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Bussando Alla Porta Del Sogno

Scritto da Ilenia Barba.

Per Giovanni Pascoli il sogno è l'infinita ombra del Vero.

Ma cos’è esattamente un sogno? Nessuno, credo, può affermarlo con assoluta certezza.
Potrebbe essere un ritaglio felice, quasi insignificante, che nel nostro subconscio vorremmo vivere, per scappare in un rifugio perfetto, fatto di cose e presenze su misura. O ancora, un desiderio che tendiamo a nascondere persino all’evidenza del nostro intimo, per quanto è irrealizzabile. Contrariamente a tutto questo, può essere anche qualcosa che ci ha spaventati a tal punto da averci segnati, così indelebile da diventare finzione scenica sul palcoscenico del subconscio. Ciò che succede in noi, che ci porta alla fase del sogno, felice o nefasto, ad occhi aperti o occhi chiusi che sia, può essere quindi di svariata natura.

Nel sogno sei autore e non sai come finirà.
. .                    .                                   .       . (Cesare Pavese)

Una sola cosa è certa: il sogno è incontrollato, è lo spazio in cui siamo fuori e più dentro noi stessi finché non giunge la luce, che si infila prepotente fra le sensazioni, abbagliandoci.
Quella luce è un richiamo, un interruttore che riaccende la coscienza di ciò che ci circonda. E che a volte non piace. Perché il sogno ha in sé qualcosa di artistico: disdegna lo scempio e la crudeltà del reale, pur rappresentandone l’identità filtrata dai canali inconsci. Non è indifferente ai sentori comuni, piuttosto li edulcora con prospettive personali senza modificarne gli orientamenti, con una squisita e imprevedibile innocenza.
Possiede anche un linguaggio estetico, riproduce infatti con profili liquidi e impalpabili una serie di quadri concreti - in una possibile quotidianità. Nel contempo, mantiene una propria autonomia espressiva, frutto del vissuto e dell’esperienza individuale.

L’uomo ha un animo creativo anche a sua insaputa, controvoglia, e il sogno ne è la prova più limpida. È un momento di abbandono e concilio, un viaggio all’interno del viaggio che è la vita, non importa cosa si sogna, come e perché.
«Solo nei sogni gli uomini sono davvero felici. È da sempre così, e così sarà per sempre» dice John Keating, il professore istintivo e d’avanguardia de L’attimo Fuggente, finito a insegnare Lettere a un gruppo di ragazzi con troppi sogni soffocati dall’intolleranza di un Collegio che li vuole tutti uguali, meccanici, impersonali.



L’amore è il sentimento dei sogni per eccellenza: si manifesta col desiderio, occupa i pensieri e ci accompagna anche la notte. Per questo va idealizzato. Viverlo come un episodio meramente materiale non permetterebbe di raggiungere appieno l’altezza emotiva, lo stupore della serenità.

It’s only a dream but I’d like to tell somebody
The sky was filled with a thousand stars
While the sun kissed the mountains blue
And eleven moons played across the rainbows
Above me and you.
Gold and rose, the colour of the velvet walls
That surround us.
. .                .                       .                    .    . (Jimi Hendrix, One Rainy Wish)

Nel sogno ci si abbandona alla scia di un mondo distante, che probabilmente non esisterà mai, eppure presente nel midollo quotidiano di aspettative, timori, rimpianti.
Quel probabilmente lascia uno spiraglio nel muro della negazione assoluta: chi può smentirlo?
Dice Miguel De Unamuno: «Il sogno di uno solo è l’illusione, l’apparenza; il sogno di due è già la verità, la realtà. Che cos’è il mondo se non il sogno di tutti?».
Il collegamento è lampante: se il mondo è il sogno di tutti, i sogni costruiscono il mondo. Sono due reazioni biunivoche. I sogni appartengono a tutti, dal più ricco al più povero, dal più giovane al più anziano, sono qualcosa che nessuno può toglierci. Non hanno peso, possiamo portarli sempre con noi. Sono la libertà che manteniamo, anche quando ci viene tolta.
«Lasciate sempre le porte del sogno aperte o non saprete mai cosa avreste potuto trovarci dietro.»