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Manifesto della Nuova Umanità

Scritto da Lucrezia Lombardo.

Raccontare cosa sia la scuola di oggi non è facile.

I giornali e le tivù propongono spesso questo tema, ma molte sono le omissioni: sono convinta che parlare senza aver provato sulla propria pelle la situazione sulla quale vogliamo produrre dei giudizi, crei sempre un’immagine di parziale verità. La scuola è uno dei bersagli prediletti dai media assetati di scoop, per via delle maestre che maltrattano i bambini; per le vicende di adolescenti che, come teppisti in erba, intimidiscono i loro professori o, ancora, a causa di giovanissimi che spargono terrore in giro attraverso baby gang. Ad ogni modo, la scuola popola il nostro immaginario soprattutto per i suoi problemi irrisolti.
Insegnare nell’Italia di oggi è un compito arduo; anzitutto perché la generazione che siede sui banchi di scuola è priva di punti di riferimento, a partire dalle famiglie. Abbiamo a che fare con giovani cresciuti dalla realtà virtuale, l’unica che confezioni i modelli che oggi hanno davvero presa sugli adolescenti. Davanti a me siedono ragazzi dallo sguardo vuoto, stanchi già prima ancora di cominciare la lezione, demotivati, annoiati e terribilmente viziati. Questo non significa che, in mezzo ad un tale scenario, non risaltino anche dei giovani motivati, al contrario. Tuttavia, coloro che vogliono imparare qualcosa, fanno una fatica estrema per perseverare sulla via della costruttività, dati gli esempi negativi che prevalgono.
I giovani di oggi hanno alle spalle esperienze estreme già in età precoce: ed ecco che un’insegnante liceale come me, deve abituarsi a confrontarsi sempre più con alunni che hanno problemi di dipendenza da sostanze, o da videogiochi dietro ai quali bruciano giornate intere, senza che i genitori possano fermarli. Un docente deve abituarsi a interagire con ragazzi che hanno situazioni familiari sempre più complesse – separazioni, famiglie allargate e poi allargate ancora – e ad avere, tra i propri alunni, ragazze che soffrono di anoressia o di bulimia, e che magari hanno già abortito a diciotto anni, se non prima. Trovare il modo giusto per rapportarsi a giovani che sono così immersi negli aspetti più brutali dell’esistenza sin da subito, richiede un esercizio interminabile di auto-superamento.

Nonostante i corsi di aggiornamento, e le minestrine che la psicologia e la pedagogia sfornano sul tema dei giovani e della scuola, sono sempre più convinta che, per relazionarsi nel “modo giusto” con questa generazione, serva starci in mezzo, invece che stilare o seguire sterili manuali di istruzioni. I ragazzi di oggi, infatti, possiedono già tutte le risposte a ogni domanda: sono svegli, informati, navigano sul web con totale agio, ma hanno perduto l’innocenza; non sanno più, o non hanno mai saputo, cosa significhi essere amati veramente, né cosa voglia dire volere bene con costanza, con impegno, portando avanti un rapporto, un sogno, un progetto, per il semplice fatto di crederci. E il primo grosso problema su cui riflettere è proprio questo: i ragazzi di oggi non hanno nulla in cui credere davvero, perché possiedono tutto sin da subito, senza dover fare alcuno sforzo. Non hanno niente in cui credere poiché né le loro famiglie, né la scuola, né la società gli hanno mai insegnato che nell’uomo esiste una spinta all’eternità, capace di far trovare la forza di lottare, di perseverare e di resistere. Mancano, a questi giovani, testimonianze vive che vadano al di là di pseudo-valori oggi dominanti come il successo materiale, l’autorealizzazione scissa da tutto ciò che accade intorno, il denaro, la vita comoda, easy, ed il potere come mezzo per piegare gli altri alla propria volontà, il sesso immediato invece dell’amore...
Dinnanzi al dilagare di tali modelli – propagandati dai mass-media in maniera incessante e riproposti in forma subdola e manipolatoria nelle fiction, nei videogiochi, sui libri – i giovani interiorizzano gli imperativi della distruzione. E la scuola è divenuta anch’essa un veicolo della cultura della morte oggi dilagante (o, meglio, della incultura della morte).

