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L'Handicap In Rosa [Parte I]

Scritto da Laura Righi/Paolo Macchi.

La donna disabile nella società odierna: un granello di sabbia nel deserto?

La tematica è attualissima e spinosa, perché nel mondo dell’opportunità globale i valori etici di uguaglianza, integrazione e civiltà non possono restare confinati nella demagogia. Dare voce a chi non ne ha, a chi viene discriminato, senza cadere nella retorica, è un’operazione complessa e in primo luogo etica, che allarga la crepa nella corazza indifferente del Sistema. E lascia filtrare il diritto di chi, privo di pregiudizi sessisti o parzialità, cerca con fatica il proprio ruolo sociale e civile.
Vulnerabilità e marginalizzazione possono pregiudicare le opportunità di lavoro, di maternità, quelle culturali, sessuali, e l’accesso alla cosa pubblica.
Nel nostro Paese le portatrici di handicap sono il doppio degli uomini – oltre un milione e 860 mila. In rapporto al totale degli italiani, rappresentano circa il 6% della popolazione.
Un paradosso contemporaneo è che il pensiero femminista largamente ignora, dunque esclude, la disabilità rosa: si adegua piuttosto a veicolare l'immagine di una donna forte, preparata e attraente. Il concetto dell’handicap, invece, visualizzato come dipendenza, inabilità, bisogno, passività, non può inserirsi nel contesto quotidiano fatto di emancipazione, dinamismo, energia.

Osservando un gruppo di ragazze disabili ventenni, si è notato quanto il self care riuscisse a farle sentire felici, tanto sotto il piano della creatività, quanto nella variabile estetica: la coscienza di un sé diverso benché uguale. Eppure l’unico status degli uomini compete per nascita. Ognuno deve essere padrone e protagonista della sua storia, della sua vita.
L’impegno normativo dell’ONU, grazie alla Convenzione Internazionale dei Diritti delle Persone Disabili, ha tentato di circoscrivere il substrato dei tabù, garantendo maggiore protezione e tutela alla categoria. Perché nessuna conquista ha più valore della possibilità.

Il primo step, dunque, è il concetto del sé e dell’identità, laddove il sé rappresenta la persona nella sua interezza. E questo analizzeremo, o tenteremo di analizzare – perché l’argomento sarebbe di enormi dimensioni – nella Parte I di questo contributo.
Il concetto può essere definito come risultato di un’integrazione tra le istanze psichiche freudiane: Es, Io, super Io, ideale dell’Io (la psiche), il Corpo (sé somatico).
Il sé è una dimensione dinamica che tende a modificarsi continuamente nel corso dell’esistenza, poiché ogni funzione fisica e mentale è soggetta a variazioni nel corso della vita. Si cresce, ci si sviluppa, ci si ammala e invecchia. Da bambini ad anziani c’è un lungo travaso, un cambiamento che non ha soltanto connotati morfologici, anzi, si potrebbe dire che l’aspetto fisico è la parte meno evidente dell’evoluzione individuale. Il progresso cognitivo, infatti, muta e si adatta continuamente alle situazioni ambientali, ai contesti, al substrato con cui il soggetto viene a confrontarsi. Di pari passo procede l’emotività, che contribuisce alla strutturazione dinamica del sé.
Quest’ultima è il punto focale grazie a cui l’individuo confronta e valuta gli oggetti che occupano gli spazi della sua realtà. Tale accrescimento cognitivo comporta un’ attività interpretativa costante, e dà ordine a una continuità di informazioni altrimenti caotiche. In sintesi, è ciò che guida le azioni di ogni uomo nella socializzazione, un’esperienza impossibile da considerare indipendente dagli altri.

Il Fratini definisce il sé come l’intersezione fra il substrato personale e quello impersonale, ossia tra la coscienza soggettiva e le modalità di interazione, le aspettative, le rappresentazioni del proprio background culturale. Pertanto, il sé subisce molte influenze, quasi tutte provenienti dalle relazioni interiorizzate. Esse sono legate ai ruoli sessuali, a quelli di razza, alle differenze culturali e affettive, che concorrono insieme a organizzare la personalità.
Jole Baldaro Verde ha elaborato un modello cibernetico che individua quattro dimensioni coinvolte nella strutturazione del sé: il mondo esterno, il mondo interno, il sé somatico e quello psichico. Alla formazione, quindi, contribuiscono fattori autogeni e altri indipendenti dalla volontà. E i secondi, nella sfera dei disabili, sono elementi di peso, perché forgiano più che in altri l’identità.



