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Nei Percorsi Della Tradizione [III]

Scritto da Luciano Zerbi.

Visto da fuori, il calendario del folklore si accorda con le opere agresti. Segue il ritmo della natura, è una letizia perfino smisurata in rapporto alla dura vita delle classi popolari. Per comprenderlo in toto bisogna tenere presente il ciclo delle stagioni, l’esigenza propria degli uomini di una simbiosi con il mondo delle cose, e l’evoluzione subita da queste.
Va quindi osservato come le usanze e gli anniversari di festa si siano trasferiti da una data all’altra, o siano confluiti in un singolo giorno, con le modifiche imposte dalla religione. Esempio su tutti il Carnevale, che per secoli ha rappresentato l’inizio dell’anno produttivo, simbolicamente vicino alla ripresa vegetativa, è stato anticipato da Natale, Capodanno, Epifania, ricorrenze che solennizzano la chiusura di un ciclo e sanciscono l’apertura del successivo. La dimensione intima, però, non è variata. Il giorno dopo San Silvestro ha due principi precisi: eliminare o cancellare tutti i guai, le rogne dell’anno morente; favorire – o quantomeno propiziare – l’abbondanza per quello che nasce. Secondo il principio pagano per cui dal simile ha origine il simile, le tradizioni che iniziano un ciclo annuale assecondano la speranza di raggiungere il fine.

Fra i riti di eliminazione più inossidabili c’è quello di gettare dalla finestra pentole, suppellettili e altri oggetti guasti a Capodanno, per liberarsi delle scorie negative; e c’è la parodia del funerale di Carnevale, in cui si brucia o annega un fantoccio che incarna il Re dei Saturnali, inteso come germe della malattia e del peccato. Prima di morire, Carnevale fa testamento: è un pretesto buono per mettere in scena le angosce e le magagne accumulate in dodici mesi tramite componimenti satirici.
Nell’astigiano, al posto del fantoccio c’è la controversa giostra del tacchino, il cosiddetto pitü, immolato per il bene della comunità. Da una tribuna, per l’occasione, si legge uno stornello nel quale si rivelano vizi, tresche, imbrogli e pettegolezzi che hanno percorso i vari rioni.
Un’altra usanza mai sopita è quella del falò. Per Calendimarzo, S. Antonio Abate, San Giovanni o Calendimaggio, tutti i paesi consegnano alla purificazione delle fiamme le cattiverie e le malignità. Già Ovidio, nei Fasti per il Natale di Roma, ricorda il vezzo di saltare sui tizzoni ancora roventi, e di farvi passare in rassegna il bestiame. In Germania, in Carnia e nella nostra Emilia, il primo giorno dell’anno si compivano un po’ tutti i lavori di routine, anche brevemente, convinti che andassero a riuscire ciascuno alla meglio nel prosieguo. Naturalmente non basta l’auspicio, è necessario avere un ruolo primario nel creare le condizioni per la prosperità sociale e della terra. Tant’è, il reciproco scambio dei latini, lo strenarum commercium, divenne una strenna meno umile, con l’offerta non più di rami sacri d’ulivo o di alloro, graziosi ma di scarso valore, piuttosto con cesti di frutta, oggetti d’argento o di grande utilità.
Quando la strenna non veniva da sé, i giovani andavano in giro per le vie cantando rime di questua, che iniziavano con gli auguri e finivano sempre col chiedere doni. Quasi nessuno si sottraeva, ma quando ciò avveniva la canzone si mutava alla svelta in una formula jettatrice per la famiglia ingenerosa.

Una ferma credenza era che durante le notti di festa si potessero compiere prodigi, incantesimi o malefici. Per i Toscani, nella notte di Natale era possibile trasmettere i segreti e gli scongiuri contro ogni iattura; in quella dell’Epifania, in Romagna, le mura diventavano di ricotta; e gli animali, in Abruzzo, Puglia, Umbria e Marche, potevano parlare, ma chiunque li avesse ascoltati sarebbe di lì a poco deceduto. Una leggenda vuole che nello scoccare del nuovo anno, l’acqua di un torrentello che attraversa Pettorano, in Abruzzo, si fermi e si tramuti in oro, e che una donna, ignara del prodigio, andò a prendere l’acqua e tornò a casa con una conca piena di polvere d'oro.

