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NH3: The Spirit Of Ska-Core & The Electric Gospel

Scritto da Simone Gabrielli/Flavio Rossini.

È facile celebrare la grandeur delle leggende, scriverne biografie spesso compiaciute.

Magari con occhio benevolo, più indulgente proprio per la dimensione degli artisti. Nel controverso mondo della musica vi sono gruppi e interpreti su cui si è detto di tutto, e non manca certo il materiale. 
Ma anche i giganti nascono dai granelli. Nascono dalle bettole, sui palchi sgangherati delle feste di paese, quelli con l’odore di periferia che nessuno scrolla di dosso. Lo si porta appresso nel tempo, nella carriera. Prima degli stadi, prima dei bagni di folla c’è un periodo di palestra, di educazione interiore più romantico e severo.
Quello che it’s a long way to the top secondo i primi Ac/Dc, con la voce aspra e ingiuriosa di Bon Scott. Quelli per cui è una lunga strada, la stessa per milioni di gruppi che assaggiano l’anonimato, il rifiuto delle major, la sferza dell’indifferenza. E vorrebbero promuovere il loro messaggio a un pubblico più vasto.
Ne è pieno ogni angolo della terra. Dove c’è una chitarra, presto o tardi spuntano un piano, un sax, una batteria, un qualsiasi arnese in grado di produrre armonie non limitate al rumore. Perché la musica è un canale espressivo universale. Un cantiere senza confini, con tante e fantasiose sigle. Una di esse è NH3. Una di lusso, dove il lusso è energia e spiritualità, niente snobismo o compromessi. Quartier generale, Pesaro: sette ragazzi condividono vita e musica. 
Macinano chilometri dentro un pullmino ogni volta diverso, qualche volta uguale. Dieci anni che si vedono, si ritrovano due volte la settimana, qualsiasi cosa succeda.

Talvolta possono anche non suonare, o litigare aspramente. Si aiutano comunque: si vince e si perde insieme. Insieme è la parola chiave. United we stand.
Questo li lega. Questo, e vite difficili, spesso impossibili. Tutti problemi che in sala prove e on stage non entrano, che aspettano fuori. È una regola.
Li lega la passione, che è simbiosi senza bisogno di collante. Li lega l’umiltà e il rispetto. Come due precetti da seguire. Sempre. Con gli errori commessi a pesare e a insegnare. Con l’adrenalina che nella routine non riesce a sprigionarsi. Con la fiducia nei propri valori, nell’utopia, nell’orizzonte su cui vibrare con vecchie e nuove tematiche, sulle onde telluriche del suono.
Con l’entusiasmo, l’ingrediente (non troppo) segreto che leva il grigiore dalle corde e colora le vibrazioni con la memoria, con il presente di rime e di accordi. Senza passato non c’è futuro.
L’arte non distrugge i poeti delle generazioni andate, semmai ne affina la voce, la attualizza. La civiltà delle immagini non ha ancora declassato gli slanci creativi, né potrà mai farlo. Non a caso, Neil Young cantava the King is gone but he’s not forgotten/This is the story of Johnny Rotten, omaggiando il Re del Rock, Elvis Presley, appena scomparso, e dando il benvenuto al leader dei Sex Pistols, nuova icona del mondo musicale di fine anni Settanta. Anche se per una breve stagione. Emblema di continuità. 

La storia si ripete per milioni di band.
Sono composte, plasmate da uomini, carne sangue nervi spirito rabbia dolcezza, tutto senza fiato, senza la grammatica dell’apparenza. Tutto di slancio, di verve, di sudore. Perché una band esiste se esistono persone a condividerne il viaggio, il bisogno, che è un sogno raddoppiato: bi-sogno. Che trascende dai generi musicali, trascende dagli orpelli dei critici e dalle parole.
Che trascende. Come il suono attraversa le barriere. Come preme sul cuore prima che sui timpani. Come un assioma. Music Is Love apre un altro famosissimo album dei Seventies, giustamente celebrato. Là era il country side of life, qui è la chimica dello Ska. L’alchimia di un beat viscerale. Quello che dieci anni li vedi solo sui volti, nelle foto; tutto il resto fa ancora alzare il volume. Tutto il resto è divertissement, è influenza, una febbre che il vocabolario accomuna a un malessere, che qui è privo di sintomi negativi. È bello ammalarsi di passione.
Quella che un giorno esplode, ma te la porti dentro da sempre.
Quella che fa scoprire di essere in tanti sul sentiero.
Quella che sa cos’è la curiosità, e ha sete della sua sete.
Quella che un pomeriggio uno del gruppo scopre nomi strani, e comincia ad ascoltarli. Chitarre taglienti, sezioni di fiati. L’ingenuità è un tesoro che fa del vuoto uno spazio sempre pronto per essere riempito, accogliente. E allora avanti, c’è spazio, quello che non patisce la bulimia dell’abitudine, quello che avvicina a certi ambienti, alle correnti di pensiero.
Quello che spinge a nutrirsi di informazioni, di frammenti e di esperienze.
Quello che attinge da chi ne sa. Da chi un genere lo ha inventato e lo ha portato avanti.
Quello che.

Quello che è la curiosità di mille concerti visti assieme.
Quello che è la Jamaica lontana, che fa muovere sul Reggae e saltare sullo Ska.
Quello che l’America ci mette la distorsione, l’Inghilterra un po’ di magia. Il bianco e il nero si confondono in una preghiera, un gospel elettrico, quello che i ragazzi meglio conoscono. Una messa che non ha santi né officianti, solo protagonisti, perché dal palco si alza un coro unitario:
you are the music, we’re just the band. È il coro dell’uguaglianza, quello di un pugno chiuso, simbolo di solidità, che accorpa i colori fondamentali nella lotta per crescere e crescere ancora.



Due album per dirlo. Due album diversi fra loro.
Un mood scanzonato nel primo, un impatto più deciso e sicuro nel secondo. Perché lo Ska nasce dalla miscela del Reggae giamaicano, il cosiddetto Two Tone, e il Punk, con incursioni Dub e Jazz. È innanzitutto contaminazione. Dagli esperimenti dei Clash in London Calling al fusion style dei Madness, dei Selecter e degli Specials, passando per il secondo album degli Stiff Little Fingers, con brani come Doesn’t Make It All Right o Wait And See, datato 1980, fino alla reinassance del genere a metà degli anni Novanta. Così, la contaminazione diventa cultura. E la cultura è conservazione dei principi e rinnovamento.
Dunque il nome del gruppo cambia, da Ammoniaka a NH3, ma la sostanza resta intatta, con la semplicità della gente normale, dove normale non significa conforme. Tutt’altro. La normalità è la ricchezza dei particolari, degli innesti che rendono il fiore e il frutto più succosi, variegati. È bello poter scegliere. È bello non sentirsi più grandi degli altri. È la scelta dell’album
Eroi Senza Volto
È la scelta che fa pensare it’s a long way to the top in consapevolezza, con il ritmo inconfondibile dello Ska-Core.