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La Talpa: Infinite Sfumature Di Grigio

Scritto da Antonella Mecenero.

Il cinefilo gioca con le pellicole una strana partita, da cui desidera uscire sconfitto.

Entra in sala preparato, conosce la filmografia dei registi, ha letto saggi e recensioni, sa a memoria la trama, e spesso è già pronto a stroncare. Tuttavia, sogna di essere sorpreso. Aspetta che le luci si spengano e le immagini lo trasportino in un mondo inaspettato, che faccia dimenticare tutto quanto ha letto e visto sinora, per essere risucchiato al centro di un’emozione. E quando ciò accade gli esplode la gioia.
Un pomeriggio di Gennaio. La Talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy, in originale). Ottime recensioni, certo. Dietro la macchina da presa Tomas Alfredson, eccellente con Lasciami entrare, ma ora alle prese con un giocattolo assai più complesso. Una storia di spie ambientata negli anni Settanta; una vicenda che sembra appartenere a un passato remoto, e rischia di generare più noia che interesse. «Speriamo sia un almeno un buon thriller», pensa il cinefilo. «Confidiamo nelle interpretazioni».

Bastano pochi minuti per capire che Alfredson ha giocato d’astuzia, d’inganno.
La sua opera non è un film di spie, non più di quanto Lasciami Entrare fosse una storia di vampiri. Già dalla prima inquadratura. La Talpa è una pellicola sulle porte chiuse e quello che vi è nascosto dietro, porte di luoghi reali e porte di anime.
Non è così diverso negli intenti da quel J.Edgard arrivato nelle nostre sale giusto una settimana prima: lavorare su un mondo di informazioni controllate, sullo sfruttamento dei segreti e la negazione degli affetti. Se Eastwood si concentra su un personaggio iconico di cui non esita a mostrarci gli aspetti intimi, Alfredson lavora in modo diametralmente opposto. Indaga su un gruppo di uomini dall’aspetto anonimo, noti al massimo con il soprannome, ma forse altrettanto importanti per gli equilibri del potere mondiale.
Si resta concentrati su una trama resa in modo sorprendentemente comprensibile.



È un’indagine interna ai vertici del controspionaggio inglese alla ricerca, appunto, di una talpa, ma i sentimenti emergono, accennati in poche inquadrature, in minuti dettagli, eppure potentissimi.
Usando un solo colore, il grigio, in infinite sfumature, senza mai deragliare dall’asse narrativo principale, Alfredson dipinge un gruppo di uomini un tempo uniti da qualcosa di più che amicizia, ma consumati dall’abitudine all’intrigo che ha corroso ideali e lealtà.
Alle soglie della vecchiaia, rimangono loro il sospetto e un modus operandi che li porta a negare e a tradire i propri sentimenti, ritorcendoseli contro l’un l’altro come armi. Sono uomini senza possibile redenzione, senza una vera opportunità di tornare a una vita normale, pronti ad allevare una nuova generazione di spie costrette a diventare esattamente come loro.
Tutto ciò scorre sotterraneo, più intuito che mostrato, basti pensare alla figura della moglie del protagonista, che si scorge solo di sfuggita, di spalle, o al modo in cui una relazione viene troncata; ed è l’impassibilità di un personaggio a darci la misura della sua sofferenza.

Sono lampi potenti e improvvisi, come l’irruzione della civetta nell’aula scolastica, in grado di svelare inaspettate profondità di campo. Ogni cosa ha uno sfondo rigoroso e impeccabile, impreziosito da effetti visivi tanto più notevoli quanto meno sono appariscenti.
La Talpa verrà ricordato anche per le interpretazioni.
In un panorama cinematografico in cui a risaltare sono sempre i ruoli al limite, Gary Oldman giganteggia con la sua sfumata impassibilità. Regala un protagonista dal volto dimesso e imperscrutabile, che fa della misura la sua grandezza.
È il film che sconfigge anche il più accanito cinefilo: si presenta come un thriller d’altri tempi e poi conquista con un affresco di anime desolate.