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Tunnel Of Love

Scritto da Pierangelo Miani/Debora Mancini/Simone Gabrielli.

Ci sono luoghi (comuni) e riflessioni banali che a volte diventano quasi coraggiosi.

Sul punto più alto del Luna Park, dove il mulinello ingabbiato delle montagne russe si torce a precipizio e libera la potenza del vuoto a contatto col cielo, si prende il mondo sulla faccia. È teso il mondo, urla di felicità e talvolta per la fifa. Raramente quel mondo arriva con la discesa, e quando capita ci si annoia un po’, perché si conoscono già la musica e i suoi strumentisti.
La salita è più congeniale all’esperienza, si osservano meglio le cose: si va lenti e si ha il tempo di pensare.
Si impara molto, alle giostre. La vita stessa è una giostra, una di quelle a cui dare un nome e un brivido diversi a ogni giro. Per questo si sale più volentieri da bambini: si deve ancora riempire lo spazio dell’abitudine.
Il callo alle vicende viene con la scoperta della tragedia o del sereno, con la gioia della follia, del sesso, la conquista dell’orizzonte o del precipizio, nel ventre della balena. Viene con il terrore e la tenerezza del ricordo, “schiacciando forte una ruga alla radice delle sopracciglia con l'indice e il pollice, quasi a voler bloccare l'emorragia della ragione”. Viene con le parole di Benedetta Tobagi, nella storia e nel ricordo di un padre che è tanti padri, e prima ancora del destino batte forte il suo cuore.

Viene con la coscienza candida dell’illuso, con la filosofia della felicità, e non c’è più callo capace di dare dolore. Si può essere felici abbracciando l’aria, mimando il viaggio che va incontro all’amore, con una coperta calda addosso.
Ci si può stravolgere con uno sguardo, un intreccio di mani, un respiro, una perdizione, un flusso di spiritualità, precipitando nella dimensione irreale e consolante della fantasia, percorrendo un filo in senso inverso con l’anima nuda in equilibrio sull’incertezza. Si può entrare nel tunnel verso la luce con la musica celeste delle fiere di paese o il notturno di Chopin al pianoforte, con un lieve rossore sulle gote, l’immagine della luna piena sullo specchio del mare, un sussurro fragile all’orecchio o una lacrima senza ferite, perché spesso le certezze sono troppo perentorie.
Tutto in un colpo solo, forte come un bagliore che lascia spaesati negli attimi seguenti, consapevoli che vale la pena sopportare la confusione dopo avere portato lo sguardo dove c’è solo ombra.
Ci si può rinnovare ogni giorno e capire, capire, capire: pretendere di essere capiti è garanzia di insoddisfazione. E a trent’anni si possono trascorrere serate da teenager.
Danno ossigeno, danno la spensieratezza e il motivo giusto. Danno qualche perché. Tolgono il peso della normalità, nessun conato, fastidio, postumi che si cerca una vita pur di averne.



Basta poco, pochissimo. Coca Cola. Caramelle gommose. Scarpe da tennis, niente trucchi, lo stereo al massimo. Bisogna provarci ogni tanto; si torna a far scorrere il sangue nel verso giusto senza pressioni, svuotando e riempiendo i canali abbandonati dalla consuetudine. Per rinsecchire ci sarà tempo, comunque.
Dalle arterie ai capillari i globuli si chiedono da che parte andare: «Qua dentro è tutto un casino.»
Vero. Lo è. A volte lo è proprio. All’improvviso arrivano il contatto con la vita cruda e spietata, l’attesa nel buio morbido della galleria, la riscoperta del sereno e quelle serate da teenager.
In un flashback.

Non c’erano gli aperitivi e la cappa di grigio sull’umore; era bello tornare a casa tristi perché «Cazzo, è già finita». Chi se ne frega poi dove si va, bastiamo anche quelli che siamo.
Stupirsi. Forse era questo il segreto. Sperare che tutto non finisca mai, o godere di più proprio perché certi di avere un limite. E il limite siamo noi. A ribadircelo sono in tanti.
A ricordarci di crescere sono anche di più.
A rimproverarci abbiamo una fitta schiera di consulenti: «Vesti retrò, sogni ancora, passi le serate come un ragazzino.»
«Non credevo di rappresentare una minaccia. C’è stato di peggio, e al meglio non amo guardare se l’ho già intorno. Troppo facile, dopo, piangere. Mangio le caramelle gommose, e mi piace Adam Sandler. Ho anche vinto una scommessa.»