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Se L'Amore Ferma Il Tempo

Scritto da Debora Mancini.

Spesso i limiti umani stanno stretti. E quelli del corpo sono troppo circoscritti per esprimere l'interiorità, più vasta della massa fisica.

Non sopportiamo i confini prescritti dalla natura – Ulisse ne è un paradigma – figuriamoci quelli autoimposti per compensare le fragilità, nella speranza di farle perire o quantomeno non sentire la loro voce. Forse, anche come retaggio di esperienze vissute, ma che la coscienza non ha ancora elaborato.
Portiamo con noi grandi segreti, che non abbiamo il coraggio di dichiarare. Freud fu il primo a parlare di inconscio, a inseguire un fantasma. Carattere e personalità si formano anche per mezzo di istinti repressi. Tendiamo per cause naturali a sopprimere le nostre debolezze, a soffocarle nella falsità della morale perché sono motivo di vergogna, di disagio agli occhi degli altri.
Far emergere quel che è depositato sul fondo genera timore: facendolo, si sposterebbe una gran massa d’acqua e si smuoverebbe quella sovrastante. Lo stravolgimento provocherebbe cambiamenti, e sovente si preferisce mantenere il riflesso del bagliore a galla e tenere nascosto il torbido che non traspare, ma c’è.
Già, perché quel che maggiormente conta non è tanto l’autorealizzazione, ossia cercare il più possibile di abbattere la staccionata che circoscrive la vita, spostarla sempre più in là per rendere lo spazio interno più vasto, piuttosto è il giudizio degli altri a farci agire in un determinato modo, seppure l’altro ci risulti maggiormente allettante.

Perché non portare alla luce con noi stessi gli spiriti, gli aspetti impuri che ci accompagnano nel corso del passaggio terreno, e affrontarli faccia a faccia senza scandalizzarci più di tanto, perché parte di noi tutti? Perché non squarciare il velo di Maya, che noi invece di un destino cieco abbiamo posto per ottundere la verità, per non sapere chi siamo, e mantenere un’immagine tanto impeccabile quanto fasulla?
L'invisibile è l'essenziale. Le fragilità interiori sono quasi come la Ginestra leopardiana: più si cerca di confinarle, di distruggerle, più rinascono vigorose.
La storia di Lolita e di Humbert ne è la dimostrazione: un legame proibito, un’ossessione disperata, una passione perversa. Ma un rapporto pur sempre umano. Un'avventura di fuga e di passione attraverso i motel di mezza America, un congegno narrativo preciso come una formula algebrica. 
Humbert, professore quarantenne, si trascina dai tredici anni un’esperienza drammatica. Si era innamorato perdutamente di Annabel, ma la morte precoce della giovane porta via anche il grande amore che l’uomo provava per lei. Vedersi strappate le illusioni e i progetti che si era costruito non gli permette di abbandonarsi completamente a un nuovo rapporto, tant’è si trincera nel lavoro.

Nonostante l’avanzare dell’età, i suoi desideri non si sono evoluti, rimangono gli stessi dell’adolescenza: non smetterà mai di cercare in una donna il profilo di Annabel. Finché lo ritrova in Dolores Haze, che tra le sue braccia fu sempre «Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti», una dodicenne che non ha un padre e vive con la madre un rapporto burrascoso e competitivo.
Lui inizia a covare un amore ossessivo nei confronti della ragazza e, travolto dalla sua ingenuità, la spia nei suoi movimenti più naturali, mentre dorme, mentre mangia, mentre balla. Scrive di lei, credendo davvero nell’illusione che un giorno diventi sua. Può amarla nel completo, come un padre ama una figlia, senza che le contingenze modifichino il suo sentimento, sorridendo davanti ai suoi capricci, accogliendola, consolandola, rassicurandola fra le sue braccia in lacrime quando è triste, offrendole sempre la sicurezza di cui lei ha bisogno.
Quel suo amore non può essere giudicato perverso, incestuoso. È un sentimento totalizzante, che va dall’attrazione fisica all’affetto più puro, quello che sogna ogni uomo. Il rapporto fisico è solo un modo per stringerla maggiormente a sé, per eliminare il confine del corpo che li separa, per cercare di viverla per un attimo bellissimo, supremo, superbo, per quanto effimero e fugace. Questo amore incondizionato e viscerale finisce però per degenerare nell’ossessione, che induce Lolita prima a suscitare la gelosia del patrigno per la civetteria di vedere fino a che punto possa spingersi per lei, poi a fuggire definitivamente di casa.

