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L'Handicap In Rosa [Parte V]

Scritto da Laura Righi.

La testimonianza diretta è ciò che dà voce alla voce. Privilegiando il format dell’intervista, si può garantire la soggettività dei contributi e preservare intatte le singole esperienze, il vissuto, le sensazioni. Con la raccolta di impressioni, travagli, visioni, è possibile far luce sui fatti immediatamente visibili, dando modo di emergere, nel contempo, al substrato delle percezioni, quello inafferrabile in superficie.
In prima persona, senza avvalermi dei Grandi Numeri o di complessi strumenti matematici, ho redatto una scaletta di quesiti da porre a un campione di donne disabili.
È facile rendersi conto di come la presenza di un tale gap influisca sull’immagine del sé, sulla dimensione corporea e la sfera dei sensi, tanto da influenzare i soggetti in gioco nella relazione, siano essi portatori di handicap o meno. Nel corso della propria esistenza, dunque, la disabile potrebbe incontrare difficoltà nella strutturazione dei rapporti con la società, nella formazione dell’ego e di una coscienza critica. La Conoscenza è soggetta, in costei, a continue rielaborazioni, principalmente a causa del basso numero di stimoli esterni con cui rafforzarne la matrice. Il rischio correlato a ciò è il distacco, l’etichetta di “donna mancata”, vittima di abusi ideologici e non.

Il campione a cui ho proposto l'intervista consta di dieci donne di età compresa fra i 25 e i 45 anni, residenti nella provincia di Bologna e Rimini. Tre delle dieci interviste mi sono arrivate in forma anonima, mentre le altre provengono da altrettante donne che già parlano di Disabilità Femminile a livello nazionale, come ad esempio Valeria Alpi, giornalista, curatrice delle monografia sulla disabilità e maternità, collaboratrice del CDH (Centro Documentazione Handicap) di Bologna. Altre personalità sono Emilia Napolitano, che lavora per la promozione e la tutela dei diritti umani e civili, per la pari opportunità delle persone con disabilità e delle loro famiglie; e Renata Piccolo, educatrice e collaboratrice anch’essa presso il CDH. Entrambe raccolgono testi scritti da portatrici di handicap, organizzano convegni a tema, intervistando le protagoniste.
Tutte le intervistate non sono madri per paura di trasmettere la malattia (alcune sono disabili dalla nascita o hanno contratto la malattia nel corso della vita), ma sono assolutamente favorevoli al diritto alla maternità.

«Femminilità, cosa serve a tuo parere per rappresentare l'essere donna prima che una disabile? Quali sono i tuoi desideri? Ti senti bella?»
«La femminilità,» risponde Gabriella, «è la sintesi della peculiarità: sensibilità, istinto materno, attenzione, dolcezza. Essere donna è essere completamente se stesse in ogni momento della vita, mettere a frutto e a disposizione le proprie doti. Sono una donna con disabilità, quindi la mia condizione fisica si inserisce in una cornice ben precisa. Io desidero, penso, amo, vivo come ogni altra donna, in base al mio vissuto, alla mia cultura, al mio carattere. Mi piaccio, mi piace il mio viso, mi sento bella dentro e faccio di tutto per sentirmi soddisfatta quando mi guardo allo specchio (la bellezza nasce dalla pace del cuore). Essere nata femmina è stato un colpo di fortuna, poi vivendo, donne si diventa, ognuna con le sue caratteristiche, il proprio stile, e la disabilità che ho acquisito mentre percorrevo la mia strada, la porto come un’altra donna tiene i capelli lunghi. Di desideri ne ho, vanno e vengono. Non mi sento bella, mi piaccio.»

