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Il Pezzo Mancante

Scritto da Francesca Basso.

Si può scrivere di un quadro, una fotografia, un’immagine. Bastano poche parole tra gli spazi e i silenzi: così vivono davvero.

Solo una breve introduzione, giusto per creare un'anticamera al racconto, evitando di spiegarlo in modo che ognuno, leggendolo, possa interpretarlo nel modo che preferisce. Anche perché vuole essere una sorta di schizzo impressionista: non tanto la descrizione dettagliata di un momento, quanto della sensazione dettata da esso, dell'aria autunnale che impregna quell'alba.
La sua percezione dipende dalla pelle di ogni lettore, i particolari della piazza dai ricordi lontani di ciascuno.
È l’attimo prima del risveglio, quando del sole non vi è che l’idea, e un leggero chiarore avanza piano squarciando il velluto della notte. È un tempo immobile, corda tesa di violino.
In quel momento può accadere qualunque cosa. Un soffio d’aria, il lieve incresparsi della pellicola stesa sulle pozzanghere e l’illusione vacilla, con la vita pronta per tornare a palpitare, il mondo per gonfiarsi ed esplodere di luce.
E prima dell’esplosione ecco i passi di un uomo, il suo lento incedere sul sagrato di un piazzale qualunque. Il refolo d’aria fredda si perde nelle arterie contorte del cuore, nella sospensione che fa di ogni cosa un’attesa.



IL PEZZO MANCANTE

Si stropicciò gli occhi cercando di cancellare l’ombra lasciata dalle ore insonni, e asciugando le lacrime che segnavano il passaggio del vento. Quel vento lama sottile e affilata con cui novembre sferza la vita, spazza il cielo e rende tutto estremamente nitido, ridona respiro ai colori. Così quel repertorio di oggetti bizzarri splendeva, riflettendo la luce soffusa dell’alba.
Presto sarebbe arrivata la gente. Il silenzio del mattino si sarebbe trasformato in concitato chiacchiericcio, in passi lenti sull’acciottolato, in contrattazioni sul prezzo per riportare in vita quei ricordi del passato. Giuseppe non attendeva che questo: il primo avventore, quello che dopo una timida esitazione di fronte a tutte le bancarelle ancora da esplorare, si sarebbe tuffato nel labirinto di viuzze disegnate dai venditori mentre la città dormiva ancora.
Sfregò una contro l’altra le mani intirizzite e proprio nell’attimo in cui alzò gli occhi, unica superficie del viso libera dall’abbraccio della sciarpa di lana, eccolo procedere con ampie e lente falcate verso di lui. Lo riconobbe dal cappello calato fin sulla punta del naso, dal bastone più storto delle gambe insicure, dall’agenda rivestita in pelle rossa che spuntava dal taschino del cappotto, dalla macchina fotografica che oscillava lungo il suo fianco.
Non l’aveva mai visto estrarre il portafoglio, non ne aveva mai udita la voce. Si aggirava circospetto, soffermando lo sguardo non tanto su ciò che era esposto, quanto sui visi. E poi, come inseguendo un pensiero fuggevole, con uno scatto o un guizzo d’inchiostro pareva acciuffare una realtà visibile solamente a lui.

Giuseppe era arrivato a una conclusione folle, e quindi assai più plausibile di ogni altra: che il misterioso sconosciuto collezionasse vite. Nessun animaletto, nessun piatto in ceramica, nessun cimelio intriso di polvere e tempo. Passeggiando con noncuranza appoggiava gli occhi su un volto e si appropriava di ogni singola imperfezione della pelle, di ogni neo, di ogni cicatrice. Viaggiatore instancabile e curioso, percorreva ogni curva: si gettava nel crepaccio tra il naso e la bocca, assaporava la dolcezza del declivio di una guancia, si arrampicava sui pendii delle labbra fino a sdraiarsi nella cunetta tra le due cime, si perdeva nell’altopiano della fronte.
Tuttavia, quella mattina non c’era nessuno da osservare. Nessuno di nuovo almeno, oltre a loro, i soliti venditori di sempre, così sprofondati nei vestiti pesanti da scomparirci dentro. La città era ancora immersa nel torpore della notte e le strade rimbombavano del silenzio della domenica mattina. Dalla panetteria all’angolo della piazzetta usciva un fragrante profumo di pane, e l’inchiostro dei quotidiani tra le mani del giornalaio era fresco e intonso dalle ditate dei bimbi.
L’uomo, come estraneo allo scorrere inesorabile della vita, pareva piuttosto un’ombra, un residuo della notte colto impreparato dal giorno.
D’improvviso si fermò. E con lui il tempo, i gesti lenti dei venditori e il respiro di Giuseppe. Tutto era in attesa, in bilico sulla fune dei secondi.

Bastò un singhiozzo. E la lancetta scattò verso l’attimo successivo, dimenticando quell’uomo su una piazza. Quell’uomo e la sua lacrima che scendeva piano sulla sua guancia. Giù, a precipitare nel vuoto. Giù, fino a infrangere la superficie liscia di una pozzanghera e disgregarne il riflesso. Il riflesso di un uomo. Il riflesso di quel lampo negli occhi, di quell’inaspettata rivelazione.
In una sporca e insulsa pozzanghera aveva trovato il pezzo mancante, il pezzo raro della sua collezione. Quello da sistemare su un piedistallo in modo che tutti osservando gli scaffali stracolmi lo notino, e si spendano in elogi e domande sul dove l’aveva scovato, come e quando.
Allora lui avrebbe raccontato di una gelida e tersa domenica mattina di novembre, di un uomo che lo scrutava alitando fra gli interstizi delle mani. Avrebbe ricordato con piacere il rumore lieve delle pagine dei giornali appena stampati e l’aroma caldo del pane. Poi, avrebbe fatto una pausa. Una di quelle che sembrano durare ore e l’altro ti osserva, osserva le tue labbra come alla ricerca smaniosa della parola successiva.
Lui invece avrebbe allargato le braccia, in segno di resa incondizionata. E lasciando cadere ogni strato della corazza che si era cucito addosso, avrebbe detto: «Sono io.»
Il fatto è che collezionava vite, e non aveva fatto altro che cercare se stesso in quelle degli altri.