Stampa
PDF

Gli Spettri Della Coscienza

Scritto da Daniele Sarti.

Et ne nos inducas in tentationem non è solo una formula da preghiera.

È una richiesta di complicità che l’uomo, da sempre incerto del proprio destino, fa a dio, con la speranza che si attacca anche all’ipotesi. A quella di un creatore un po’ sbadato, che ci ha fatti fragili: alitandoci in volto ci ha trasmesso la vita, ma dev’essergli scappato un colpo di tosse.
Per essere figli modello abbiamo qualche colpa di troppo: invidie, rancori, e su, su fino all’odio puro, gli attentati, le guerre, i disastri ecologici, e poi giù di nuovo, giù con le navi spiaggiate, la pirateria stradale, l’indifferenza. Quella che non ha spazio per il sarcasmo, che ignora il bisogno e lascia il pensionato a fare la spesa nei cassonetti, il barbone a mano tesa senza un panino, uno sguardo.

È il fotogramma di un qualsiasi centro città.

Va bene anche la periferia, anzi, per le istituzioni borghesi è pure meglio, ma è il centro che ospita la nudità delle storie e degli emblemi. Da lì comincia il vero confine.
Le immagini di un quartiere chic, fatto di selezione e calcestruzzo, e accanto il mucchio di stracci in cui dorme ciò che resta di un uomo. Ciò che sopravvive. In una notte le associazioni ne contano settecentoventi, e nel solo cuore della city. La capitale degli affari, dopo il tramonto, chiude il serraglio delle opportunità. Nemmeno gli spot sono più luccicanti.
Tutto si decentra, prende le strade dello sbando: voci & richiami dialettali, grida un po' smussate dalla tensione del silenzio, colate di umido dai muri e un velo grigio di antiche esalazioni.
Bombole, vapori, catenacci, grasso, gomma fusa e muschio soffice, cresciuto là dov'è impossibile anche per l'immaginazione: gli odori si incatenano legandosi, spirali di fumo da legna scrollano verso l'alto i panni stesi sui fili da balcone a balcone, da gancio a davanzale, da paletto a chiodo improvvisato, abusivo.
Anni e anni, forse secoli, chissà, per mettere insieme quel quadro da cui esce il soffio dell’umido. Il brivido dell’arte che tanti non assaggeranno mai. Arte pura: una lumaca scivola sul rivolo d'acqua che sgorga da una fessura del pavé limato dall'usura, da passi perduti e carichi di cenci, consumati nell'asciugare lacrime dimenticate fra la bigiotteria trascurabile nella vetrina della memoria.


I Fantasmi Della Città Segreta

.               .                                                         .  .  .  .  . A tout les clochards.
-                            -                               -          .  .  .  .  . A chi, perdendosi, non ha mai smarrito la strada.

Silenzio.
La scia bianca d’un fil di fumo
sale tremula e ascosa sprofonda
cinerei coriandoli olenti
nel blu solitudine.

Freddo.
Il turbineo gorgo del fossato
scioglie nei passi confusi
gli scheletri dei sogni in bottiglia
tuffati dall’eremo stambugio.

Leggero.
Fra le ombre muschiate dei muri
sospirando il vento s’acqueta in note d’ottone, lacrime
al sale di addii assopiti osservando l’inverno dell’anima
cantore d’amare fortune.

Lontano,
nell’umida luce ancor ciondola
un vetusto lampione curioso, che accende le arene di lotta
ma invano protende il suo occhio a movenze segrete:
rifulgono invisi e felini gli occhi della notte.

Sfuggente,
ammiri incantato il rituale
compagno di veglie, e da ogni pertugio
richiami i dannati dall’uomo, partecipi
alla tiepida ferocia dell’inverno.

Neve.
Il tenero giaciglio abbandona le fronde
ricurve, provate dal soffice abbraccio
e accoglie le membra in rovina
su un letto lucente cristallo.