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La Città Dalle Mille Ombre

Scritto da Daniela Frascati.

Scelgo di parlare di ciò che ci appartiene e non di ciò che ci sovrasta. La natura è madre e matrigna, al suo volere non si comanda. Ci piega, mostrando i limiti che dovrebbero essere la misura della nostra saggezza. Dunque, non saprei raccontare delle città scomparse e sommerse da uno tsunami, né della forza inusitata di un terremoto che è sembrato riportare il pianeta ai suoi primordi, ma dei creatori dell’orrore di Fukushima, un tempo famosa per le sue sete e i suo tessuti, sì.
Loro ci appartengono. Appartengono alla specie umana anche se non ne hanno avuto rispetto, e hanno consentito che l’orrore si aggiungesse al disastro.
Un amico dice che il terrore è l’attrattiva di ogni spettacolo; e infatti siamo qui a guardare, ad attendere il prossimo. Perché ci ingozziamo di immagini, ne facciamo indigestione e le espelliamo, allontanandole da noi, perdendo la memoria di ciò che di tragico hanno dentro.
L’orrore che passa sui teleschermi ha già avuto un nome e un luogo, 25 anni fa, ed è questo luogo dimenticato che voglio scomodare, sperando non somigli al futuro di Fukushima. Dirò così della città di Chernobyl, i cui responsabili del disastro andarono giustificando con il progresso un fallimento storico, la resa dello spirito dinanzi alla materia. Purtroppo, per tanti, una materia incandescente.

Quelle morti e quel disastro non commuovono più; il tempo rimargina le ferite e fa dimenticare  la paura. Ma quante centrali ballano in silenzio la danza del rischio? Io, Chernobyl non l’ho mai vista davvero, così come il Kublai Kan di Calvino non aveva mai visto le Città invisibili di cui Marco Polo gli narrava. Però di Chernobyl mi è arrivato il vento la notte del 26 aprile 1986, insieme a una emicrania che mai ho patito di più. Erano le cinque del mattino – più o meno l’ora in cui poteva essere arrivato a Roma, dopo aver soffiato su mezza Europa.
Ora riguardo i ventinove scatti del fotografo David Schindler, che ha voluto tornare in quei luoghi. Chernobyl è una città fossile, dentro un passato che non produce futuro né memoria.
Ci si arriva attraverso una strada d’asfalto disconnesso, che corre dritta fino a un dosso improvviso che sbarra l’orizzonte. Un segnale di pericolo lo precede. Ai lati, una vegetazione fitta mangia l’asfalto e dilaga nella foto successiva dove gli stessi alberi, conifere e betulle giganti, assediano palazzi senza il riflesso di una sola luce dalle finestre. Architetture grandiose ma tetre e anonime, nate senza uno slancio di fantasia e di vita, quasi un presagio del destino che verrà. Nella sterpaglia, la ruota di un luna park segna il confine tra il prima e il dopo. Lì, un giorno, risuonavano le risa dei ragazzi.

Un fiume opaco come piombo fuso serpeggia in una campagna che sembra non avere fine; alberi grigi, alcuni di un verde denso, con le foglie ripiegate verso il basso come a difendersi dalle radiazioni. E in sequenza un edificio basso di pietre scure, una palestra, una piscina. Tutti allo stesso modo fantasmi di se stessi. Pietre annerite, invase dalle erbacce. Fredde come mausolei della morte.
E ancora un’aula scolastica, una grande lavagna a parete dove una mano umana ha lasciato la sua traccia; numeri di gesso che ancora resistono, un po’ sfarinati ma leggibili. Per terra, tra rottami e muffe le pagine di un libro per ragazzi con le figure di animali fantastici. Poi un ufficio, dove pile di documenti sopravvivono e resistono all’abbandono senza le piaghe che il ferro, il cemento armato e le pareti mostrano come una lebbra che ancora corrode.
Ho rivisto ventinove fotografie, requiem per una città. Da Chernobyl e dai territori vicini furono evacuate quattordicimila persone, ma quante non hanno rivisto l’alba livida e incerta, e quante portano i segni della tragedia? Nessuno lo dirai mai veramente. Eppure quel luogo, come nei peggiori incubi, è ancora abitato. Sono circa mille le persone, quasi tutti anziani, che hanno scelto di tornare nelle case contaminate.
Un filo invisibile annoda il cuore di questa città avvelenata alle mille ombre che, in silenzio, con dignità, aspettano la fine. Testimoniando come ripartire verso un nuovo inizio, perché è meglio attivi che radioattivi.