Lolita ha dodici anni e un disperato bisogno di capirsi, di costruire una propria personalità, affermatasi troppo presto per vie sbagliate. È sempre sola e insofferente, insoddisfatta, in attesa di un Godot che non arriverà mai.
È arrabbiata col mondo, prova una sorta di sadica felicità nel sapere che anche gli altri soffrono, che l’ingiustizia non si è accanita solo su di lei. Ripropone quasi per analogia il suo vissuto con gli altri: l’abbandono della figura paterna e il conflitto con la madre. Conflitto e abbandono sono le componenti che caratterizzano infatti i suoi rapporti con le persone a lei più vicine.
Il suo attaccamento alle cose materiali la riporta da Humbert solo per bisogno di denaro. A lui non interessa, non concepisce di essere usato, e corre dalla sua Lolita senza pensarci due volte.

«Da qualche parte, dietro la baracca di Bill, una radio accesa dopo il lavoro aveva cominciato a cantare di fato e di follia, e lei era lì, con la sua bellezza distrutta, le mani strette e le vene in rilievo, da adulta, e le braccia bianche con la pelle d'oca, e le orecchie appena concave, e le ascelle non rasate, era lì (la mia Lolita!), irrimediabilmente logora a diciassette anni, gravida del figlio di un altro – e la guardai, la guardai, e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l'amavo più di qualunque cosa avessi mai visto o immaginato sulla terra, più di qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo. Di lei restava soltanto il fievole odor di viole, l'eco di foglia morta della ninfetta sulla quale mi ero rotolato un tempo, con grida così forti; un'eco sull'orlo di un precipizio fulvo, con un bosco lontano sotto il cielo bianco, e foglie marrone che soffocano il ruscello, e un solo ultimo grillo fra le erbacce secche... ma grazie a Dio io non veneravo soltanto quell'eco. Ciò che solevo vezzeggiare fra i tralci intricati del mio cuore, mon grand péché radieux, si era ridotto alla propria essenza; il vizio sterile ed egoista, quello lo cancellai e lo maledissi. Potete anche schernirmi e minacciare di far sgombrare l'aula, ma finché non sarò imbavagliato e mezzo strangolato urlerò la mia povera verità. Insisto perché il mondo sappia quanto amavo la mia Lolita, quella Lolita, pallida e contaminata, gravida del figlio di un altro, ma sempre con gli occhi grigi, sempre con le sopracciglia fuligginose, sempre castano e mandorla, sempre Carmencita, sempre mia; Changeons de vie, ma Carmen, allons vivre quelque part où nous ne serons jamais séparés; Ohio? Le plaghe desolate del Massachussets? Non importa, anche se quei suoi occhi si fossero sbiaditi come quelli di un pesce miope, e i suoi capezzoli si fossero gonfiati e screpolati, e il suo adorabile, giovane delta vellutato e soave si fosse corrotto e lacerato... anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del tuo caro viso esangue, al solo suono della tua giovane voce rauca, Lolita mia.»

Humbert fa un ultimo tentativo disperato, pregandola, supplicandola di tornare con lui, di scappare insieme, di ricominciare, rassicurandola: si sarebbe preso cura di lei e di un bambino non suo. Lei rifiuta, e il suo ultimo atto d’amore è lasciarla alla vita che ha scelto, donarle la libertà di cui per diverso tempo l’aveva privata. Un omicidio pone fine alla storia, ed è l’epilogo tragico che spetta alle passioni più devastanti.
Ma uno spiraglio di poesia riporta ancora nel sogno, nell’illusione che quelle due anime siano legate a doppio filo da un sentimento che va oltre, appunto, le contingenze. Oltre l’apparenza della trama, dello svolgersi dei fatti, che vedono Humbert morire nel novembre 1952 in carcere, e Lolita trentanove giorni dopo, di parto. La vicenda solleva così un dubbio difficile da sciogliere: può un amore essere così puro da sembrare torbido, o non c’è fantasia più grande di quella delle emozioni?