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Le Cosmobufale & Il Festival Dell'Inedito

Scritto da Gabriella Candeloro/Diego G. Pozzi.

Credo non ci si accorga mai della bontà di quanto si scrive. Se non si possiede un ego smisurato, in una vasta percentuale dei casi si ritiene superiore quanto prodotto dagli altri. Proprio come quando ci si risente la voce dopo una registrazione. Lo stupore coglie, inevitabile: «Ma sono davvero così?». Spesso si ride, altre volte ci si sorprende.
La fantasia è sempre stata al servizio degli artisti e dei furbi; gli uni hanno nobilitato l’esistenza e gli slanci degli uomini, scrivendo la storia con le loro opere, gli altri hanno cercato di approfittare delle paure, dei desideri comuni alla massa. A volte è emerso il talento dei primi, a volte è brillata la scaltrezza dei secondi. Nell’era informatica, entrambi si incontrano nell’arena del web. Sugli spalti, nei corridoi, nei camerini, raramente sul palco, sul ring, quasi sempre alle casse, tra gli ambulanti provvisori, all’ingresso. Per qualcuno, anche il bagarino è un artista.
Il potere attrattivo del circo è noto fin dall’antichità, specie se si presenta con l’ausilio di nomi di peso, grandi firme, personalità. E inquinare l’arte è facile. Troppo. La sua forma pura è riconosciuta a fatica anche dagli esperti.
La musica, ad esempio, ha un potere speciale: cura, trasporta, fa vibrare alla sua lunghezza d'onda, e come un diapason che ne accorda un altro lascia la sua impronta. Non ha molta importanza se e quanto si ama una canzone: riascoltandola a distanza eccola portare i ricordi, le immagini. È una sorta di macchina del tempo, un registratore a nastro della nostra vita. La reciprocità, la comprensione, l'empatia tra chi suona e chi ascolta si fa semplice quando c'è solo un po’ di aria a separare le persone.

Per le parole è diverso. Bisogna stare attenti alle parole; quelle vuote pesano sull'anima ancor più di un insulto. Scrivere, raccontare, sono altre faccende, si devono usare i termini appropriati, quelli che somigliano maggiormente al concetto che si intende esprimere, e devono essere nel contempo comprensibili a chi ascolta e a chi legge. Un lavoro sfiancante, in continua evoluzione. Non avremo mai a disposizione tutte le parole adatte a raccontarci come si deve.
Calvino lo spiega con efficacia: «Sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi. Nel momento in cui la mia attenzione si sposta dall'ordine regolare delle righe scritte e segue la mobile complessità che nessuna frase può contenere o esaurire, mi sento vicino a capire che dall'altro lato delle parole c'è qualcosa che cerca d'uscire dal silenzio, il significare attraverso il linguaggio, come battendo colpi su un muro di prigione.»

Oggi, il mezzo principale per irretire con le parole è appunto il web: belle promesse come i concorsi in genere, in questo caso quelli letterari. Di cui la Rete è satura. Una rete che somiglia alla tela di un ragno, capace di invischiare centinaia di aspiranti esordienti, vittime dei propri sogni. Ma è questa l’esca perfetta, il crimine ideologico compiuto con tranquilla innocenza: la falsa promessa. Che poi si riveli una cosmobufala o meno, ciò che conta è fare cassa, come per i cerusici d’un tempo, che per vincere ogni male vendevano acqua sporca e tante illusioni. Là erano pochi denari, qui sono cifre da capogiro. Vero, signor Scurati? 
Gentili organizzatori, non ce ne vogliate: siamo per la gratuità. Il talento non si vende. È già umiliante che un autore debba cercarsi un agente, che va a spuntare contratti agli editori lucrando sullo spaccio di una fatica e di una proprietà intellettuale altrui. A pagamento, tranne rari – e onesti – casi. Autentiche mosche bianche. E io che pensavo bastasse l’estro, la passione, per accedere a un mondo, o partecipare a un concorso, più o meno consapevoli dei propri limiti e potenzialità.
Confesso il mio peccato: in passato ho portato dei quadri a un'esposizione con annesso concorso, e non sapevo che l’aspetto fondamentale fosse la quota d’iscrizione. Che poi non si va per il premio, ma si scopre che quando ci sono di mezzo i soldi finisce sempre al solito (ig)noto. Confesso anche di essermi fatta irretire da un concorso di poesia, ma nessuno allora chiese soldi, se non il prezzo del francobollo per la lettera di risposta. Salvo, poi, la richiesta di un contributo per ricevere a casa un volume con tutte le poesie partecipanti. Ma se sei consapevole di come funziona il gioco non aspetti certo un riconoscimento. Si può decidere anche solo di giocare.
Quando si incontrano invece promesse di contratti, previsioni di vendite, consolatorie recensioni a chi è fuori perché si è in troppi a volere una fetta della torta, in cambio di somme e fama e quanto ne consegue, le cose prendono un’altra piega. Quella della truffa.

Bisognerebbe sapere che non si può sempre comprare tutto nella vita. Sapere ad esempio che se si decide di farsi stampare in una tipografia un centinaio di volumetti costerebbe un terzo di quello che chiedono taluni per una consulenza. Sapere che ci sono scout o agenzie serie, che la lettura e la valutazione te la fanno al prezzo di una cena in pizzeria. E spesso danno un parere limpido, forse non universale ma sincero, spiegando come il lavoro deve maturare, o se si è scelta la strada sbagliata.
Ma chi ha velleità d'artista spesso non si accontenta della verità, preferisce comprare una bugia, magari detta male, alla quale credere. L’odore della realtà non è sempre piacevole, a lungo anch’io l’ho fuggito turandomi il naso o nascondendomi dietro alle favole, a un bel paio di occhiali rosa. È però un’eccezione che non deve diventare una regola, altrimenti non si cresce e non si arriva da nessuna parte. A volte è cacca sparata in faccia da un ventilatore (Mark Rowlands – Il Lupo E Il Filosofo), altre è l'infinito che sussurra parole dolci attraverso il vuoto che ci ricolma. Allora ci si rende conto che la vita continua malgrado noi, che contiamo così poco, eppure siamo polvere di stelle, perché ci è dato per quell'attimo di comprendere con tutti i margini di errore possibili. È il vero che ci salva dall’immobilità. Non certo il concorso per inediti a pagamento.

Ci sono giovani ai quali hanno fatto credere di non avere altre speranze. Ci sono ragazzini magari dotati che avrebbero solo bisogno di pazienza, di esperienza, e di leggere ancora e ancora prima di riprovare a scrivere. Oppure di qualcuno che gli dica onestamente che una stagione a raccogliere i pomodori potrebbe migliorare la loro comprensione delle cose del mondo, e rendere pure qualche soldo.
Ci vorrebbero, insomma, più corsi e meno concorsi. Più apertura al confronto. Restando in tema di web anche un blog, che si moltiplica secondo i mezzi, gli umori, e non chiede decine – o centinaia – di euro, non prevede una dieta da salotto online. Al massimo, scopre di avere il colesterolo (letterario) in crisi di identità. Perché ognuno decide di imparare a nuotare nell'acqua chiara del sorriso e delle lacrime, o di invischiarsi nella palude che si sceglie.