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La Giostra Degli Esordienti

Scritto da Fulvio L. Gasperini.

Una conferenza è un avvenimento a cui molti prendono parte per aver giustificato ogni sbadiglio.

Addirittura un ciclo di conferenze su letteratura e teatro è un referendum sulla resistenza, secondo un noto umorista. Presentatori, moderatori, autori e comparse, tutti con il loro contributo, teoria fra le teorie, pronti a innamorarsi a qualunque discorso, anche il più surreale. O a considerare le opinioni, confrontandole. Anche esprimendo il disaccordo, lavorando di contrasto. Del resto, già Aristotele era sicuro che le cose si differenziano per la loro somiglianza, e a volte gli uomini prendono strade diverse per valori in cui credono allo stesso modo.
Si parla, con un notevole salto temporale, di estetica e critica novecentesche. Partendo dal dramma e dalle considerazioni sulla crisi dell’istituzione teatrale di Peter Szondi, si analizza come esso si trasformi in epica, ossia narrativa, lirica, monologo. Presupposto base è che in quel processo la nozione di teatro sia vissuta come genere letterario. Cechov, Maeterlinck, Strindberg, Hauptmann, Ibsen, vengono passati in rassegna alcuni tra i più celebri drammaturghi europei, finché qualcuno non accenna al problema degli esordi.

La prima considerazione è che un tempo il desiderio, l’esigenza di esporsi era minore. E la platea rumoreggia.
Il disaccordo è unanime, o quasi. Tutti vogliono un posto fra gli scaffali delle librerie, vuoi per soddisfazione personale, vuoi perché considerano la scrittura una forma di confronto con gli altri prima che con se stessi; un punto, uno dei tanti, di evoluzione. Viene in soccorso la storia, con la voce sottile e dimessa di un ospite, che estrae una risma di fogli sporchi d’inchiostro e ditate, più o meno evidenti a distanza.

Liscia le slabbrature e comincia a leggere, da un microfono secondario.
«Il Tunnel fu l’unico romanzo che volle pubblicare», e tanto basterebbe a fare del protagonista un caso atipico. Si tratta di Ernesto Sabato, non l’ultimo degli imbrattacarte su cui vivono e prosperano i famigerati editori a pagamento, o i concorsi letterari disseminati per i quattro punti cardinali. È il titolo dell’opera che fa sospendere il vociare. Sì, perché per promuovere El Tunel il letterato argentino dovette subire amare umiliazioni.
«Leggo testualmente», annuncia l’uomo. Biascica due parole di scuse per quella che sarà una probabile, imperfetta traduzione, poi china il capo e comincia.
«Data la mia formazione scientifica, da fisico, nessuno riteneva che potessi dedicarmi seriamente alla letteratura. E come difendermi, quando i miei modelli migliori si trovavano nel futuro?
Il Tunnel venne rifiutato da tutte le case editrici del paese; persino da Victoria Ocampo, che disse di essere in rovina, praticamente senza un soldo. Pensai all’autenticità della frase di Wilde, secondo cui c’è gente che si preoccupa dei soldi più dei poveri: sono i ricchi. Alla fine, un prestito generoso di un amico, Alfredo Weiss, rese possibile la pubblicazione in “Sur”, che andò subito esaurita. Un anno dopo ricevetti la notizia dell’edizione francese, grazie all’iniziativa di Camus.

.                   .                     .                                     . Parigi, 13 Giugno 1949
La ringrazio per la sua lettera e per il romanzo.
Callois me l’ha fatto leggere e mi ha colpito molto la sua leggerezza e la sua intensità. Ho consigliato a Gallimard di pubblicarlo, e spero che El Tunel ottenga in Francia il successo che merita. Avrei voluto poterglielo dire a voce, ma la proibizione di una delle mie commedie a Buenos Aires m’impedisce di essere lì per le conferenze previste. Se tuttavia riuscissi a recarmi in Brasile, cercherei di avvicinarmi a titolo personale a Buenos Aires, e sarei felice di conoscerla. Da qui ad allora, conti sulla mia simpatia.
.                                                                                                          .              . ALBERT CAMUS

Devo molto a quello scrittore geniale, apparteneva a una classe di nichilisti la cui bestemmia è un modo di credere in Dio. Viveva un idealismo disperato, era un uomo pieno di amore e di passione. Quando, cinque anni più tardi, commentavo la vicenda su un quotidiano, Victoria mi telefonò furibonda per aver risollevato la questione, dato che il libro era stato recensito con entusiasmo da uno dei massimi autori francesi. Ma c’est la vie, come avrebbe detto lei.»

Una testimonianza lacerante, che certifica come nulla sia cambiato. Anzi, il divario fra chi chiede e chi dovrebbe essere preposto a lettura, valutazione e risposta è cresciuto, al pari del numero di tramiti fra sedicenti autori e i banchi di vendita delle librerie. C’è un mercato fitto di parentele, conoscenze, intrighi e viatici che l’editoria coltiva in seno con piena coscienza, quasi fosse un diaframma protettivo, necessario. Non basta più il solo fiuto degli scout, ci sono agenti e agenzie, venditori di diritti, individui che hanno un filo diretto con le case editrici e lo sfruttano appieno, influenzando il mercato, promuovendo chi – a loro giudizio – è più o meno valido. Alcuni di essi sono seri, una gran fetta assai meno. Pressappoco come gli aspiranti scrittori.
Ma restringendo il campo ai (pochi) seri: quanto è realmente valido quel giudizio? E quanto, artisti come Svevo, o lo stesso Sabato, dovranno continuare ad autoprodursi per convincere gli editori a scommettere su di loro? E quanti talenti, talenti veri, si bruceranno lungo la strada dell’attesa, del rifiuto di prammatica?

«Sfortunatamente,» continua l’omino in disparte, «in questi tempi in cui s’è perso il valore della parola, anche l’arte si è prostituita, e la scrittura si è ridotta a un gesto simile alla stampa delle banconote. Restano i pochi che contano: quelli che sentono la necessità oscura e ossessiva di esprimere il loro dramma, la loro infelicità, la loro solitudine. Sono i martiri di un’epoca e sono destinati a una missione superiore. Non appartengono a nessuna parrocchia letteraria o cenacolo, non hanno come scopo quello di tranquillizzare individui rinchiusi in una sacrestia, ma quello di demolire tutte le convenienze.»
Ce ne sono molte in un mondo che mercifica l’arte, che vive sulla fantasia altrui. È un mondo di cui spesso molti si innamorano perdutamente, senza tener conto che esso bada al profitto, e preferisce investire sul comico, la soubrette o il calciatore, piuttosto che su un pur bravo illustre sconosciuto. Non per cattiveria o snobismo, ma per un mero calcolo imprenditoriale.
Il mercato tricolore, poi, favorisce invenzioni e malignità, perché da sempre immerso nel torbido.
È esterofilo, privilegia nepotismi e procedure della meschinità. E di rado comunica in prima persona: delega, si nega, si nasconde, giura di essere occupato, troppo preso, rinvia, rimbalza, e così riempie scaffali su scaffali di lavori mediocri, invenduti, che destano più di un interrogativo. Dov’è, in tali operazioni, la logica d’impresa? Dove sono la scommessa dell’arte e della letteratura? La questione resta aperta.








Da Prima Della Fine, Racconto Di Un Secolo
Di Ernesto Sabato