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Cosa C'è Dietro Alla Poesia

Scritto da Gabriella Candeloro.

Non si può stare in direzione, aderire all’ideale comune, per poi contestare.

«Le difficoltà con cui sono talvolta alle prese dell'esprimermi provengono da una coscienza che stenta a rimarginare alcune nascoste ferite, forse inguaribili, che tuttavia, ostinatamente, esige la propria integrità.» (Ignazio Silone)

Da ore tento invano di individuare il nome di una scrittrice famosa negli anni Sessanta. Ho pochi indizi, e il mezzo informatico è insufficiente quanto la memoria. In quegli anni ero ancora al di là da venire, e la rete era roba da fantascienza.
Desisto, ma solo temporaneamente. Nei prossimi giorni incontrerò il mio spacciatore di libri, in biblioteca, e sono certa ne verrò a capo. La sua cultura è sconfinata, la sua passione per le sfide di questo tipo anche di più.
Ciò che muove la mia volontà è una curiosità felina, un buco allo stomaco: non si esaurisce la fame di conoscenza. Come questa, mi sono capitate altre ricerche ispirate da una frase, da un romanzo.

Riavvolgo il nastro dei ricordi e mi trovo zaino in spalla, immersa in uno scorcio di libertà. Pochi giorni, che non vorrei finissero mai. Vago per i caffè di Lisbona alla ricerca di un Pereira tutto mio, da ricondurre con l'immaginazione al personaggio di Tabucchi.
Non gli chiedo nulla, rimango semplicemente ad ascoltarlo, solo per poter dire a me stessa: «Ecco da dove l’ha preso!»
Seguire il filo dell’altrui ispirazione è un’impresa difficile, impegnativa, ma non per questo impossibile. È come passeggiare lenta tra i vicoli della Genova antica, cercando con tutti i sensi a disposizione le note e il pathos delle canzoni di Faber, la poesia dei suoi testi. Via del Campo, Creuza De Ma’, «Quattro pensionati mezzo avvinazzati al tavolino…»



Divago tra le righe di un libro, prendo appunti a bordo pagina, annoto pensieri, piccole epifanie, il significato di una parola difficile cercata sul vocabolario.
Leggere mi ispira la scrittura, ma non sono del mestiere e probabilmente non dovrei cimentarmi in una simile impresa. Amo però le storie ed esse, a volte, ricambiano l’affetto; vengono da me. Così devo scrivere per non dimenticarle.
Ho cassetti pieni di storie, e un curriculum tra i più strani al mondo.
Fare tanti mestieri rende meno schizzinosi, e insegna il rispetto per il lavoro altrui. Cose di poco conto, come non gettare cartacce fuori dal cestino, restituire sempre un prestito, o rendere merito a chi ci ha dato una mano a risolvere un problema.

Rigiro tra le mani il libro che ho appena terminato. L'autore, un noto giornalista e divulgatore, è famoso in molti paesi.
Mi chiedo se abbia fatto tutto da solo, mi chiedo chi abbia curato l'editing, o se il negro, il ghost writer di turno gli abbia prestato le parole per rendere il racconto ciò che è.
Neppure in quarta di copertina si menziona alcuna di queste figure.
Non essendo del ramo, posso solo immaginare il peso che l'editore può avere in decisioni di questo tipo. Per un po’ metto a tacere l'ennesima perplessità; poi però ci torno, è inevitabile. Mi interrogo sull’'integrità intellettuale di chi viene pubblicato, intervistato, premiato e venduto.
Sapersi vendere è fondamentale per avanzare, per fare carriera, anche semplicemente per trovare lavoro, e in un modo o nell'altro tutti prima o poi siamo esposti sui banchi di questo mercato. Ma pare sia consuetudine moderna, e con moderna intendo proprio recente, delle ultime stagioni. È tramontata l’era di Brecht, che non faceva mai affermazioni, eppure aveva la singolare facoltà di tirare fuori all’interlocutore ciò che nascondeva dentro di sé. Cosciente o no, scatenava il piacere di pensare, l’esercizio del dubbio, il metodo sperimentale. Come per Galileo: guarda te stesso a fondo, per indagare e capire la realtà.
Non è più il tempo di Wilder e delle rasoiate bonarie di Piccola Città, degli autori siciliani osteggiati nell’isola, da cui si era salvato solo Tomasi Di Lampedusa, morendo. No, oggi si deve passare dagli agenti, e attraverso altri misteriosi intermediari: c’è una ragnatela fitta e impossibile da schivare. C’è gente diventata famosa per un blog, ma com’è che ce n’è di bellissimi e rimangono ignorati? E se i premi letterari sono spesso concordati a tavolino, anche la pubblicità procede nella stessa direzione.
Il compromesso è il prezzo di copertina?

«Ho sempre sentito che avevo delle responsabilità. Quel senso del dovere, poi, che avevo sempre addosso, quel senso che, insomma, era giusto fare certe cose o non farle. Non ne ho avuto forse un grande bisogno, ma avevo una ripulsione per i compromessi» (Tiziano Terzani)