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Finché Precariato Non Ci Separi

Scritto da Riccardo De Rosa.

Spazio TG, primo servizio, quasi un consiglio per gli acquisti.

Perché siamo sempre in campagna elettorale, il Bel Paese non dà tregua al popolo sovrano. E così il Presidente del Consiglio si affaccia sul palco nazionale all’ora di cena. Tenuta semplice, composta. Ha un che di rassicurante, ispira sobrietà e una forma svagata di conforto, venato da quell’inquietudine che suscitavano i compagni di scuola preparati, gentili, simpatici, con l’aria di saperne sempre una più degli altri, insegnanti compresi. Però non la potevano dire.
Sembra quasi papa Sisto, che appena eletto gettò via il bastone, ma il denaro parla altri linguaggi. E di quelli si tratta. Austerità, sacrifici, nuove tasse, restrizioni in nome dell’Euro. Lotta all’evasione, trasparenza totale sui conti, fatto salvo i maneggi interni ai partiti. Il caso Lusi è sintomatico. Uomo di specchiata onestà, tesoriere di una Margherita mai realmente sbocciata, ma capace di raccogliere 223 milioni per soli rimborsi elettorali.
Tredici di questi finiti nelle mani dell’ex boy scout, che una volta scoperto ha deciso di patteggiare una pena di un anno, restituendo neanche metà del maltolto. Saranno d'accordo i giudici? Si tratta di interessi privati finanziati con soldi pubblici: tutti indignati, compatti nella condanna. Eppure avvezzi alla pratica. Perché qualcuno deve avere firmato il documento che approva il bilancio del partito di Rutelli. E tanti altri, troppi, hanno il vizio dell'intrigo immobiliare.

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Dal Testaccio al Canada, passando per il Principato di Monaco: fornitori sicuri, elevate garanzie. Enti statali in testa. C’è cascato persino chi ha promosso la difesa dei diritti dei senza casa. Il ballo del mattone piace a molti parlamentari, che si cimentano volentieri. Il contribuente medio, invece, rischia di affondare.
L’ICI non c’entra, è l’ensemble che fa male. Un po’ come la pubblicità in eccesso. E qui non è colpa dei giornalisti, ma delle cattive abitudini. O degli scivoloni, a cui non si può restare indifferenti. Per dichiarare che «il posto fisso è monotono», infatti, bisogna mettersi nei panni di chi non ne ha uno, e firmerebbe per il precariato se avesse lo stipendio di Monti.
A molti giovani, va detto, non interessa la tutela di un contratto a tempo indeterminato, piuttosto affascina la prospettiva di scalare i gradini del management. Fare carriera, insomma. A discapito di tutti gli altri. Si sgomita, si scalcia, ci si arrampica nel folto della boscaglia per raggiungere la luce, come il culmo dell’abete fra decine di cime. Qualche vittima, soffocata dall’ombra, da una minore attitudine allo sgambetto, al mobbing, al baciapile o allo sciacallaggio, è naturale. Anche per questo trovare lavoro è di per sé un lavoro serio.

Gli impieghi ci sono, è necessario sapersi adattare. E studiare, laddove il diritto allo studio è ormai un vantaggio di pochi, se si considerano le rette universitarie, il prezzo dei libri: una vera e propria tangente sulla cultura. Ma sono debolezze “quasi fisiologiche”, a cui gli ultimi governi non hanno prestato attenzione.
Qualcuno resterà appiedato, è il prezzo per restare al passo con l’Europa tanto cara agli inquilini di Montecitorio. E non è lo scodinzolare cronico dinanzi ai padroncini della BCE a colpire, quanto la logica dell’intuizione dei tecnici: rendere più facili i licenziamenti per aumentare l’occupazione. E l’angoscia di migliaia di famiglie monoreddito.
Un cabaret tragicomico degno dei dilemmi di Terzoli e Vaime, del loro operaio che vince la lotteria e non sa come fare a licenziarsi dall’Alfa senza destare sospetti. La moglie del protagonista gli suggerisce: «Arriva sempre in ritardo. Dimostra grande strafottenza. Minaccia scandali.»
«Questo lo faceva già tre anni fa Calloni, dell’ufficio controllo.»
«Ecco, vedi?»
«L’hanno promosso. Adesso è vicedirettore.»

Nonostante l'ironia, le proteste e gli scioperi selvaggi, l’esecutivo tira dritto per la sua strada.
I suoi componenti ritengono che il Paese abbia bisogno di una strizzata ulteriore, e una nuova direzione politica che rispetti, beninteso, le loro idee. Ma chi ha il coraggio di immaginare operatori sanitari precari in toto, e altre categorie di responsabilità, di grande delicatezza e specializzazione, impastoiati allo stesso modo? La mobilità è forse uno sprone ad aumentare il proprio skill, ma solo sotto l'aspetto monetario. Le competenze si accumulano con l'esperienza, con la pratica, non variando (ir)regolarmente i luoghi d'esercizio della professione. 
Destra e Sinistra fanno a gara per dimostrarsi «responsabili, in un momento difficile», pronte ad offrire il loro contributo «per la salvezza dell’Italia, con uno sforzo collettivo.»
Uno sforzo anche di fantasia. E non è un elemento rassicurante.