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Come Nascono Gli Angeli

Scritto da Daniela Frascati.

La domenica è il giorno della pausa, del riposo. Quello dedito a sé.

Nel nostro mondo finto e sofisticato si può riacquistare un valore, senza paura di cadere nell’ovvio: un respiro più lungo, un gesto vuoto di ansie, della fretta che consegna all’incomunicabilità. È affrontare le cose con un passo diverso, concedere un’altra possibilità alla speranza di ricaricare le batterie.
Anche attraverso la lettura.
Anche attraverso un seme, una bozza. Una matrice, quella di un libro, intitolato Nuda Vita.


[…] Ifea scopriva nelle effimere trasparenze di immagini incompiute un mondo denso di presenze, di cui non riusciva a cogliere che un gesto o la compressione di un movimento. Tutto il resto era il misterioso embrione di un mondo che le si negava, perché Gusmano la allontanava dalla camera oscura proprio quando la carta, ormai impressionata dal riflesso della pellicola, lasciava qua e là affiorare un volto, un oggetto, il riquadro di una finestra.
Nell'attesa che il fotografo finisse il suo lavoro, la ragazza usciva per strada, e nella calura polverosa e bianca del paese cominciava a camminare, percorrendo l'unica via degna di nome.
Procedeva lentamente, rintanandosi nei punti d'ombra degli edifici, fino ad arrivare in quella che doveva essere stata la piazza principale, ai tempi in cui il luogo poteva aver avuto un qualche splendore. Da lì si dirigeva al centro dell'ampio spazio, accecato dal riverbero del sole.
Uno schizzo d'acqua giallastra zampillava, seppur con qualche intermittenza, andando a riempire una grande vasca circolare rivestita, all'interno e all'esterno, di conchiglie e valve di molluschi.
Con circospezione si guardava intorno, e una volta accertato che nessuno potesse vederla si sfilava gli zoccoli, la veste di lino bianco, lasciandoli sul basamento della fontana; con agilità scavalcava il bordo, e si immergeva in quel liquido dorato, addensato da un velo di melma, abbandonandosi al refrigerio che le suscitava il contatto con l’acqua.

Ifea si stendeva sul fondo macerato dai licheni e dai girini, chiudeva gli occhi e aspettava che il sole declinasse fino al limite dell'orizzonte.
In quell'ora la piazza cominciava a vivere.
Qua e là chioschi improvvisati offrivano ai passanti focacce di mais e bibite al limone. Donne accovacciate su stuoie colorate esponevano una povera mercanzia; gelatai ambulanti con il loro triciclo a pedali si trascinavano dietro un codazzo di bambini semivestiti e scalzi, che guardavano con avidità i coetanei più fortunati.
Dal fondo della strada arrivava un canto struggente accompagnato da alcune chitarre. Ifea allora riemergeva da quel sonno umido che la placava, indossava il camicione di lino e cominciava a curiosare nell'assembramento chiassoso che nel frattempo si era radunato.
La sera già si scioglieva, illanguidendo i colori della terra.
A quell'ora Gusmano era indaffarato attorno a un vecchio furgone. Preparava le macchine, gli obbiettivi, i lampi al magnesio che sarebbero serviti per il suo lavoro notturno nei luoghi degli amori disperati.
Quella sera aveva già sistemato gli attrezzi del mestiere e aspettava solo lei, poggiato contro il muro del patio.
La casa era vasta, solitaria, e la notte la circondava con un bagno di luna che ne sbiancava le ombre.
«Ti stavo aspettando» disse lui, appena la vide farsi avanti sulla soglia. «Ero in ansia per te. C'erano strani individui che si aggiravano qua intorno, poco fa.»
Lei trasalì, e un ombra le oscurò la fronte. Aveva ancora i capelli arricciati dalla permanenza nella vasca e sentiva, come sempre le succedeva dopo i bagni, un'afflizione inusitata in mezzo al petto. Lo guardò, avvolgendolo nella malinconia trasognata dei suoi occhi, e disse sottovoce: «Non ho visto nessuno, era tutto normale come al solito. Ad ogni modo vado a dormire. Buona notte.»
Gusmano la trattenne un attimo mentre gli passava vicino, poi la lasciò fuggire via, arrendevole.

