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Il Potere Della Bugia

Scritto da Emanuela Medoro.

L’offesa alla verità sta all'origine della catastrofe.

La citazione di Sofocle, riportata da Dacia Maraini nella prefazione al suo libro sulla mafia, introduce bene l’intervista a Gaetano Savatteri, che ha avuto luogo durante le giornate “Volta la Carta”, tenute a L’Aquila nello scorso anno.
Vale la pena, a distanza di tempo, riallacciare i fili di quel discorso. Il titolo del suo intervento, Pinocchio, Il Potere Della Bugia, sembra la parafrasi aggiornata, meno tragica, adatta a giovani lontani dai classici della letteratura, del concetto di Sofocle.
La riflessione qui si concentra sul potere mistificatorio e fuorviante della bugia, quella diffusa dai media sui fatti del giorno, che orienta l’opinione pubblica e addormenta le coscienze.
Gaetano Savatteri, giornalista per vocazione sin dall’infanzia, narra incontri ed esperienze fondamentali nella sua vita. È nato a Regalmuto, un paesino della Sicilia ad alta densità di grandi scrittori, senza cui la storia della letteratura italiana sarebbe diversa: Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri.

Vivace operatore culturale, in una zona apparentemente libera da presenze mafiose, crebbe nell’illusione che proprio la cultura potesse salvare il mondo. Invece, pochi mesi dopo la morte di Sciascia, vide il paese flagellato da stragi sanguinose.
Egli sentì di non essere riuscito a comunicare valori civici positivi ai suoi coetanei; incontrò dunque molti affiliati a Cosa Nostra per scoprire in quale momento della loro crescita le loro vite si fossero separate, quando avevano iniziato ad ascoltare voci diverse.
In particolare il giornalista si soffermò sull’esperienza di Alfredo Sole, uno sconfitto delle guerre di mafia, pluriomicida, condannato all’ergastolo. Questi raccontò come a scuola nessuno gli avesse insegnato nulla, era emarginato in una classe di emarginati. I suoi valori di riferimento erano onore, rispetto e vendetta.
In prigione comincia a leggere, arrivando a Delitto e Castigo; si diploma, si iscrive a Filosofia, i libri lo salvano dal suicidio, portandolo fuori dall’isolamento della cella. «Le letture mi hanno fatto crescere,» aggiunge l’uomo, «se avessi cominciato prima non avrei fatto ciò che ho fatto, ma nessuno, quand’ero ragazzo, mi ha insegnato a leggere e a sognare.»
Dunque, commenta il giornalista, se la cultura non salva il mondo, può almeno salvare una vita.

E alla domanda sul travisamento della realtà, sulle bugie colossali dopo il terremoto, risponde prima con una considerazione generale sulla mistificazione che viene dal potere economico, finanziario e politico, sempre  complessa e sofisticata, poi esclama: «Attenzione, domani qualcuno dirà che l’Aquila non è mai esistita!»
A distanza di un anno circa è opportuno ripercorrere l’esperienza del dopo sisma.
Molti credettero alla affermazione dell’allora Presidente del Consiglio, che la città sarebbe diventata il più grande cantiere d’Europa, che c’erano soldi per ricostruire il centro storico, che le abitazioni del progetto C.A.S.E. erano solo provvisorie. Molti, ma non tutti. Così, poco dopo, nacquero manifestazioni spontanee di gente che voleva chiarezza e verità sulla situazione. Furono tacciati di ingratitudine, si parlò di odio e di amore, di psicologia dei rapporti personali, ma non di politica.
Tant’è, si ruppe la catena di solidarietà fra persone accomunate dallo stesso destino, e divenne più profonda la divisione fra chi credeva e non credeva. Io ero fra i secondi, specie dopo aver visto i cantieri. Capii subito che erano fabbricati destinati a diventare definitivi: troppo cemento. Venne meno la fiduciosa speranza nella rinascita del centro storico in tempi relativamente lunghi, ma non biblici.

L’offesa alla verità ha diviso la gente in tante fazioni, che passato lo slancio polemico, delle accuse e controaccuse di incompetenza, ha generato una catastrofe sociale spegnendo gli animi, affondando le speranze, appiattendo la popolazione in un muto sconforto. Lo spettro della città stessa, senza un futuro preciso, ha dato alla parola ricostruzione tanti significati da non significare più niente.
Oggi sono in pochi a sapere cosa accade nelle stanze dei bottoni per l’Aquila, quali sono i progetti in corso o al vaglio. Persino Fiorella Mannoia, che insieme a un gruppo di cantanti ha raccolto fondi destinati alla ricostruzione di un palazzo storico, ha dichiarato in un incontro con gli studenti che «l’Aquila è un coscio da spolpare.»
È una semplice constatazione di fatto, il risultato di troppe menzogne.
Passando dal particolare del luogo al generale dell’Italia, credo che la peggiore offesa alla verità sia l’antipolitica.
L’antipolitica è un’ideologia, ossia un complesso di idee organizzate che tende a escludere i più deboli dalla lotta per la supremazia nel mondo dell’economia e della finanza, e che si manifesta con la creazione di una oligarchia che non ammette controlli da parte dello Stato, in nome della libertà di intrapresa. L’antipolitica ha cancellato la differenza (che deve esserci) fra interesse pubblico, cioè quello di tutti, e privato; ha tentato di manipolare la giustizia, di insinuarsi nei gangli profondi del sistema.
E qui l’allarme deve farsi più serio, più severo, perché se diminuiscono i diritti e i consumi della classe media a stipendio fisso, pubblico o privato esso sia, va a gambe all’aria tutto il resto.