La bellezza non è una cosa obbiettiva, chiunque ne ha un concetto personale e soggettivo, esteriormente e interiormente. Credere in sé stessi, avere una buona autostima aiuta a sentirsi migliori, completi, densamente piacevoli. Nonostante essa dipenda scarsamente dall’apparenza, la cura può aiutare.
Anche il tabù della sessualità rivela che nessuna vuole restare prigioniera di quel limbo senza pulsioni in cui le si pensa: «La problematica più ricorrente è proprio il non riconoscimento del diritto alla sessualità dei disabili. Ci sono poi le difficoltà di auto-accettazione, del trovare il coraggio di dichiararsi all’altro e di affrontare l’eventuale rifiuto (…). È giusto cominciare a parlarne sia nei rapporti individuali che attraverso i mezzi di comunicazione, non ignorando i problemi, ma mettendo l’accento sulle potenzialità.»
Renata Piccolo fa eco: «È basilare che il disabile stesso si proponga come essere sessuato; ciò non è per tutti possibile a causa delle limitazioni fisiche, ma si può comunque cercare la modalità con cui proporsi. Un grosso problema è causato dalla nostra società, ed è quello di correlare la sessualità al corpo; questo, per le persone con deficit, è spesso deformato, trafelato, diverso, per cui è più difficile far accettare questo corpo agli altri. Però, ribadisco, è il disabile stesso che deve proporsi, che non deve aver paura di esporsi, lanciando una proposta che chiama allo scoperto i disabili stessi, invitando gli operatori del settore a fare formazione per sdoganare una realtà che vista da fuori sembra erroneamente negativa/impossibile. Forse che nel Terzo Millennio ci si possa arenare dinanzi a retorica e falsi imbarazzi?»

«Com'è possibile inserirsi nel meccanismo del lavoro in maniera efficace?»
Secondo la dott.ssa Emilia Napolitano: «L’unica soluzione è la volontà di applicare la legge esistente sul collocamento, nonché sanzionare le aziende che non la applicano. Nel contesto lavorativo, c’è come sempre un problema di natura culturale che in maniera particolare incide sulle donne con disabilità, a cui spesso non si riconoscono posti dirigenziali e sono relegate invece solo a funzioni esecutive.»
Rincara una signora: «Io ho una paralisi alle gambe e sostengo che per lavorare servono voglia di fare, cervello, e che se non vengono a mancare queste due cose si supera ogni ostacolo.»
Ci troviamo dunque davanti a donne di buona volontà, desiderose di essere considerate secondo i meriti e di sentirsi utili nell’architettura della Produzione. Sarebbe auspicabile, in questi casi, garantire la corretta applicazione della legge, perché non basta adattare spazi e strumentazioni per mettere un disabile in condizioni ideali. Occorre ricordare che: «L’integrazione si potrebbe attuare offrendo dei lavori che i disabili possano svolgere, le persone naturalmente devono dimostrare di avere i requisiti per svolgere tali lavori. Non mi sembra giusto “regalare”, non è così che si attua la parità.»
«Le donne disabili hanno diritto ad essere genitori?»
«C’è una maternità che va oltre quella fisica e che può esprimersi in mille modi. Avere un deficit non significa essere incapace di gestire, crescere o educare un figlio; non ci sono motivi che ciò venga precluso.»
E ancora, una disabile dalla nascita assicura di essersi integrata alla perfezione con «quasi ogni habitat con cui sono venuta a contatto. Certo, le discriminazioni non sono mancate, ma le ho sempre superate con l’aiuto del mio senso critico, dopo aver preso atto che non c’era nessuna differenza tra me e le altre, se non un aspetto diverso. Dentro, più dentro, non ho nulla da invidiare a nessuna.»
Ancora più forte è il messaggio trasmesso da Lidia, che sostiene: «La disabilità è un fattore X. È un’incognita per chi la teme, non per chi la conosce da vicino e la sperimenta tutti i giorni sulla sua pelle. Il vero emarginato è chi emargina, perché si mette su un piedistallo da cui rotola giù ogni volta che il muro di fragili credenze che si è costruito gli viene a mancare, e non sa più dove appoggiarsi.»
C’è, in questo pensiero, un concetto di purezza devastante, quasi un aforisma di sublime e prodigiosa verità: chi emargina è l’autentico emarginato. E lo sceglie da sé, consapevolmente, o per (de)merito di una cultura spintagli a forza in mente da generazioni e generazioni di operai del pregiudizio.

Ecco perché le interviste sono un esercizio di dialogo con lo spirito e un’apertura eccezionale alla galassia delle disabili. Rivendicano la loro necessità di essere incluse nel motore sociale, di esserne parte attiva e non semplice rimorchio da assistere, il più delle volte con sguardi e comportamenti stucchevoli. Perché l’ossatura della civiltà è fatta di accoglimento, di parola, dove la distanza fa più dolce l’attesa, senza scavare abissi di ingordo silenzio, censura, esclusione.
Le testimonianze di coloro che hanno patito e patiscono situazioni disumanizzanti – distanti nel tempo e diverse tra loro – ci permette di riconquistare territori comuni, linguaggi riconoscibili, lenendo traumi e ferite con l’esperienza della parità.