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Nei Percorsi Della Tradizione [II]

Scritto da Luciano Zerbi.

Nella tradizione popolare il compare e la comare avevano un’importanza straordinaria. Riferiti alla vita di relazione, immersi nelle faccende più eventuali, o nelle celebrazioni solenni come il battesimo, in molte località spettava a loro perfino imporre il nome al neonato. Il popolo seguiva le norme di un’antichissima tradizione, rifacendosi al nome dei nonni paterni e quelli materni, poi gli zii, sempre che vicende familiari non inducessero a preferire quello di altri parenti o amici.
Sarebbe impossibile seguire nei dettagli l’usanza che accompagnava il bimbo dalla nascita alle tappe decisive della vita, ricorderò – anche a me stesso – che con le ninnenanne, i giochi, i vari indovinelli e scioglilingua, il piccolo cresceva secondo forme consolidate il cui scopo era largamente didattico. Spostando poi l’attenzione sulle liturgie sacre, dalla comunione alla cresima, fino alla vita scolastica in vari gradi si scoprivano usi e credenze capaci di accentuare il significato dei “riti di passaggio” da un’età all’altra. Di grande rilevanza furono le associazioni giovanili, dove ancora oggi si conservano le tradizioni medievali delle Compagnie Dei Folli, della Juventus romana, a cui si possono accostare i gruppi dei coscritti, quelli della leva e dei goliardi.
Anche il fidanzamento, nel folklore, riveste un ruolo di primo piano. Un continuo fiorire di costumi prepara, accompagna e sancisce l’atto fondamentale nella vita umana associata: l’unione. Sia essa di coppia prima, nel matrimonio poi. Riportare le innumerevoli varietà di usanze diffuse nei vari Paesi è un’impresa che occuperebbe tutte le pagine della rivista da qui alla profezia dei Maya, una sintesi generalista è perciò necessaria.

Presso le classi rurali più umili, gli approcci fra i due sessi si basano sulle simpatie naturali, senza forme cerimoniali organizzate; i compagni e i futuri sposi si scelgono nel cerchio paesano e sociale. Maggior valore impegnativo ha la richiesta fatta dal giovane, o da uno dei suoi familiari, più raramente da una terza persona. Quest’ultima può essere una donna, detta mezzana, quanto un uomo. La funzione del tramite, vero e proprio paraninfo, varia secondo i luoghi, ma dove il costume si è meglio conservato accompagna le fasi che portano all’unione sino a pieno compimento. Molti le hanno dimenticate, altri le considerano stucchevoli o superate, eppure in certe zone il rito è tuttora rispettato: la consegna dell’anello di fidanzamento, altrimenti detto anello celato, per distinguerlo da quello nuziale; il toccamano, o dextrarum conjunctio, con valore di reciproca promessa; il bere assieme da una coppa di vino; il pranzo di fidanzamento con abbraccio e bacio finale, che ricorda l’antica sponsio interveniente osculo, in cui il bacio è esteso a tutti i parenti e gli invitati.
Le usanze relative alla dote e al corredo riflettono il conservarsi di forme giuridiche tacite, contratti sull’onore e sulla lealtà il cui valore ha ormai linfa solo nel ricordo popolare, e presentano varietà profonde anche in località vicine. Un passaggio simbolico è costituito dal trasporto del corredo della sposa dalla casa natia a quella del futuro marito. In Sardegna, Abruzzo, Marche, Sicilia, così come in larga parte della Francia, dà luogo a scene festose e pittoresche, con il cassone decorato con motivi artistici e trascinato da uno o più carri, mentre amici e parenti accompagnano il corteo cantando.

