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L'Handicap In Rosa [Parte II]

Scritto da Laura Righi/Paolo Macchi.

Possiamo ora chiederci: cosa significano oggi gli aggettivi femminile e maschile?

Quali sono i comportamenti appropriati, accettati e condivisi per un uomo o una donna? Gli stereotipi possono essere definiti come il risultato di procedure cognitive che portano alla categorizzazione, uno degli strumenti base a disposizione della mente per organizzare le conoscenze e far fronte alla complessità del reale.
Si sostiene che pregiudizi e stereotipi, in quanto espressioni rigide ed erroneamente semplificate della realtà, siano conseguenza di ignoranza, ossia non conoscenza. E vi si attribuisce valenza negativa quando - diventando condivise, e assumendo così dimensione sociale - inducono a discriminare singoli o gruppi. Possono essere di matrice etico-razziale, religiosa, sessista, avversa ai disabili, agli omosessuali, ai tossicodipendenti.
Sono scorciatoie di pensiero che limitano e ingannano la rappresentazione delle identità, dei saperi, sclerotizzano i ruoli, omologano la percezione dei diversi modi di essere. Dunque, costituiscono elementi di discriminazione e segregazione, e sono il principale ostacolo nella realizzazione di una democrazia civile compiuta.
Larga parte degli uomini categorizza, ovvero ordina mentalmente il proprio mondo sociale, e riduce la quantità di informazioni con cui si confronta. Secondo Tajfel, infatti, gli stereotipi producono semplicità e ordine dove ci sono variazione e complessità.

Una recente linea di ricerca focalizza l'attenzione sul rapporto fra dinamiche affettive e cognitive nell'attivazione degli stereotipi. L'ipotesi è quella per cui un cattivo stato d'animo può aumentare l’ostilità nei confronti di altri gruppi. Di conseguenza, le esperienze negative possono risultare determinanti nell'attivazione degli stereotipi, che verso i disabili sono spesso comuni.
È buona prassi tener conto del contesto culturale in cui i soggetti sono calati. Per un processo di economia mentale, gli stereotipi hanno il vantaggio di essere “presenti”, mentre tutte le altre ipotesi o spiegazioni alternative richiedono un ulteriore lavoro cognitivo che non sempre si è disposti a fare.
Perché non si verifichi un effetti di contrasto (cioè quando le persone non si comportano come ci si aspetta) occorre che vi siano incoerenze ripetute. Ciò implica per i membri dei gruppi stereotipati una situazione difficile, perché essi devono continuamente dare un'immagine di sé positiva: in caso di fallimento gli stereotipi verrebbero ulteriormente rinforzati.
Instaurare un contatto personale è un sistema per ostacolare lo stereotipo: permette di sviluppare fiducia ed empatia come individui anziché membri di un gruppo, senza considerare nessuno un’eccezione alla regola.

Del pregiudizio, poi, si possono dare diverse definizioni, secondo la sua specificità. Allport sostiene che non può essere compreso senza partire dai processi di pensiero normali, che permettono di padroneggiare la complessità dell'ambiente circostante. A partire dalla divisione in categorie sociali, ciò che trasforma un’osservazione in un pregiudizio è il fatto che resista al cambiamento, nonostante vi siano informazioni e prove contrastanti.
La prospettiva socio-psicologica di Brown, invece, riconosce alcuni limiti alla ragione individuale. Innanzitutto non bisogna sottovalutare l’incidenza del contesto sociale nella formazione dell’identità, e quindi anche del pregiudizio. Poi, va considerato che di gruppo in gruppo se ne esprimono (e accollano) di precisi, e che alcuni di essi si accentuano o affievoliscono in periodi storici particolari, in presenza di eventi scatenanti. Pertanto, da problemi del funzionamento mentale dell'individuo diventano giudizi erronei e irrazionali di tipo collettivo.
«Il pregiudizio è una tendenza a considerare in modo negativo, senza una giustificazione, le persone che appartengono a un determinano gruppo.»
E l'incontro tra culture differenti si fa minaccioso nel momento in cui si afferma la certezza dell'individuo di appartenere a un mondo di valori più giusto, migliore.

Gli ostacoli che tendono a penalizzare le donne sono tuttora presenti, nonostante le battaglie per l'uguaglianza e una reale parità dei sessi. Permangono difficoltà e limiti ancora da rimuovere.
Per ragioni semantiche e – appunto – di pregiudizio, si è indotti a ritenere che essere donna non sia decisivo nel definire un’individualità umana, semmai un soggetto più o meno femminile. Sui libri, qualcuno ha certificato ciò come “debolezza ontologica del genere”, i meno intellettuali sanno da sempre che è discriminazione.
Il progressivo ripensamento del rapporto uomo/donna si avvale di una serie di ricerche provenienti da più ambiti di studio. Psicologia, sociologia, antropologia si confrontano con le discipline biologiche, e insieme offrono alla pedagogia spunti su come ripensare le relazioni nel rispetto reciproco. E nelle pari opportunità.

