Stampa
PDF

Le Mutevoli Forme Del Fantasy

Scritto da Antonella Mecenero.

«I cieli di questo mondo sono fatti per i draghi. Certi bambini (...) guardano su nel cielo azzurro d’estate e aspettano qualcosa che non arriva mai.» .                                                                                       . (Robin Hobb)

C’è qualcosa di magico nell’idea del drago. Tutti i bambini sgranano gli occhi al solo sentirlo nominare. Per quanto cambino i tempi, le mode e le abitudini, rimane invariato il fascino delle storie su questi animali fantastici e sui cavalieri che li combattono. L’industria dell’intrattenimento se ne è accorta da anni, e gli scaffali delle librerie sono invase dai libri fantasy, parola che identifica storie ambientate in un altrove non meglio identificato, spesso medievaleggiante, dove esistono la magia e – ovviamente – i draghi. Si tratta per la maggior parte di romanzi prodotti in serie, identici gli uni agli altri, costruiti più sugli stereotipi del marketing che dall’estro di uno scrittore.
La conseguenza di quest’alluvione è che il fantasy viene considerato, quando va bene, un sottogenere. Ed è molto più evidente in Italia che altrove, dove da sempre il fantastico fatica ad affermarsi come fenomeno culturale. Molti editori tendono a pensarlo una moda remunerativa e passeggera, all’interno della quale non vale la pena di cercare autori di qualità, dal momento che non possono esservene, alimentando un circolo vizioso nel quale la scarsa considerazione abbassa la qualità. Si arriva così all’associazione: fantasy - letteratura disimpegnata di bassa lega. Un concetto che non è nato dal nulla, ma che non può riassumere il tutto.
La nostra letteratura, del resto, nasce proprio dal fantastico. Che cos’è l’Odissea, se non un fantasy, con tutte le caratteristiche del format: l’ignoto, l’esplorazione, il mostruoso e la magia? La stessa mitologia greca dovrebbe insegnarci quale immensa macchina creatrice di interpretazioni possa essere il fantastico. L’archetipo, per sua natura, può prestarsi a mille interpretazioni, svelando molteplici sfaccettature. Il drago, nel suo non appartenere a nessun tempo e a nessun luogo, può assumere qualunque significato.


Il fantasy moderno nasce con un’opera che gronda letteratura. Ne Il Signore Degli Anelli secoli, se non millenni di tradizioni epiche, vengono reinterpretate nello sforzo di formare una mitologia moderna assai più innovativa di quanto le banalizzanti opere commerciali tendano a farci credere. Il nuovo modello di eroe che viene proposto non è il macho con la spada, né il saggio armato di poteri magici, ma l’umile uomo di campagna, che applica il buon senso contadino in favore del mondo, anche se, proprio come Ulisse, non desidera altro che tornare a casa.
La letteratura fantasy sembrava comunque candidata a ricostruire un passato mitico tanto più rassicurante, proprio perché mai esistito. Insomma, un luogo perfetto per essere sovvertito e distrutto. Tant’è, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta si destreggiano perfettamente una serie di autrici femministe provenienti da altri generi. Poiché racconta un medioevo alternativo, ma riconoscibile e quindi patriarcale, il fantasy è la cornice perfetta per mettere in campo il conflitto tra i sessi. La più famosa e prolifica autrice è Marion Zimmer Bradley.

Nei Sixties la scrittrice americana crea il pianeta di Darkover, che da una tecnologia futuristica è tornato a un medioevo tribale, per mettere in campo confitti in quel momento (in ogni momento?) attualissimi. Nello stesso periodo, la raffinata Ursula Le Guin, regina indiscussa della fantascienza sociale, sceglie il genere per raccontare dilemmi etici ed esistenziali. La Spiaggia Più Lontana, del 1973, è una poetica elegia laica sull’accettazione della morte.
Oltreoceano, un’altra autrice cercava di tornare alle origini, riscrivendo il ciclo arturiano dall’ottica poco eroica di un Merlino vittima e non artefice del proprio destino. I romanzi di Mary Stewart La Grotta Di Cristallo (1970), Le Grotte Nelle Montagne e L’ultimo Incantesimo, sono al tempo stesso una reinterpretazione critica dei classici – presentati in un accuratissimo saggio al termine del primo volume –, una ricostruzione di un’epoca, e una meditazione su cosa sia davvero l’eroe e come se ne costruisca la leggenda.
Non so se queste autrici si siano mai riconosciute in una scuola, ma la loro eredità è ben viva in una nuova generazione di autrici fantasy che continuano a utilizzare e a reinterpretare gli stereotipi del genere.

