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Ob magnitudinem oneris

Scritto da Enrico Fontana.

Diceva Véron che l'onore è una parola il cui singolare e plurale non sono mai andati d'accordo.

Qualche giorno fa, il Ministro delle Politiche Culturali ha fatto appello alle televisioni pubbliche e private, per sostenere l'industria di settore nei difficili momenti della pandemia. Il ministro è il medesimo che, anni fa, parlò di artisti pagati in visibilità, per intenderci.
Subito ha risposto un gruppo televisivo, con l'idea di passare opere teatrali in seconda serata. Lodevole, nulla da eccepire. Io, che non accendo la tivù da sette anni potrò godermi la stagione, o una parte di essa, dal piccolo schermo. Felice, passo la notizia ad alcuni colleghi, e un paio di costoro mi fanno notare che è un gesto davvero nobile, ma forse non proprio disinteressato. In effetti, solo un ingenuo può pensare che una tivù privata, cioè una azienda con il fatturato come scopo, non abbia un progetto in mente. Con i colleghi passo un'ora di puro terrore, nella quale tiriamo fuori vari scenari, tutti pericolosi per il settore. Alla fine decido che l'azzeccagarbugli non è il mio mestiere: basta, voglio solo godermi la chance, anzi, ringrazio la tivù a nome di coloro che di teatro ci vivono e di quelli che lo amano; dagli attori ai critici, dai musicisti ai melomani, le maestranze e i cantanti, le maschere e i giovani che sognano un posto sopra o dietro il palcoscenico.

Sì, per una volta dico grazie alla tivù. Con tanta convinzione. O forse no, perché alcuni degli scenari buttati lì dai colleghi non sono mica poi buttati a caso. Uno su tutti: la gente che ama il teatro lo amerà anche al piccolo schermo, sarà felice di averlo in casa senza il pathos del teatro fisico e si dirà che tanto è un ripiego, in attesa di poterci tornare a fine pandemia. Ma cosa succederà se la gente si dovesse innamorare del teatro visto alla tivù, e proprio come nel caso del cinema la tivù (che da tempo ne colonizza i palchi e insidia i ruoli apicali) gli rubasse pian piano l'atmosfera, le risorse, gli spazi, ed alla fine ciò che conta, cioè gli spettatori? Se il cinema è divenuto via via televisivo nella tecnica, nei linguaggi, nei tempi, nel ricorso al digitale, lo è divenuto anche presso il pubblico. In molte case, infatti, le tivù sono cresciute di dimensioni, al contrario degli schermi del cinema, relegati tra un salone chiuso, sfitto, o la tristezza aliena dei multisala.
Ora proviamo a ragionare in quel senso con la metrica dei settori: tivù e teatro, nel nostro secolo, sono uno massa e l'altro nicchia. Se la nicchia viene portata a casa delle masse, la massa presterà i suoi numeri alla nicchia, allargandola, oppure la nicchia diventerà un po' più massa, perdendo elementi? Su, non ditemi che la risposta è difficile, perché la seconda è l'unica possibile.
Ma adesso, mi ripeto, nulla può privarmi della gioia di vedere le opere teatrali in tivù, di sapere che le maestranze di un settore in crisi possono esprimere la loro arte, lavorare e chissà, in una meravigliosa utopia, stimolare chi, un bel giorno, potrebbe avere la voglia di entrare, in concreto, nei teatri, per esserci dal vivo. Per entrare coi sensi in un'esperienza che nessuna tivù può dare. Un sogno? Già, ma l'umore ne giova, migliora. Chi se ne frega della lobby che fa il bello e il brutto tempo nel teatro di oggi, mi dico.