L'identità è ciò che ci rende singolari, irripetibili. È quanto impedisce alla gente di scambiarci con uno e cento sosia. Non tanto per somiglianza fisica, piuttosto per quel sentimento di continuità che ci scolpisce attraverso mutamenti, trasformazioni fisiche date dall’avventura del vivere, dai bisogni affettivi, di fiducia, di continuità, di un lavoro, una famiglia, una collocazione sociale.
Ecco perché l’interazione ha un ruolo così rilevante: è dal confronto che ognuno ottiene elementi di somiglianza, informazione, affinità e appartenenza.
Detti elementi provengono da:
a) Comportamenti adottati ed effetti percepiti sugli altri. La modalità con cui ciascuno rileva le proprie azioni ha un ruolo chiave nell’immagine che si costruisce di sé
b) Inserimento nel mondo sociale, nella collettività, riconoscimento in un determinato gruppo
c) Feedback, dopo aver appreso o sperimentato de facto l’idea concreta che gli altri si sono fatti
d) Necessità che la propria identità non venga riconosciuta solo da sé, ma dalla società globale.

Nella genesi del senso del sé, lo sviluppo della mente è fortemente influenzato da quello del corpo. Si può definirne l’andamento circolare corpo – mente – corpo, in quanto la psiche è presente negli stadi fisiologici fin dalla nascita, geneticamente ereditata; nella crescita immagazzina informazioni e le elabora in modo tale da operare sintesi, scelte, e prendere decisioni, conquistando spazi più o meno ampi di realtà inesplorata, ambientando il corpo alla percezione delle cose del mondo; infine, grazie allo psichismo cosciente, manipola e perfeziona la fisicità, organizzandola in modo personale ed equilibrato, in funzione alle esigenze concrete. Tramite la mente, insomma, il corpo diventa uno strumento. Nel disabile, uomo o donna che sia, la presa di coscienza è identica, ma amplificata per quanto concerne l’ensemble.

Con la maturazione biologica l’individuo apprende a combinare attenzione, intenzioni e stati affettivi, realizzando gradualmente la costruzione della coscienza. Lo sviluppo fisico, le variazioni sensoriali e motorie giocano anche qui un ruolo fondamentale, perché attraverso le relazioni e il loro manifestarsi può dare un ruolo e un significato al proprio essere.
Raffigurazioni, gioco, linguaggio, simboli, gestualità: dai contenuti primitivi alle interrelazioni più complesse come allusioni, sottintesi, messaggi subliminali, il puzzle della personalità si compone graduale e inesorabile.
Secondo il professor Dino Giovannini, “man mano che le rappresentazioni più globali di sé si organizzano e strutturano, si stabiliscono legami più stretti, più completi e profondi tra le differenti percezioni, immagini e rappresentazioni di sé”. Tutto questo fa emergere un polposo sentimento di unità, di coerenza, di stabilità, di permanenza nel tempo, e consente all’ individuo di riconoscersi nei confronti sia di se stesso che degli altri.
Lo sviluppo dell’identità è come un mosaico che si modifica con l’aggiunta di tasselli sempre nuovi e diversi, in una dimensione dinamica che accompagna per tutta l’esistenza.

Maschi e femmine vengono divisi sulla base di differenze biologiche, sebbene per tradizione sesso e genere vengano accomunati. In realtà, fra di essi la divisione è più che concettuale. Il primo, infatti, costituisce un corredo genetico di caratteri fisici; l’altro è uno stigma culturale, la rappresentazione che dà forma allo status del singolo: modalità di comportamento, di rapporto, differenze costituite di atteggiamenti, ruoli, compiti.
Nella società umana ogni individuo è portato a testimoniare regolarmente la propria appartenenza ad un genere, poiché è un rinforzo dell’identità. Il genere, dunque, non è contrapposto al sesso ma vi interagisce, ed è qualcosa di appreso, per nulla innato. Rappresenta un semplice interesse teorico e clinico, perché maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa.



[Fine Prima Parte]