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La Matematica Della Conoscenza

Scritto da Silvia Francucci.

Viviamo sospesi nell'incertezza, si incontra di tutto durante il viaggio, qualcosa uccide e qualcosa salva.

Parlo anche in senso astratto, parlo delle persone: a me sembrano qualcosa di importante, tutte. Con alcune è complicato parlarci. Ma averci a che fare sorprende sempre, sia in bene che in male.
Alcuni nascono con la tragedia nel sangue. Tragedy & Comedy sono solo maschere che servono a mettere insieme il teatro. Secondo Oscar Wilde basta dare una maschera a un uomo per vederne il vero volto. Da sempre, si indossano per scherzarci su, per fingere di essere normali, ma è come chiedere a un nano di qualificarsi per le olimpiadi di salto in alto. Esistono dei limiti, tutto finisce. Delle volte non comincia neanche.
Mascherare vuol dire nascondere, nascondere vuol dire negare. Negare tante cose, dalle semplici affermazioni a un pensiero, e su su fino all'esistenza. Tenersi tutto dentro non aiuta, è più utile parlare e considerare altri punti di vista.
Conoscere è il fulcro, il motore che spinge l’umanità all’evoluzione interiore.
Conoscere aiuta. Io non so molte cose: cosa siano il vaudeville, il teflon o le litanie del Sakyamuni; non capisco niente di borsa, di spread e curve di Keynes, ma cerco di interessarmi, anche perché non conoscere vuol dire venire fregati.

So di non sapere, ed è per questo che metto sempre in dubbio me stessa, quello che faccio e quello che penso.
E ciò accade ogni volta che trovo un punto di vista diverso, un'altra persona. Qualcuno mi ha detto che siamo come un castello: solidi fuori, fragili dentro. Quando crolliamo è difficile ricostruire l'agglomerato, cambiare, ridarsi delle certezze. Anche nei valori.

Ma non è impossibile, ci si riesce trovando le persone giuste. La persona, l’entità uomo è il cardine per l’equilibrio sociale e interiore.
Incontrandone di nuove si capiscono molte cose di noi che non si possono cambiare. Sono quei sassi che rimangono ancorati al fondo, le fondamenta, quelle che cerchiamo di nascondere; mentre tutto il resto è modificabile.
Siamo fogli bianchi cominciati da qualcun altro, variabili aleatorie, non possiamo fissarci. Siamo gli eredi della coppia originaria che, per aver mangiato dall’albero della Conoscenza, è costretta a lasciare la beatitudine per qualcosa di insicuro, neanche troppo concreto: la vita. Un flusso continuo, in perenne movimento. Secondo Pascal: «Vaghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci lascia… nulla si ferma per noi.
È questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni.»


È quanto ci viene insegnato ad essere vero solo in parte, e bisogna fare da soli, osservare, modellarsi, adattarsi alle situazioni. All’individualità. Alla singolarità di ognuna di esse. E indossare vestiti nuovi, portare il peso di una forma sempre indefinita e perdersi tra la folla, brutte facce con anime di colori sfavillanti, o maschere e maschere soltanto. Maschere che a volte ci mettiamo da soli e a volte ci fanno indossare. L’ignoranza, il non sapere, colma il vuoto con il giudizio.
Essa ci ottenebra, non si può conoscere tutto, non se ne ha il tempo, è sempre lui a fregarci. Si possono conoscere ancora meno le persone. Portano addosso scritte invisibili, portano dentro pensieri inesprimibili. Cambiano.

Cerchiamo centri di gravità permanente. Contraddittori. L’incoerenza è naturale ma scombussola tutto, per questo è importante essere duttili, senza incallirsi nell’abitudine. Incognite nuove, equazioni che non si possono o non si sanno ancora risolvere. Domande, domande, e la sete del dubbio: la matematica è il mestiere dell’eterno apprendista.
Dentro, fuori, si rovista dovunque alla ricerca di un nuovo, piccolo passo verso l’evoluzione. Senza paura, perché essa esiste, ma da esseri finiti non amiamo portarla appresso.
Potremmo conoscerci davvero solo diventando i nostri pensieri, ma neanche quelli sono sinceri, si muovono troppo. Ecco, muoversi può essere un modo per scontrarsi con il diverso e apprendere che chiunque lascia qualcosa di buono, la questione è riuscire a capire cosa. Perché a volte è meglio serbare l’illusione, lasciarsi sorprendere.

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