L’intento di scardinare stereotipi e pregiudizi che per troppo tempo hanno relegato la donna agli spazi angusti del focolare, costretta o condizionata a trasmettere alle figlie modelli ripetitivi di dipendenza dall’uomo, è riuscito in parte. Perché il termine handicap rappresenta ancora la discrepanza fra lo stato di efficienza presunto di un soggetto, e quello effettivo del singolo.
Nel linguaggio comune handicap e deficit sono assimilati, ma se il primo è una mancanza conclamata (ad esempio la cecità), il secondo è  lo svantaggio che quella carenza procura all’individuo, assommata agli ostacoli dell’ambiente. Il deficit è a carico dell’organismo, l’handicap dell’educazione.
Quello che il pedagogista coglie in relazione al deficit è la resistenza allo sviluppo pieno della persona. L’handicap, quindi, riguarda ogni uomo alle prese con il proprio status di persona, che aspira a divenire personalità. Confonderlo col deficit comporta due gravi conseguenze: considerarlo entità solo di chi ha un deficit, e pensare che chi ne possiede uno sia diverso da tutti gli altri.

È un muro impalpabile quello che rifiuta i diversi, e impedisce di vedere l’handicap come qualcosa che attraversa l’umanità intera. Chi ne ha carico lo vive come un’unica, singolare tragedia; lo stigma è il fardello più pesante che porta con sé il disabile, perché pesa tonnellate, colpisce il soggetto nella concretezza delle relazioni sentimentali, di amicizia, professionali, e nella possibilità di potersi realizzare appieno. Erving Goffman lo definisce un marchio, uno di quelli che si portano sopra e sotto la pelle. Un gap di rilievo, insomma, visibile a chiunque entri in contatto con l'handicappato, che condiziona la qualità delle relazioni. Il portatore dello stigma, suo malgrado, viene identificato attraverso quel segno distintivo. Screditamento e declassamento sono conseguenze assai comuni. Come ricorda il sociologo Crespi: «la persona handicappata è una presenza scomoda e perturbante, perché il suo stesso esistere mette in crisi l’illusione narcisistica, tipica della cultura dei nostri giorni, di aver sconfitto la sofferenza e la morte mediate il possesso di un corpo giovane e bello (…) Il dolore e la malattia devono essere accuratamente nascosti. In quest’ottica, un deficit rappresenta una condizione di colpa. In altre parole, la presenza tangibile di un deficit crea sentimenti di ripulsa e di terrore in una persona “normale”, dal momento che smuove all’interno dei suoi vissuti inconsci immagini non piacevoli paragonabili alla malattia.»

L’handicappato sviluppa un profondo senso di colpa e di vergogna per non essere attinente ai canoni massivi; comincia a non amarsi, a cercare di nascondere anche a sé l’origine del disagio. In sostanza, si sente colpevole di chi gli altri vorrebbero che fosse.
Si immagini quanto risenta di ciò l’interiorità di una bambina disabile, definita dalla società con una delle sue parti mancanti sin dalla nascita. La sua diversità emerge ogni volta che esce dall’eventuale campana protettiva della famiglia e si confronta con le regole di un mondo fuori misura, con le coetanee normodotate, con tutte le credenze che gravano sui meccanismi di chi porta uno stigma.
Il risultato è una doppia emarginazione: il deficit fisico o mentale, aggravato da una minorazione sociale che altera autostima, sicurezza, identità.
Nonostante ciò, oggi c’è più consapevolezza fra le donne disabili sia rispetto alla loro doppia discriminazione, sia verso lo squilibrio di opportunità.
Anche il valore e il senso che ciascuno dà alla sessualità non vengono svincolati dalla storia privata. E la sessualità si lega a due dimensioni, fortemente intrecciate:
1) Il desiderio, l’incontro, l’erotismo, la corporeità, la ricerca del piacere e dei sentimenti d’affetto.
2) L’espressione diretta della soggettività, ossia l’esistere in senso stretto, la cura del proprio essere e della personalità.

Il corpo è il principale strumento di relazione, è un modo di stare nel mondo; la sua presenza da la certezza di esistere. E di potere, in qualche maniera, comunicare. È un bisogno innato a cui nessuno può sottrarsi.
Ebbene, una ragazza con disabilità motoria incontra mille ostacoli nell’esprimere la propria corporeità, nel percepirsi come anima fra anime nella materia, nonché sul piano linguistico e gestuale. Per Giuliana Ponzio, medico e psicoterapeuta, nella nostra cultura quando una bambina nasce, ha già pronto da secoli un progetto di vita. Dietro di esso non sono previsti né la difesa dei propri confini, né la possibilità di dare valore ai desideri. Quelli che non rientrano nel progetto rimangono uno dopo l'altro senza risposta, anzi vengono spesso definiti “pretese”.
La bambina, così, non solo li accantona e poi li rimuove, ma si sente anche in colpa per averli pretesi. Questo perché sovente la relazione madre-figlia si struttura come una relazione di potere, dove la madre sembra non avere dubbi su ciò che la bambina desidera.
Un lavoro, una compagnia, rapporti costanti e abituali col mondo esterno: tutto è ridotto, negato. La bambina resterà sempre tale, i suoi desideri saranno quelli della madre, che trasforma in un divieto drastico il tabù dell'handicap: la sessualità.




[Fine Seconda Parte]