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Gli Elementi Della Differenza

Scritto da Giulio Morselli/Stefania Izzo.

Quando il sipario non è ancora dischiuso, più dolce è il gusto dell’intravisto.

Si immagina, si crea dal nulla ciò che sarà, ciò che si vorrebbe che fosse. Perché ogni individuo è dotato di fantasia, di quello spunto che serve a dare fascino alla realtà, anche nella finzione. Fingere per l’uomo è un’attitudine, talvolta una risorsa. Lo fa in continuazione, consciamente o meno, per spiegarsi e spiegare le cose. Per comprendere il proprio essere, gli altri, le differenze, che sono fondamentali.
Senza differenze non sarebbe possibile il complesso armonico nella vita, anche dove d’armonia non vi è traccia individuabile in superficie. Bisogna scavare, guardare oltre. E prendere contatto con la metrica dell’intravisto, spettatori di una recita a soggetto, ma universale.
Sono sufficienti due personaggi.

La scena si svolge all’interno di una stanza, un vano rustico, tra mobili scarni e pesanti: due sedie, un tavolo grezzo, modanature e tendaggi poco adorni. Jazzblues fusion in sottofondo, leggero, con un pianoforte in punta di dita e possibilmente fiati, ottoni caldi.
All’apertura del sipario Dalia è seduta, sta scrivendo qualcosa su una risma di fogli. Ha accanto un libro aperto e un telefono cellulare. Si volta verso la finestra come a cercare di intravedere qualcosa che non sa, e con una smorfia riprende a osservare il foglio, la penna, la mano sbavata d’inchiostro. Sospira sottile, pacata, soffocando uno sbadiglio. Guarda il libro, lo sfoglia poco convinta, accavalla le gambe sotto il tavolo e posa la penna. Lasciandosi andare sullo schienale rigido commenta fra sé, passandosi le mani sulle guance: «No, no, no, devo fare ordine. Organizzarmi. Troppo vuoto perché ci capisca qualcosa. E io che mi lamentavo del tempo, il tempo che non c’era neanche per pensare.»
(Una voce maschile piuttosto bassa, cadenzata e sofferta, vicina alla donna ma ancora fuori dalla scena) Quando invece ti resta solo quello, scopri di esserti lasciata indietro la vita. (Lento, Ronnie si avvicina al tavolo, che dista non più di quattro passi, uscendo dall’oscurità)
D: La senti? La senti questa musica?
Ronnie annuisce grave, condiscendente. Lei si alza, rinnovata d’energia, e con mosse giocose alza il volume a uno stereo incassato da qualche parte in un mobile. Poi si avvicina al tavolo e prima di sedersi inspira ed espira a fondo.
D: (Sedendosi) Dà le vertigini. Precipita nel passato, nel cinema, nei locali di fumo, di whisky, e di gente nera come la notte, come il legno delle panche. E sulle panche c’è sempre sciancato qualcuno, sbronzo di vita sbagliata.
R: Dove l’hai trovata?
D: Su una bancarella. Un vinile da un euro, messo anche bene. Secondo me, il tipo del mercato non sapeva neanche il suo valore.
R: E tu lo sai?
D: (Ride a bocca chiusa, con sufficienza) So quello che vale per me. (Poi, più seriosa, profonda) È musica buona per pensare.
R: L’altro ieri hai detto che non volevi più pensare a niente.
D: Dico tante cose quando ho sonno. Parlo per tutto il tempo che sto zitta da lucida.
R: Quindi – a chi devo credere? Alla Dalia dei silenzi o a quella fracassona, istrionica, che da mesi mi promette una sceneggiatura d’avanguardia… una cosa d’effetto sicuro?
D: (Facendo spallucce) Non mi conosco neanch’io quando funziono a rovescio. Tu sai sempre cosa farai in tutte le situazioni?
R: Tranne i casi estremi. In linea di massima…
D: Ecco. Io viaggio al minimo.

Impossibile non entrare nei panni di uno o dell’altro attore. Soprattutto di Dalia, che fotografa con precisione inquietudine, dubbio e volubilità. Considera la possibilità senza rassegnazione. Chiamasi differenza anche questa. Perché la differenza è il germe che contagia la maggior parte degli uomini, e non c'è nessuna cura. È impalpabile, eppure evidente allo sguardo.
In algebra la differenza è il risultato della sottrazione, come se fosse ciò che rimane di noi quando ci priviamo di qualcosa che ci appartiene, o ne veniamo derubati.
Qualcuno si sforza di essere diverso pur non rifiutando ciò che è, anzi, usandolo per mostrare la sua diversità. Perché costui spesso spaventa? Forse, perché la normalità è il virus che da sempre l’uomo vorrebbe combattere, ma si incaglia nel pregiudizio, nella paura di perdere nel confronto.

Si prendano, come nella matematica, due elementi a e b. Per essere sottratti, uno deve ovviamente essere maggiore dell’altro, a più forte di b o viceversa. La differenza è influenzata dal segno meno, che anche in chimica rappresenta uno ione negativo.
È dunque una debolezza rappresentare il minore, vuol dire essere sottratto, messo continuamente in confronto con qualcun altro. Nella quotidianità è diverso chi non rientra nei canoni dettati da chi teoricamente è più in alto, di chi può permettersi di dettare regole e poi non seguirle. Chi le formula è appunto il primo a trasgredirle, e ha bisogno di vedere gli altri a un altro livello per sentirsi meno diverso.
Il simbolo meno, nell’insiemistica, è utilizzato per considerare solo gli elementi negativi, dunque chi è sottratto, chi è negativo, è differente. Anche nella scrittura lo stesso segno serve per separare, per dividere o isolare un concetto, un riferimento, un rimando. Perciò la differenza è visibile, si può averla davanti agli occhi senza sapere di cosa si tratti davvero.
Si tende a isolare o a prendere le distanze dal confronto con chi si pensa più forte, capace di farci diventare l’elemento debole. Pure nella proprietà commutativa i due elementi non possono essere cambiati di posto.

Nel teatro, che invece esalta la differenza, essere tali è una moltiplicazione, nella quale non importa il posto in cui vengono collocati gli elementi ma solo quanto risulta il loro prodotto. Come nella vita la differenza ha una sua struttura fissa, e a causa di questa si rinuncia a conoscere ciò che è davvero diverso. Nella sottrazione c’è chi prevale e si salva, ma l’elemento che si difende sa come incassare. Non va dimenticato, infatti, che a muta grazie a b. Che non è migliore, ma è certo il migliore a farlo credere.
Si può scegliere chi essere: se una lettera di una qualunque differenza, o essere la differenza stessa. Quella che entra nell’esistenza e cambia le persone, le rende limpide, senza segni negativi. Quella che porta equilibrio, serenità. Significa essere il cambiamento, ciò che fa mutare il peggio.