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Nei Percorsi Della Tradizione [I]

Scritto da Luciano Zerbi.

Sonno. E l’arrivo della Primavera non facilita le cose.

Quando il mondo si sveglia presto, io sono tentato di andare controcorrente. Fuori mi aspettano direzioni assolate e l’organizzazione di una giornata di lavoro, ma lascio che l’incedere soffice di Stretching Out mi avvolga assieme al caldo delle coperte. È il cellulare a riportarmi alla realtà, una realtà che ha il sorriso ancora emaciato dall’inverno e non propone nulla di nuovo tranne i soliti grattacapi. Altro che margherite e canti d’uccelli, ho in mente la colazione e la faccia scorbutica del mondo costretto suo malgrado alla levataccia.
Dovrò gettarmi nel traffico, e ripenso al racconto di Pratolini che stavo leggendo ieri sera, prima di addormentarmi. «La città è un pezzo di nebbia che si muove, e richiama uomini in movimento: si immagina l’Europa in questo senso di emigrazione, astri duri di fiati, corpi e rumori che si spostano su uno stesso piano umido di vento. La natura è ostile come un ricordo a piegarsi, o come un rimorso. I contadini sfuggono a questa suggestione (…). Hanno un sentimento del tempo conservatore. La campagna è torbida come è torbido un ruscello ingrossato dalle piogge: disposta alla distensione, alla quiete. La sua gente è intatta da secoli, parca, feconda, il suo modo di parlare anche è sobrio, con una pronuncia scandita e sicura in cui ogni vocabolo è accertato. In città puoi perderti dentro una creatura, un cielo, una cosa che parla e si muove come te e che ti sono contesi. In campagna cielo e creatura sono ad attenderti, fatti quotidiani e doviziosi, sulla terra che blandisce l’illusione.»
Quel racconto si intitola Cora, ed è un breve spaccato su una vita che conosco anche troppo bene. L’autore di Cronache Di Poveri Amanti conosceva a fondo i sapori rurali, quelli che gli studiosi chiamano folklore.

Non si conosce con precisione l’atto di nascita del termine, ma è accettata la teoria di William John Thoms, secondo cui sarebbe la fusione di due parole antiquate di origine sassone: folk (gente) e lore (sapere), da cui deriva il concetto di cognizione popolare e di scienza che se ne occupa. La diffusione e l’adozione della parola a livello internazionale, seppur con minime variazioni, si deve alla sua praticità. È un’etichetta comoda, e si presta a creare derivati con semplicità, anche se i paesi a forte sentimento nazionale spesso conservano le proprie definizioni accanto a quella ufficiale. Così, per i tedeschi quel sapere è Volkskunde; e in Francia si usa tuttora identificarlo come traditions populaires. Da noi ha fatto presa, pur alternandosi nel tempo con varie parole, sperimentali o sostitutive: demopsicologia (Carducci, Pitrè), etnografia (Loria), laografia. Ma se l’origine del termine è relativamente recente – Thoms lo propose nel 1846 – lo studio della tradizione ha radici molto più lontane, e precisamente dal tramonto del classicismo umanistico.
In principio fu la semplice scoperta dell’universo degli umili da parte di artisti e letterati, tramite l’osservazione della vita quotidiana di ambulanti, nomadi, cantastorie, pastori, contadini, e tutto quel mondo minuto che per la prima volta si affacciava come sfondo di quadri, affreschi e racconti.