Testimoni illustri raccontano la loro versione: in una delle sue Lettere Familiari, il Petrarca assicura di aver visto, a Colonia, nella sera di San Giovanni, migliaia di «vezzosissime donzelle, fregiate di erbe odorose, accorrere sulla sponda del Reno e immergere a vicenda nel fiume le mani e le braccia candidissime», che alla sua sorpresa risposero «è un antichissimo rito… che a tener lontana ogni calamità a far succedere tempi felici, doveansi ogni anno purgare dei loro peccati nelle acque del fiume, e quello essere il giorno in cui si celebrava una tal cerimonia.»
Non era ancora stato introdotto il concetto di allucinazione collettiva, era sufficiente quella del singolo.
Un po’ come per le streghe, i folletti, gli esserini che popolano le fiabe fantastiche o spaventose del Nord, le banshee scozzesi, le città invisibili che riaffioravano dal mare o dai laghi per scomparire di nuovo nelle profondità alle luci del mattino, le voci misteriose dalle viscere dei monti, e i fuochi fatui attorno ai campanili nel solstizio d’estate.
La storia e l’etnografia offrono molteplici elementi di connessione fra questi anniversari e la fertilità, le creature degli inferi o altre figure dei regni di Altroquando. Nell’opera del Toschi (1951) sono evidenziati gli aspetti folkloristici di più ampio rilievo nel mondo rurale: San Giorgio, che si celebra il 23 Aprile; il Corpus Domini, festa istituita da Papa Urbano IV nel 1264, che non ha fondo popolare anteriore, ma in cui l’episodio della processione si produce in decorazioni e addobbi sontuosi; Ferragosto e l’Assunzione, che ricorrono in tempo di pellegrinaggi, favoriti dalla pausa dai lavori agricoli; San Martino (11 Novembre), col rito della svinatura e fiaccolate, libagioni, gozzoviglie, banchetti a base di oca e tacchino, una gazzarra chiassosa che si collega direttamente alle antesterie dei Greci. Infine, Santa Caterina (25 Novembre), protettrice delle fanciulle; San Nicola (18 Dicembre) in favore dei ragazzi e della stagione invernale; e Santa Lucia (13 Dicembre), che molto prima della riforma gregoriana del calendario era ricordata come il giorno più corto dell’anno.

Nelle famiglie fedeli agli usi antichi tutto ciò era di primaria importanza, e superava il culto stesso. La religione era una strana ospite, impadronitasi delle coscienze con la forza della suggestione, ma proprio per questo fusa con il paganesimo, in un curioso pot-pourri di combinazioni, avvenimenti e rituali, favorito dalla struttura chiusa dell’esistenza e della famiglia, magistralmente descritta ancora dal Toschi: «La struttura patriarcale, con la massima preminenza dell’autorità del padre e del marito, è quella che più palesemente si riflette nel nostro folklore. Quando ne La Figlia Di Iorio Lazzaro dice ad Aligi “Io sono tuo padre e di te posso far quel che mi aggrada, e se mi bisogni del coletto – ed io me lo faccia del tuo stinco – questo è ben fatto, perché io son padre e tu figlio” tutto ciò rispecchia, sia pure nell’esagerazione propria dei poeti in genere e del D’Annunzio in specie, una mentalità che torva il suo riscontro nelle realtà degli usi».
San Salomone-Marino, sulla famiglia del contadino siciliano, dice: «Il capo della famiglia è autocrate; la volontà sua è legge e viene eseguita sul tamburo, senza osservazioni; salvo che la massaia non brontoli un po’ tra sé e sé, aspettando a condannarla apertamente quando lo sperato effetto è mancato, o s’è avuto contrario. E allora lo sposo non fiata, vinto dalla evidenza dei fatti; ma non per ciò si confessa in torto, che non intende ledere in verun modo l’autorità propria. Anch’essa, la massaia, ha la sua parte di impero assoluto: l’azienda domestica è sua, e qui il suo uomo non deve metter becco, né alcun altro della famiglia (…). Sposo e sposa si danno seriamente del voi; parlando con terzi, il marito non è indicato altrimenti che con un efficace iddu, come la moglie con idda, e l’intendono tutti. Marito e moglie non sono visti a farsi carezze; si trattano apparentemente con un certo sussiego, più spiccato in lui; ma non perciò le loro anime sentono meno potentemente. Mangiano, s’egli è in casa, nell’istesso piatto; ma ella gli sta presso con una certa soggezione, rannicchiata quasi, e mangia a piccoli bocconi, badando sempre a farne minor numero di lui, a non cominciare se prima lui non comincia.»
Il galateo ha riscritto ricette alternative, e le femministe non hanno, alla luce di questi presupposti, lottato a vuoto.
Va precisato, opportunamente, come esista nella tradizione popolare una sfera ampia di cortesia, che va oltre la rigidità delle parti e si apre all’onore, al rispetto e alla reciproca intesa. Una delle note più caratteristiche è l’ospitalità intesa come sentore morale, come slancio intimo: «Questa casa è di Dio e dell’ospite» diceva un codice non scritto, ma impresso nello spirito degli umili. E molto su di essi potrei aggiungere, dai gesti di saluto e cortesia a quelli di devozione, scherno, sfida o sberleffo.
La loro frequenza nei rapporti sociali ci impedisce di afferrarne il valore simbolico, ma dove la tradizione popolare non ha reciso ogni radice, la gestualità ha conservato il valore di una seconda lingua, una traccia di ciò che ci ha condotti dalla selce al microchip.