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Memorie Con Vista Sul Muro

Scritto da Federico X.

Nel reparto punitivo del carcere cantavano/cori di ferocia e follia con occhi inebriati/le guardie torturando i criminali.

Sai che novità, sbufferanno alcuni, ma io continuo lo stesso, tanto sono recidivo.
Ammanettati al muro o in libertà, ci lavoravano per ore. Solo calci e manganellate se si esclude qualche schiaffo, ma non troppi, perché poi era facile farsi prendere la mano e non era il caso. Il trattamento avveniva dalle spalle in giù. Almeno la faccia quasi sempre si salvava, non era mica poco. Ho una bella faccia e mi ci sono affezionato fin da bambino. Questo per due ragioni: la prima è che le guardie non si rovinavano le mani, l'altra ragione è che a picchiare in testa si rischiano più facilmente lesioni permanenti, o la morte. Rogne in ogni caso.
Un aspetto positivo però c'era: ci fai l'abitudine. Può sembrare assurdo ma ci si abitua, si diventa meno sensibili. La mente attraverso una routine sviluppa una resistenza allo shock della percossa, e lo stesso fa il corpo che in alcuni punti genera persino un callo osseo. Nelle arti marziali questo processo viene chiamato condizionamento, e tra le altre cose contribuisce a rendere più difficili le fratture, ecco perché i praticanti colpiscono con l'avambraccio e la tibia l'uomo di legno, o l'avambraccio e la tibia del loro compagno.
Certo ci sono zone, e sono la maggior parte, dove se ti colpiscono non sviluppi nulla, eccetto una sequenza di espressioni grottesche fissate in primo piano.

A volte ci obbligavano a dire o a fare cose per umiliarci o renderci ridicoli, una sorta di teatro dell'assurdo, con punte nere e aguzze, al termine del quale ci davano addosso come se avessimo agito di testa nostra. Rifiutarsi significava prolungare la vacanza nel reparto punitivo, cosa che nessuno sano di mente avrebbe augurato a se stesso.
A volte il tormento si trasformava in qualcosa di più e le linee deformi di dolore, il groviglio umido delle espressioni, impiastricciate come fogli da disegno stretti nel pugno, tracciavano percorsi segreti che man mano trascendevano quella misera condizione. I volti contratti e resi lucidi dal sudore iniziavano a splendere, finché improvvisamente si distendevano come un elastico che ha superato il punto di rottura, assumendo espressioni così radiose che somigliavano ai santi votati al martirio ritratti nelle tele antiche.
La tensione estrema nei guizzi dell'intera muscolatura, le vene pulsanti insieme alle sporgenze ossee rese più nette dalla privazione, sembravano intagliati in una massa lignea che avrebbe fatto invidia al Brunelleschi. Immagino che nessuno ci facesse caso, o magari la mia è solo presunzione.
Mi chiedevo se la sofferenza fosse l'unico riscatto che possa nobilitare l'uomo, ed anche l'unico balsamo per il senso di colpa. Tutto ciò mi ricordava qualcosa di cui non sono mai stato pienamente convinto, eppure le affinità non erano poche.

Lavorare nel reparto punitivo per alcuni era un divertimento.
C'erano anche quelli che proprio non lo sopportavano, erano pochi ma comunque rincuorava, e li vedevi strabuzzare gli occhi, voltarsi da un'altra parte con un'espressione che non mi sembrava diversa da quella di tanti altri detenuti. Certo, che vita di merda anche la loro, ma quanto li invidiavamo. Alcuni portavano la fede al dito, forse avevano anche dei figli. Spesso immaginavo il percorso che dal carcere li avrebbe condotti verso casa dalle rispettive famiglie, con o senza sorriso. Quando ci trascinavano nel reparto, però, sorridevano.
Noi sorridevamo raramente. Quella semplice dimostrazione, scontata nella vita di tutti i giorni, all'interno del carcere può venire fraintesa in maniera del tutto imprevedibile sia dai detenuti che dalle guardie, e, attraverso dinamiche contorte, nella maggior parte dei casi porta a niente di buono.
Il sorriso è un atto che può rivelarsi pericoloso in un luogo dove regnano concetti come Condanna e Punizione, in un luogo dove i duri comandano e colpiscono ogni minima manifestazione di debolezza. Ecco perché in carcere si sorride poco. Ho sempre avuto il sospetto però, che nel resto del mondo le cose non siano poi così diverse.