O forse no. Anche qui, forse no. Le piaghe sono ulcere che vanno arginate, e con cure mirate. Se, in scena, l'incontro fra autore e interprete non ha il sapore di un azzardo o di un caso fortuito, ma è opera di una affinità elettiva, così al di fuori delle scene, nelle stanze dei bottoni, va dato spazio al valore delle figure professionali. Per farlo, la lobby, ogni forma di piccolo o grande gruppo di potere, va azzerata. I gruppi di potere non danno forza alle competenze ma al club degli amici, e nel teatro made in Italy si parla per lo più di amici di letto, meglio se gay.
«Vergogna,» sento già urlare in coro «cos'hai contro i gay? Si amano come gli altri e tu li emargini, omofobo!». Ma non è questo il punto: ci può essere una lobby gay, così come una di biondoni con i tratti ariani — è Storia —, o una che arruola soltanto bancari o massoni. Non è questione di razza o di sesso. Per opporsi a un simile corpo armato, e armato di potere, specie se insediato da decenni, ci vuole dignità. La stessa che molti invocano, senza però avere il fegato di denunciare ciò che la soffoca. Cioè il silenzio. Un esempio: va in pensione una figura apicale di valore. Tutti sanno che al suo posto verrà un uomo che si è distinto in altri campi (la tivù, per stare in tema), pure bravo come attore, ma senza uno specifico know-how per il ruolo, e non vi è traccia di un bando. Quante altre nomine antimeritocratiche vedremo ancora? Tante, troppe, fino a quando il trend non diverrà la norma. Come in politica. 
Mica regolare, ma guai a chi fa un fiato. Guai a chi si espone: «Se parlo, posso cambiare lavoro...» ti dicono. Si passa così da antagonisti a collusi. Ma se le donne non si fossero mai fatte carico delle giuste lotte per i diritti, oggi non potrebbero ancora votare. Idem per l'aborto e per tutte le cento e più conquiste civili. Dunque è un affare di coraggio. 

Invece l'arte, in Italia, non può. L'arte, che è la più grandiosa espressione di libertà spirituale, è sottomessa alla legge dei potentati. Non per fare l'umorista, ma penso a chi disse che tutte le volte in cui la politica fa un passo avanti, l'arte ne fa mille indietro: era coerente con la logica italiana. Una logica da pavidi, che curano il proprio orticello in attesa di vederlo florido quel che basta per poter dire la loro. E siccome è la logica dei fessi, la loro non verrà detta mai. E nulla cambierà. Le speranze vanno nutrite coi gesti, rafforzate con le azioni; il silenzio fa il gioco di chi promette il cambiamento sapendo che, se dovesse cambiare qualcosa, egli sarebbe il primo a patirne, poiché dalle crepe filtra la luce, e una volta vista la luce tanti andrebbero ad allargare la crepa fino a farla diventare un varco da cui far entrare aria pura, luce diretta anziché una luce artificiale, concessa al prezzo di rospi ingoiati con la scusa di avere, a fine mese, di che riempire il piatto.
Ma il sacro fuoco dell’arte può rendere ciechi? Davvero l'arte, in questo campo, non è perizia, non è ispirazione e libertà spirituale, ma un compromesso utile a galleggiare, o — nei casi più felici — a trionfare in una gara dove non si vince per merito? Fortuna che il mio è solo un esempio. Ci sono tanti ruoli ricoperti da chi merita, ma spesso costui non ha le mani libere, non ha le risorse che vorrebbe e che dovrebbe avere per dare il meglio. Quel meglio è un pericolo, cioè il paradosso epico, nella terra degli artisti. La tivù le risorse ce le ha. Se l'è guadagnate con i gesti e con le azioni che gli antagonisti dei gruppi di potere sognano di attuare, purché siano altri ad andare avanti a rischiare la firma, la faccia, la carriera. Che è il modo ideale per non avere mai una firma, una faccia, una carriera. In questo modo va avanti chi non ha una competenza nella materia, e chi l'avrebbe infoltisce le fila degli esclusi o degli indignati, condannati alla perpetua inconsistenza. 
Poi un bel giorno arriva la tivù, ossia la lobby per antonomasia. Ti offre di portare le opere in scena, e ti rosicchia ancora un po' di quel pubblico che già faceva fatica a riempire i teatri. E se passare le opere nei palinsesti — non importa se in seconda serata o altri orari di rincalzo — è cosa lodevole, ed al gruppo privato che si fa carico di ciò va detto «grazie» di cuore, sul fronte interno al teatro sarebbe ora di fare un serio lavoro di pulizia e riordino degli assetti. Per non trovarsi, a fine pandemia, a pubblico ridotto di unità, con i pochi gruppi di potere padroni di quanto rimasto, molte maestranze più deboli che mai, e il concetto di Véron ancora al comando.