La Scuola dei Bamboccianti fiorita a Roma nel Seicento fu la prima istituzione a prendere spunto dagli scorci paesani, seguita dalla produzione settecentesca del Magnasco, e quasi nel contempo dai prosatori d’arte: Le Piacevoli Notti dello Straparola, o il Pentamerone di Basile, la più antica e organica raccolta di fiabe apparsa in Europa, una delle più importanti dell’intera novellistica popolare.
Ma se queste opere si limitavano a interessi puramente estetici, è nell’Ottocento che la curiosità si spinge a lavori di ricerca metodologica e studi comparativi di carattere scientifico. Tra i precursori vanno ricordati il Muratori, che scrive un interessante Antiquitatis Italicae; i napoletani Gian Luigi Marugi e Nicola Valletta; e Padre Michelangelo Carmeli dell’Ateneo di Padova, con la sua Storia Di Vari Costumi Sacri e Profani redatta del 1750.
Sull’onda del Pentamerone, in Francia, esplode la moda della letteratura infantile basata proprio sulle tradizioni popolari, e Charles Perrault diventa famoso con il libro di favole Contes De Ma Mère L’Oye. Non meraviglia perciò la diffusione del genere anche in Inghilterra, e soprattutto nel Nord dei fratelli Wilhelm e Jacob Grimm, la cui opera Kinder- und Hausmärchen (vol. 1812, II vol. 1815, III vol. 1819-22) viene ristampata più volte e tradotta nelle principali lingue conosciute.

Sull’onda del crescente interesse per la tradizione, durante il periodo napoleonico venne promossa un’inchiesta ufficiale, con questionari preparati direttamente dall’Académie Celtique di Parigi, che fu esteso al primo Regno d’Italia, lo Stato più variegato sotto quel profilo – allora come adesso. Questi brevi cenni storici spiegano la differenza e le divergenze che sussistono circa la definizione del folklore. Per ciò che riguarda invece il dominio di esso, la scuola russa lo restringe a una forma di letteratura orale, e analogo trattamento è riservato dai finnici. La scuola inglese lo concepisce come scienza antropologica, o storia primitiva dell’umanità, risolvendola nel complesso degli atteggiamenti psichici primitivi. In realtà, il legame fra letteratura orale e tradizioni oggettive è ben rappresentato dalla mentalità associativa a cui si deve il nascere e il propagarsi dei contenuti e delle credenze popolari, che comprendono abitudini, regole, pregiudizi, rituali.
Tutte le espressioni del folklore, pertanto, sono riconducibili a un’unica forza spirituale impegnata nella conservazione della civiltà e nel suo concreto attuarsi. Esso si rivela come la manifestazione di un’energia che tramanda quelle forme di vita pratica e morale che ai gruppi sono necessarie e congeniali, mentre rinnova o elimina strada facendo quelle morte o superate.


Il corso della vita si svolge, per il popolo, seguendo una fitta trama di gesti che si ispirano e a loro volta determinano le azioni di cui è intessuta l’esistenza. Alla base di ciò vi sono i cosiddetti “riti di passaggio”, il ciclo dell’uomo che porta di età in età, seguendo una crescita e una maturazione in base al substrato culturale in cui è immerso. Ogni cerimonia di passaggio si compie a tappe, con una sequenza di cui è semplice distinguere i punti fermi, siano essi l’ingresso dei giovani come adulti nelle comunità, o alcune usanze quali il matrimonio, le dichiarazioni d’amore, il rispetto dei principi magici a scopo propiziatorio o profilattico.
Il Cristianesimo, per quasi due millenni ha marchiato gli aspetti della vita sociale con il suo dogma, imprimendo simbologie e innestando significati connotati all’etica, combattendo la superstizione e quanto ritenuto contrario alla religione. Il folklore contemporaneo presenta dunque residui più o meno massicci di quell’antico fondo, anche se non sempre in perfetta aderenza. Sterilità, lotta alle voglie, agli slanci sessuali, lunazioni, cinture benedette, la couvade (usanza in cui il marito, dopo il parto, prende posto nel letto della donna e si comporta come fosse lui la puerpera), il primo bagno nel vino, nel carbone o nelle monete, l’oroscopo o la divinazione, gli amuleti lattiferi: tutto è stato tacciato, bollato di ignoranza, osteggiato, e tendenzialmente represso, dai ministri di Cristo. Ma con la coriacea resistenza tipica del popolo si è solo lievemente modificato, o praticato in maniera meno plateale, conservandosi nei costumi e nella memoria.

[Fine Prima Parte]