Un uomo, gli occhi che sembravano d'acqua marina erano gonfi di lacrime, ma lui riusciva a trattenerle, una volta mi parlò di giustizia, e di riabilitazione. Amavo quegli occhi, incastonati in una ragnatela di sottili cicatrici, come avrei amato gli occhi di una donna o di mio fratello.
Dopo essere stato scarcerato però non riuscì a trovare un posto là fuori: come avrebbe potuto?
Non ci credeva, dopo vent’anni il carcere era diventato il suo mondo, lo conoscevano tutti ormai e lo rispettavano. Fosse stato più giovane avrebbe commesso qualche cazzata per farsi allungare la pena o sbattere nuovamente dietro le sbarre, ma era troppo stanco, non gli erano rimaste energie per uno slancio sufficiente. Finì con l'ammazzarsi.
Io non vedevo l'ora di abbandonare quel posto per sempre, non riuscivo minimamente a spiegarmi com'era possibile desiderare di viverci e meno che mai darsi la morte proprio quando si era ottenuta finalmente la libertà. Successivamente ho pensato spesso che un animale reagirebbe nello stesso modo dopo un lungo periodo di cattività.
La notizia ci venne portata un mese dopo il suo rilascio da un secondino, un ragazzo poco più che ventenne con un velo di barba e tre buchi privi di orecchino al lobo sinistro. Un tipo a posto. Fuori, nel mondo, probabilmente saremmo diventati amici.

Ero colto, mio malgrado, e alcuni mi disprezzavano per questo. Altri sembravano diffidenti, non riuscendo a risolvere quella che ai loro occhi appariva come un'insolita equazione, dove l'incognita di un sapere oscuro si affiancava a quella stereotipata del detenuto, o peggio, del criminale. Pochi altri, infine, mostravano una sorta di tacito rispetto.
Una volta rimediai una capocciata, mi ero accanito, con sciocca e arrogante ingenuità, in una discussione nella quale volevo mostrare quanto la civiltà occidentale fosse imbevuta di cristianesimo alle radici della propria cultura, usando come esempio l'unità di misura della sua storia: la cronologia costruita intorno all'anno zero, l'anno della nascita di Gesù. La storia dell'occidente, berciavo, è divisa tra prima di Cristo e dopo Cristo, è così che viene, nella maggior parte dei casi, ricordata studiata e tramandata. Comunque, più che porgere l'altra guancia, non tardai a restituire la capocciata.
Io non sono mai diventato veramente cattivo, veramente duro come lo erano alcuni là dentro. Non so effettivamente cosa sono diventato. Oltre l'attuale, le alternative possibili erano due: impazzire o morire, e a lungo termine nessuna delle prospettive sembrava abbastanza divertente.
È stato un processo lento e sotto alcuni aspetti inevitabile. L'ho definito una caduta orizzontale, perché avevo la sensazione che sarebbe stato impossibile cadere più in basso.

Ancora non ho capito se sono caduto in avanti, anche solo di qualche centimetro. Dico, qualcosa l'avrò pur imparata, almeno un granello di saggezza deve averlo trattenuto il setaccio che il tempo usa per separarci da tutto ciò che non è essenziale. Chissà.
In ogni caso ora sono qui, preso in uno dei miei giochi preferiti: dare forma alle nuvole. Niente più orari né cortili, da tempo ormai, ora posso farlo quando e dove voglio.
A volte, in una latitudine imprecisata e remota, mi capita di sentire come l'oscura nostalgia di una misera fratellanza che dopo non ho mai più provato; allora mi si arrossano le guance e distolgo lo sguardo da me stesso.








From Neteditor, unonessunocentomila