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Guida (S)ragionata Alla Metodologia del Lavoro

Scritto da Eugenio Benelli.

Presto o tardi succede di sbattere il muso contro la realtà.

Arriva un giorno in cui i genitori fanno due calcoli, e senza far pesare troppo l’anagrafe ma facendo leva sul ménage familiare, ti invitano a prendere il largo. Niente valigie di cartone o fagotto alla nomade, ma una spintarella convinta, un taglio netto al cordone ombelicale. Lo fanno per il tuo bene: serve mettersi in mutande per capire quanto sono preziosi i vestiti. E quanto vale impegnarsi per averne di caldi. C’è da superare l’inverno, la pioggia, il gelo che punge, che piaga la pelle e scava nelle ossa, le incurva, fa più danni della scoliosi che è forse la questione più grave quando ancora non ti devi mantenere, e la colonna vertebrale duole solo per la postura sbagliata sui libri.
In quel momento sei di fronte alla prospettiva della realtà: cercare un lavoro, ritagliare un daffare che darà senso a un percorso di studi o che renderà il sudore sui banchi buono appena a lucidarli. Cercare lavoro è un mestiere dispendioso in fatto di tempo e di energie psicoattive. E pure monetarie. Profeti dell'acqua calda annunciano rincari per i mezzi pubblici (che servono a raggiungere uffici del personale, aziende e agenzie interinali), per la carta con cui stampare i curriculum, e ovviamente per le tariffe telefoniche (utili agli eventuali contatti), con cui finanziare i numerosi e dispersivi servizi al cittadino, raccolta differenziata, Protezione Civile e buromostri da sportello.
Magari con qualche contributo
involontariamente spontaneo. Come in una commedia.
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Atto I – La presa di Coscienza. «Oh, mio dio, sono solo. E mo’ che faccio?» è la prima reazione interiore, una domanda stucchevole che ha un suo rituale.
Necessita il distacco e rappresenta il livello primario di consapevolezza nello sconforto, una volta realizzato che davvero la famiglia c’è e ci sarà sempre, ma se tornerai ricco e famoso, o quantomeno capace di mantenerti da solo, sarà meglio.
Segue uno straniamento con desiderio di staccare da tutto e da tutti, scendere dal mondo in corsa e cercare la valvola del tempo. Si vorrebbe subito tornare bambini, spensierati, liberi dal vincolo del doversi guadagnare la pagnotta con un impegno che occuperà – se va bene – quasi tre quinti dell’esistenza.
Realizzato che perfino l’Archimede disneyano non ha ancora inventato un arnese capace di evitare il lavoro a poltroni cronici come Paperino, ci prepariamo mentalmente al bisogno.
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Atto II – L’educazione al Dovere. «Fattene una ragione, la sveglia suonerà comunque». Più sveglie scasserai, più sottile sarà lo spessore del portafogli a fine mese. A più porte busserai, più alta sarà la probabilità di essere scagliato o assunto, in modo direttamente proporzionale. Vacillerai un poco, ricordando la professoressa di matematica mentre spiegava nel disinteresse totale della classe, e tu andavi scaccolandoti beato, esplorando le cavità nasali senza subire l’alitosi o il mix di profumi del selezionatore del personale. E giù a compilare fogli, e form, e questionari, e documenti, test, prove, tante prove che neppure le Formula Uno nel weekend. Ma ci vuole disciplina. Anche nel vestire, nel decidere alla svelta cosa indossare, come parlare, atteggiarsi. Via la barba alla Che Guevara, sotto con i rasoi e le facce pulite, le cravatte, le scarpe eleganti o comunque coi lacci, e i pantaloni con la piega.
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Atto III – Il Contatto. «Devo fare buona impressione, perché potrei avere una sola chance.»
Savoir faire, gente mia. È una cosa fattibile anche per i ritardatari coatti, purché capaci di puntare la sveglia (sempre lei, dannazione!) con un margine d’anticipo sufficiente. E poi sapersi vendere. Brutto, vergognoso, ma efficace. Non tutti possono sfoggiare un sorriso smagliante, specie se sono sgusciati dal letto prima dell’alba e si sono drogati di caffeina, hanno insultato il gallo del vicino perché nell’uscire di casa non s’è degnato di cantare, quindi di svegliarsi, e sui mezzi pubblici non hanno visto una faccia amichevole neanche a disegnarla sui vetri col dito. Rischiando pure la multa.
Ma ci vuole la faccia esatta per ogni occasione, e che i discorsi siano misurati.
Santa diplomazia, in odor di lecchinaggio. Per la legione dei puri e inflessibili c’è il ripiego dell’arte. Potranno sempre diventare scrittori, attori, cantanti (solo se in possesso di buone conoscenze), impresari della frottola o dell’evasione fiscale, farsi preti, suore o militari. La nostra società è magnanima e multiforme, dicono i sociologi.
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Atto IV – La Prova Pratica. «Se non mi sbattono fuori, spezzo le corna a tutti.»
Dopo essersi esercitati, avere spacciato curriculum gonfi di incompetenti competenze, montato la guardia a più aziende o settori nel contempo, studiato capi e colleghi come agenti segreti, fatto le pulci ai loro interessi politici o culturali, intuito i punti deboli in cui fare breccia, sarà buon pro sbrigare ogni compito con destrezza e efficienza, magari camuffando i tempi morti con finte attività impegnate, intense elucubrazioni. «Tanto,» assicurano i bene informati, «il nostro governo ha intenzione di immolarci al volere dell’Europa, donandoci un futuro da precari». E avanzerà poco per tutti; un posto al sole, chiazzato dal buon senso in caduta libera, e la merce rara del sorriso disponibile, quello del lavoratore che davvero ci crede.
E avanti, su, raccontateci ancora la favoletta delle utopie di Steve Jobs.