Una incultura con lo scopo di distruggere il soggetto e recidere ogni legame solidale che possa renderlo forte e resistente alle ingerenze di un potere che non è più calato dall’alto, ma possiede una matrice orizzontale costituita dal livellamento delle coscienze, dalla manipolazione attraverso la propaganda consumistica di modelli di comportamento e stili di vita disciplinati – pertanto, non nocivi per la gerarchia del dominio.
Ci si confronta infatti con un potere che, sempre di più, somiglia al sistema feudale: caste, gruppi ristretti di pochi che decidono per tanti, ben parati dietro la menzogna della democrazia, e se qualcuno vuole contare qualcosa deve prima compiere l’escalation sociale che lo faccia accedere ad una delle lobby che possono deliberare. Il conformista è il solo a non fare paura al potere, il quale, dopo averlo manipolato, lo disprezza: ogni conformista è infatti un soggetto disciplinato, quindi innocuo. Ciò che fa paura al potere è, piuttosto, la libertà di pensiero, la coscienza critica, gente che non sia disposta ad accettare tutto tacitamente, ma che creda ancora nei diritti ed abbia voglia di vivere con dignità. Ed eccoci al problema della scuola di oggi: così come è stato disciplinato il soggetto, è stata disciplinata la scuola. Essa è il luogo, anzi, sarebbe il luogo deputato a formare uomini pensanti, ma se viene ridotta a un luogo arido, dove si dispensano solo nozioni sterili e competenze coerenti con la logica utilitaristica dilagante, si rinuncia alla portata “rivoluzionaria” che, in potenziale, essa potrebbe avere. Invece di aiutare i giovani a comprendere le cause del vuoto di senso che li affligge – da cui, poi, scaturiscono le vecchie e le nuove dipendenze, oltre alla spinta di violenza che rende gli adolescenti protagonisti, tra gli altri, di fenomeni di bullismo e baby gang – la scuola reitera la “logica della distruzione”, cioè un tutt'uno col potere di cui si è detto. E i più giovani, soli o abbandonati a sé a partire da casa, dove hanno alle spalle famiglie liquide e instabili, sono spaesati in mezzo a un vuoto che ha bisogno, per essere più sostenibile, di esperienze estreme che li facciano sentire vivi. Del resto, i media e la realtà virtuale sono i primi divulgatori di un’idea di libertà intesa come superamento costante di qualsiasi limite e regola.

Una mattina, una mia studentessa di quarta liceo mi ha raccontato, in lacrime, di essere affetta da anoressia nervosa: da prima mangiava e vomitava, poi aveva iniziato ad evitare il cibo, tanto da aver perso quindici chili in poco più di un mese. Il suo volto, prima fresco e raggiante, era simile ad un teschio; gli occhi scavati emanavano un triste presagio di morte. A. – iniziale del nome della ragazza – non riusciva a guardarsi allo specchio perché aveva qualche chilo di troppo, e i ragazzi non la corteggiavano. Essere bella, per A. come per la maggior parte delle sue coetanee, voleva dire essere magra come i vip, le star, le attrici e tutte le icone femminili che popolano la tivù, i social, gli spazi mediatici con aiutini e aiutoni da parte dei software. Il problema è che la magrezza e la perfezione fisica che le giovani inseguono è un ideale terribile, che non di rado conduce sulla strada del suicidio. Ho incontrato, in un solo anno, ben quindici ragazze affette da D.C.A. (cioè disturbi del comportamento alimentare), su un totale di circa quaranta. Sono convinta, e il supporto viene da dati concreti, che l’anoressia di A. e di molte altre sia un effetto del potere disciplinare che, attraverso fenomeni del genere, si rivolge alle donne per renderle innocuo e politicamente impotenti in quanto, se l’imperativo sociale dominante prevede che la donna debba essere ridotta a coincidere esclusivamente con il proprio corpo – corpo che deve, per altro, essere smaterializzato –, a costei non restano più tempo, né energie, per dedicarsi ad altro. In modo terribile e subdolo, A. aveva subito il lavaggio del cervello, ammalandosi per via del tempo speso a confrontarsi con gli standard “alla moda”. A tutto ciò, contribuisce anche la scarsa capacità di scindere il virtuale dal reale. Senza iPhone e altri congegni, i giovani di oggi sono foglie secche che si struggono nel vento, del tutto inabili perfino a legare con i loro pari, perché illusi di poterli trovare in modo naturale col vettore virtuale.