Robin Hobb costruisce opere monotematiche, dove il moltiplicarsi dei personaggi e dei luoghi fantastici non è che l’esplorare le infinite sfaccettature di uno stesso problema. Ne La Trilogia Dei Lungavista, del 1995, la parola d’ordine è solitudine. Non importa che i personaggi siano un bastardo reale, un vecchio assassino che non vede mai la luce del sole, un albino che si crede (oppure è) un profeta: la loro solitudine non è diversa dalla nostra, e il loro muoversi per claustrofobiche fortezze assediate anziché per asfissianti metropoli non li rende meno autentici. Così, ne Il Custode Del Drago (2009) il tema è la diversità. Una cucciolata di draghi deformi viene affidata a un gruppo di ragazzi ai margini della società, perché diversi fisicamente o stranieri, per cercare un luogo dove le creature possano vivere. A loro si uniscono una donna che fugge dal tradizionale ruolo di moglie e madre, un uomo che nasconde la sua omosessualità, e un gruppo di individui senza radici. Tante diversità, tutte attuali, indagate in un “altrove” che dialoga fitto con l’oggi.
Luis McMaster Bujold, ne La Messaggera Delle Anime, mette in campo invece un personaggio che meno eroico non potrebbe essere: una vedova quarantenne che riemerge dopo una lunga malattia mentale, e attraverso di lei racconta le difficoltà della ripresa alla vita.
Questa carrellata veloce, senza alcuna pretesa di esaustività, non deve dare l’impressione che il buon fantasy sia di esclusiva prerogativa femminile. Grazie alla fortunata serie televisiva è approdato al grande pubblico George R. R. Martin, che nelle Cronache Del Ghiaccio e Del Fuoco inscena una commedia umana autentica e illuminante, in quanto ambientata in un altrove fuori dal tempo. Con stile e intenti completamente diversi, Brandon Sanderson con i suoi Mistborn (2006) ha realizzato una sorprendente meditazione sulla religione e il suo ruolo nella società. È del 2004, invece, L’orda Del Vento, fantasy del francese Alain Damasio, che non fa nulla per nascondere le proprie ambizioni. Con una struttura complessa e una scrittura di rara ricchezza, vuole a tutti i costi scrollarsi di dosso gli stereotipi legati al genere per dimostrare che esso può essere letteratura sperimentale.

Il fantasy ha poi l’indubbio pregio di saper ridere di sé. Terry Pratchett costruisce il suo Mondo Disco come uno straordinario palcoscenico per ridere con intelligenza non solo della fantasy stessa, ma di ogni aspetto della nostra società, dalla storia (Maledette Piramidi, 1989) alla letteratura inglese (Sorellanza Stregonesca, 1988). Neil Gaiman, con la sua ironia malinconica, ha introdotto il genere nel mondo reale col memorabile American Gods (2001) che forse, proprio per il suo ambientarsi in un’America realistica, per quanto invasa da dei delle più svariate mitologie, non è stato immediatamente associato al genere e ha goduto di una certa considerazione letteraria.
È acclarato che quest’ultimo sia e voglia rimanere una letteratura d’intrattenimento, che ha nel divertire e coinvolgere il lettore la sua prima ragione di essere. Ciò non significa che debba per forza abdicare all’intelligenza. Si nutre di archetipi, che come tali possono essere reinterpretati in infiniti modi. I draghi possono restare inerti creature stereotipate, o essere la chiave per narrazioni più profonde. Possono diventare, di volta in volta, la parte istintiva e repressa degli uomini, figure di sogni profetici, creazioni plasmate dall’uomo, esseri saggi o selvaggi, semplici animali. Acquisiscono il significato che vogliamo dare loro, che sarà banale solo se anche noi lo siamo.