Ifea si rannicchiò sotto le lenzuola fino a sfiorare l'alito del nulla.
Chiuse gli occhi e cominciò ad arrampicarsi su un'interminabile ragnatela grigia, dove al centro la sua testa era la corolla di un fiore malato d'asma che apriva e chiudeva i petali fuori tempo, ostacolando il respiro e facendola boccheggiare.
Sentiva le lenzuola ruvide raschiarle la pelle.
Non aveva paura, perché quell'incubo si presentava spesso, e sapeva che occorre del tempo per liberarsene e riprendere il sopravvento sui sensi contaminati dal sonno.
Ma quella notte soffrì a lungo. Un paesaggio terroso si stendeva a dismisura sotto di lei. Le pareva di compiere a ritroso un percorso nel tempo fino a uno squarcio da cui si sentiva risucchiata. Salvata all'ultimo istante da una forza invisibile volteggiava a mezz'aria, sopra una radura verde notturno, dove sbarbagliava un'acqua palustre e vischiosa.
Nella radura si muovevano sagome incerte, prese in un singolare girotondo, una farandola compressa dentro una fuga di note prive di armonia, così che le figure ne erano trascinate a una velocità inaudita e ogni tanto, per uno strappo che quel vortice provocava nella gravità, qualcuna veniva sbalzata lontano, oltre l'orizzonte.
Nei trasudi di realtà che vìola lo spazio senz’ordine dove si muovono i sogni, Ifea ricordava di avere già visto quell'immagine nel libro che la signorina Esilde le aveva mostrato nell'emporio un pomeriggio.
Da quel punto la dimensione del sogno prende di nuovo il sopravvento e Ifea, simile a un vapore lieve, comincia a dissolversi nell'aura dell'incubo, e di lei non resta che una ruga di nebbia, un dagherrotipo appeso alla parete di una stanza vuota.

Di solito si svegliava trattenendo in gola un grido, che le prime volte la terrorizzava più dell'incubo,  perché l'urlo si spandeva nella grande casa vuota, dilagando crudele come il ringhio di una belva in agguato.
Ifea sapeva che dovevano passare ancora molte ore prima di udire i passi rassicuranti di Gusmano che rientrava dal suo girovagare, perciò si rannicchiava sotto le lenzuola pensando ogni emozione, ogni circostanza capace di scacciare l’inquietudine.
Ma sempre, al risveglio, sentiva la materia solida del suo corpo come in un territorio di frontiera. E quando, nella penombra, trovava il coraggio di guardarsi le mani, le sentiva così leggere e vibranti che più d'una volta aveva preferito dimenticare la percezione.
Quella notte andò peggio del solito. Già il sogno si era riempito di paesaggi inusitati; al risveglio, poi, un’arsura raschiante le stringeva la gola e un dolore acuto le tormentava la schiena, proprio fra le scapole, come se qualcosa, una lama, un organo, spingesse per uscire.
Era un dolore netto e violento che impediva di riprendere sonno, e le dava l’impressione di fluttuare nella notte.
«Credo che morirò. Morirò senza più rivedere Gusmano e dirgli il bene che gli voglio» pensava, mentre cercava di toccarsi la linea che si apriva dietro le spalle.
L'oscurità della stanza era compatta e morbida come velluto, ma a tratti frusciava, emettendo un raschio ventoso. Inoltre mai prima di allora aveva patito una fitta più tremenda, né avvertito una chiara prossimità con il vuoto della morte.
Fu assalita dal terrore.

