotta di liberazione dei partigiani francesi – che ne sfiorano l’epica, ma la affrancano dalla dimensione politica e dal giudizio morale, per ricondurla alla condizione di vite disperate. Quelle di una generazione buttata nel cestino della storia come vuoto a rendere, per la quale la morte è casualità, e l’assassinio pura sopravvivenza. Una strada senza via d’uscita, un vicolo cieco, dove finiranno per precipitare tutti i personaggi di un noir che va oltre il cliché, e  sconfina con la letteratura nel senso più compiuto.
Scritto a distanza di anni dal suo primo romanzo, Il Gusto Del Sangue, da tutti ritenuto il migliore, ne riprende l’ambientazione e la dimensione temporale: gli ultimi giorni dell’occupazione tedesca, tra la resistenza e i fuochi finali di un esercito invasore in fuga, in una cittadina della provincia francese, Perpignan, sul bordo dei Pirenei. Luogo che diventa il palcoscenico di un dramma collettivo, nel quale s’incrociano i destini di uomini e donne consumati dalla solitudine, dalla perdita, dalla ferocia del voler vivere a tutti i costi. Una disperazione esistenziale che brucia nelle parti basse del corpo e riconduce l’uomo ai bisogni più essenziali, come l’autore fa dire ad Azema, lo sbirro frustrato che cercava altrove, nell’ambiguità di essere un altro, il surrogato a una vita meschina, tartassata dalla solitudine: «Davanti alla morte gli uomini ridiventano quello che non avevano mai smesso di essere, insomma. Mangiare, riprodursi e dormire.»

Il fulcro è il Central Hotel: passaggio, incrocio di esistenze precarie e transitorie, che si sceglie come rifugio o capita per caso sulla strada del sesso, di un amore infedele, aspettando un tempo migliore per superare la frontiera e uscire dall’altra parte, dove la guerra non arriva. Ma che diventa anche l’ultima stazione per chi avrà, proprio lì, il suo appuntamento con la sorte, a un soffio dalla salvezza o dal riscatto.
L’abiezione e la miseria accomunano tutti in questa storia dove ognuno è colpevole di qualcosa; di aver tradito se stesso, ciò che era stato prima che la guerra deflagrasse e riconducesse la natura umana alla ferocia dei suoi istinti primari, di aver tradito un compagno, un’ideale, la propria terra, il proprio essere. Ma come si può distinguere il crimine quando si vive in esso, quando la guerra è il crimine più alto e stupido che l’umanità possa compiere?
«La guerra era, a quanto pareva, molto meno santa, molto meno giustificabile e molto meno  incoerente e inutile di quanto le era parso fino a quel momento. Era sorpresa anche di vedere che provava la stessa pietà per quel partigiano, che era suo nemico, e per quel tedesco, di cui suo marito portava l’uniforma. Davanti alla sofferenza erano tutti uomini e lei, donna, li vedeva nudi, che è la prima e la più evidente delle realtà…»

La banalità del male è affare quotidiano. È  l’ombra che ognuno si porta dietro, inclemente e ineluttabile, come la morte. È qualcosa che rende tutti i personaggi del Central Hotel vittime di se stessi, prima ancora che del conflitto o della resistenza. Prima ancora dell’odio e delle vendette, del bisogno insopprimibile di vivere al di sopra – e oltre – qualsiasi valore, qualunque sentimento o impulso che non sia bruciare la propria vita, o quello che ne rimane, in un disperato, quasi animalesco coito.
Non c’è salvezza per i Clienti del Central Hotel; non ce n’è per nessuno. Tutti toccano con mano il male di esistere, e viene in mente una delle più belle poesie di Montale:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
Era il rivo strozzato che gorgoglia,
Era l’incartocciarsi della foglia
Riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
Che schiude la divina Indifferenza:
Era la statua nella sonnolenza
Del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Così, sulla struggente cupezza dei personaggi incombono il vitalismo spietato e indifferente di una natura sovraccarica di pathos, e la dolcezza delle estati del sud, che esaltano il desiderio della carne e dilagano impietose sulla campagna battuta dalle imboscate dei partigiani. Una natura accesa di luce affilata, tagliente come una lama, come solo i cieli meridionali sanno trattenere. Una natura che spia la vita degli uomini, mentre la morte li tallona aspettando una svista, un passo falso, per colpirli alle spalle.
Eppure, per una specie di vendetta della memoria, «i luoghi non conservano niente», osserverà un cliente del Central Hotel, tornando a Perpignan quindici anni dopo.
Héléna fa di quest’opera un congegno in cui la scrittura segue gli umori contorti, i legami disperati, l’aggrumarsi del sangue in modo ora ruvido, ora poetico e pietoso, miscelando gli ingredienti del più autentico romanzo popolare.



La vita di un libro e di un autore, a volte, sono come un fiume carsico.
Si ingrottano all’improvviso, per la disattenzione dei contemporanei o un’altra forma di incuria, e ricompaiono in luoghi e tempi diversi con nuova forza vitale. È quello che è accaduto a Héléna, prolifico paria della letteratura, con oltre duecento romanzi firmati con un numero sorprendente di eteronimi. La sua produzione ha coperto una vasta gamma di generi, anche diversissimi tra loro, ed è complessa come la sua vita, inseguita da editori avidi di trarre il massimo profitto dalla sua capacità di accarezzare con tanta compiacenza i gusti del pubblico, e da numerosi creditori. Fu uno dei pochi rappresentanti del noir europeo tradotto negli USA negli anni Sessanta, fino alla sua scomparsa. Riscoperto dalla casa editrice Aìsara, che ha scelto di proporre in Italia alcuni tra i suoi migliori lavori, sarà a breve in libreria con Viva La Muerte!