La scelta dell’epoca delle nozze è di cruciale importanza. Storicamente, si tende a evitare il mese di Maggio: già presso i latini era nefasto per i matrimoni, e Plutarco ne esponeva cinque ragioni solide e differenti nell’ottantaseiesima delle sue Quaestiones Romanae. Nel Terzo Millennio gli studiosi ne discutono ancora. Molti di essi sono d’accordo nel definire la corona nuziale uno degli elementi più affascinanti: in una litografia del Voyage En Sardaigne di Lamarmora se ne può apprezzare una sul capo di entrambi gli sposi. In Russia era d’oro o di metallo dorato, adesso è prevalentemente di fiori d’arancio, di mirto, di rose, e significa regalità temporanea.
Altro elemento comune è il velo, che nella Roma imperiale era color fiamma (flammeum), e nella consacrazione copriva i due predestinati. Il velo bianco era riservato alle donne di casta superiore, e indicava innocenza, candore. Spesso era lunghissimo, retto da paggi o fanciulli, protagonisti anche dell’accoglienza ai nuovi sposi, altro atto ben distinto nella rappresentazione drammatica che dava origine a una festa nuziale. Il benvenuto alla coppia era sancito dall’offerta di pane e vino, e con il lancio di grano o avena – sostituiti dai chicchi di riso, o dai fiori in Sardegna.

Su pranzi e le cene è cresciuta una letteratura popolare assai florida, che ha scordato alla svelta i digiuni preparatori, sostituiti dal riposo e dai riti pagani dello sberleffo, o l’addio al celibato. Tutta la cerimonia dei banchetti, però, offre, nel folklore dei vari paesi, motivo di canti lirici e corali. Taluni, stupendi, furono inseriti nel Kalévala, il poema nazionale finnico, ideato e composto da Elias Lönnrot con una abile collage di numerose arie tradizionali.
Una simile festa non può chiudersi senza le danze. Queste, tuttavia, non hanno il solo scopo di sfogare e divertire i commensali, piuttosto sono parte integrante del rito. Danzando, le rispettive famiglie confermano l’assenso al legame; regola diffusa è che la sposa dia inizio al ballo, e che ne sostenga almeno uno con tutti i convitati.
Nella Francia rurale, la domenica dopo l’unione gli sposi offrivano le retour, o les repétailles, un pranzo nel loro nuovo nido, o presso parenti stretti. In Romagna era comune invece il rivoltaglio, in cui la sposa, dopo otto giorni nella casa del marito, tornava a trascorrerne altrettanti nella casa paterna, come ultima scena della rappresentazione nuziale.

La psicologia del popolo, da sempre sicura dei segni che la morte lasciava attorno e sé, formulava numerosi presagi, i cosiddetti avvisi divini – avisions in Normandia, intersignes in Bretagna. Tra i più famosi vanno menzionati il canto della civetta, il tarlo che rode un mobile, la gallina che canta da gallo, l’ululato di un cane che squarcia la notte, tre candele accese o tredici commensali a tavola, il morto che spira restando a occhi aperti. Pura leggenda sembra l’esistenza di donne come le accabadoras in Sardegna, che avevano il compito di abbreviare le sofferenze dei malati con un colpo in testa o soffocandolo coi guanciali. È invece autentica l’usanza di togliere dal collo del moribondo ogni catenella, medaglia o scapolare, per non impedire all’anima di uscire dal corpo.
La manifestazione del dolore non solo come espressione personale del proprio strazio interiore, ma come rito dimostrativo che si attenua col pianto, con lo strapparsi i capelli, lo sbavare, leccarsi le gote, emettere grida e singhiozzi acuti è un’usanza che si ritrova tanto nei poemi indiani quanto nell’Iliade, e forse si perde nella notte dei tempi.
La tradizione popolare, laddove è meglio conservata, mostra il grande rilievo che viene dato al lutto negli aspetti esteriori e nella durata. L’uomo, nell’antichità, si faceva crescere la barba durante tutto quel tempo, si legava un nastro scuro al collo, e ne attaccava anche agli arti degli animali da soma, o dipingeva di nero la porta di casa e i mobili. Le credenze sulla sorte delle anime trapassate, sul loro rapporto con il mondo dei viventi e le loro apparizioni costituiscono uno dei capitoli più densi e interessanti della psicologia popolare. Molte di essi si racchiudono nelle usanze del 2 Novembre, in cui si crede che i morti tornino a visitare le loro dimore.
È abitudine, in quella data, alzarsi presto la mattina, per lasciare il posto agli spiriti. In Lombardia e in Friuli non di rado si usciva di casa con la tavola apparecchiata e il fuoco nel camino acceso, qualora i morti sentissero il bisogno di mangiare o riscaldarsi. Una delle liriche più commoventi del Pascoli, La Tovaglia, racchiusa nei Canti Di Castelvecchio, si ispira proprio a questa credenza.

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