Quella mattina, mentre Argia Bell si affaccendava in cucina spennando polli e impastando focacce, le aveva raccontato di come in punto di morte l'angelo addetto al computo del tempo spezzasse il filo umano dell'esistenza. E in quella frazione di secondo, durante la trasformazione, si poteva osservare il film della vita a ritroso. Una gran luce illuminava gli angoli bui della memoria, per dare alla morte uno straordinario senso di compiutezza. Il racconto l'aveva incuriosita e suggestionata a tal punto che nella sua immersione pomeridiana aveva provato, inutilmente, a suscitare quell'attimo estremo, lasciando che l'acqua viscida della fontana le impregnasse i polmoni, ma aveva sempre dovuto riemergere spinta dall’istinto di sopravvivenza.
Era però lì, nell'oscurità di quella notte, che Ifea sentiva prossima la fine, coi pensieri che iniziavano a svanire, a ritrarsi dal presente.

Provò a muovere le braccia, ma non vi riuscì. Era come fossero imbozzolate in qualcosa di panioso. C’erano e non c’erano: un’impressione molto sgradevole. E poi, quel dolore lancinante. Con uno sforzo enorme provò a sollevarsi dal letto. Fu un’operazione che le costò molta fatica. Portava addosso, assieme, un peso smisurato e una nuova leggerezza.
Riuscì finalmente a mettersi in piedi. Ogni movimento era spazio da riconquistare.
Abbandonata in quel caliginoso passaggio, non poteva aspettare l’alba e il rientro di Gusmano. Doveva sapere ora, subito, cos’era quel male oscuro che la torceva, e quell’orrore d’inconsistenza.
Si mosse nel buio ovattato della camera, che ai suoi occhi oscillava pericolosamente. Aveva smarrito la percezione dello spazio.
E poi intorno a lei c’era vento. A ogni movimento una folata l’aggrediva in pieno, sferzandola.
Protese le braccia davanti a sé ma il gesto, troppo brusco, la sbilanciò, facendola cadere. Era come se fosse precipitata da una grande altezza. Sentiva di non essere più padrona dei suoi movimenti. Si rannicchiò in posizione fetale e chiuse gli occhi. Al primo tenue brusio li riaprì.
La stanza era invasa da un bagliore accecante.
Veniva dall’alto, da una sorta di bolla che girava e girava. La luce screziava di brillii ogni cosa.
Ifea ne sentì il calore, ritrovò se stessa. In piedi, davanti alla specchiera, vide la sua immagine terribile. Vide l’adolescente scarna e ossuta era diventata una creatura armoniosa, e due immense ali setose, di un biancore iridescente, spuntarle dietro.
Capì che il sogno era un potente presagio.
Di nuovo padrona di sé misurò il vano, improvvisamente angusto, disagevole, con quelle grandi ali che urtavano dovunque. Si diresse verso la finestra. La spalancò di botto.
Stava albeggiando.
Il trambusto spaventò gli animali da cortile. Lei guardò fuori, cercando di capire cosa la straniasse tanto del luogo dov’era cresciuta.
Non notò niente di particolare, tranne le solite sterpaglie ingiallite che si facevano largo fra i ciottoli crepati dal calore, e troppa spazzatura addossata ai muri. Piccolezze che non ricordava.
Si girò lentamente. Poi, piegandosi sulle ginocchia, inspirò fino a sentire il torace dilatarsi per l’aria incamerata, raccolse le braccia al seno, chiuse gli occhi e sparì nelle trasparenze del cielo.

Gusmano chiamava disperatamente.
«Argia, Argia. Presto, vieni. Corri.»
Argia Bell era ancora impaniata nel torpore del sonno, quando sentì quelle grida.
Guardò la sveglia. Erano le quattro e mezza.
«È già tornato», pensò. «Che sarà successo?»
Si buttò addosso uno scialle e corse attraverso i corridoi bui. La voce veniva dalla camera di Ifea. Arrivò con il fiatone. Non poté neanche chiedere cosa fosse accaduto. Lì per lì, si accorse solo di un gran disordine. Non vide nessuno.
Poi fece qualche passo nell’interno, finché sentì dei singhiozzi profondi. Era Gusmano, accucciato sul pavimento, accanto a Ifea. Pareva dormisse, invece il suo corpo era solo un involucro sgonfio.
È così che nascono gli angeli, ma Gusmano e Argia Bell non lo sapranno mai.