Ciò stabilito, la disumanizzazione è un progetto sociale, e dopo aver colpito le famiglie, colpisce ora la scuola: chi ne paga le conseguenze è ancora una volta la generazione digitale. Del resto, se si riesce a mettere le briglie ai giovani, si riduce il rischio di mandare in tilt il sistema di diseguaglianze su cui il presente si fonda. Le critiche, o i banchetti sodali a colpi di libri e gadget su Greta Thunberg ed emuli, sono la prova del progetto che reagisce, si rivolta, quindi tenta di affogare le iniziative di coscienza civile nel business. La scuola è stata intenzionalmente ridotta a un “apparato di sistema”, dove solo l’operato di singoli insegnanti, motivati dall’amore per i giovani, può innescare un cambiamento. Il fatto è che i docenti sono soli a dover gestire situazioni sempre più complesse. Nelle classi, la percentuale degli alunni problematici cresce e, nel corpo docenti, manca la solidarietà. Come può davvero nascere la motivazione per dedicarsi agli adolescenti in un docente che, per poco più di mille euro (sebbene il nocciolo della mia indagine non sia il denaro, i soldi sono un idioma che tutti capiscono), deve allontanarsi da casa, chissà di quanti chilometri e per quanto tempo? Come può egli trovare la spinta per dare il meglio di sé ai giovani, se gli si richiedono abilitazioni ed esami infiniti, per poi essere di nuovo da solo di fronte ai noti e annosi guai di allievi problematici e famiglie subito pronte a giustificare ogni bravata dei loro figli, laddove dei no “utili” sarebbero il vero bene, il reale traguardo? Come può il docente dibattersi in una simile situazione di precarietà sociale, emotiva e personale? Oltre ad essere privo di riconoscimenti, si pretende che egli risolva, nel più breve tempo, e comunque in autonomia, ogni rogna, ogni handicap inerente ai ragazzi, alle famiglie e al contesto educativo.

Certo non tutta la scuola è da buttare, perché non tutti coloro che vi lavorano lo fanno con indifferenza. Ci sono docenti che sudano sangue per il loro lavoro e per i giovani, per portare avanti una strategia in cui conoscere non sia soltanto accumulare nozioni, bensì imparare a vivere. Su tutte, e lo cito poiché ne ho sperimentata la sicura presa, è il dialogo di tipo socratico. Durante le mie lezioni, la Filosofia è divenuta lo strumento con cui modificare la percezione della realtà.
Così, assieme a me, i ragazzi hanno decostruito alcuni miti attuali ed hanno dialogato dei problemi che li affliggono, tra cui le dipendenze, la crisi della famiglia e quella dei legami affettivi. Ho chiesto ai ragazzi quali fossero i temi scottanti di cui avrebbero desiderato parlare; da lì abbiamo riflettuto insieme cercando delle risposte e, alla fine di ogni questione, abbiamo elaborato un testo scritto dove ognuno ha inserito la propria parte. Stimolando nei ragazzi l’amore per la verità (una verità che, nel mondo di oggi in cui le informazioni circolano velocissime e senza distinzioni di sorta, va ricercata attraverso il vaglio della critica) sono approdati, da soli, a valori diversi rispetto a quelli dominanti: un segno, questo, della necessità che tale generazione serba di credere in qualcosa che duri. Per avviare una simile ricerca della verità ho trasformato le mie classi in “classi aperte”, invitando testimoni che raccontassero dal vivo la loro esperienza: abbiamo così accolto giovani usciti dal tunnel della droga e da altri baratri e che usano lo stesso loro linguaggio, dimostrando che per fare scuola sul serio, e stimolare gli interessi, è bene scendere dalle cattedre. Quel tipo di esempi ha reso gli studenti più consapevoli, e gli ha fornito risposte a domande inespresse.
Senza tabù, durante l’anno scolastico, abbiamo poi affrontato il tema della sessualità per riflettere sulla crisi dei rapporti affettivi, e per farlo abbiamo invitato delle ragazze salvate dalla strada, che hanno riportato la loro storia di sfruttamento, fino alla emancipazione dal ruolo di oggetti. L’attualità, in breve, deve essere resa una materia di studio, di osservazione, in pari alla analisi dei temi che toccano le corde sensibili della gioventù. Quindi, si è dato fondo al significato della parola istruzione: non voti, o almeno non solo voti, né prestazioni, bensì solidarietà, dialogo, ascolto, stimolo a tutto ciò che può incuriosire, aprire la mente; e si è, perciò, dato spazio a quei processi. Secondo una prassi che ha una decisa efficacia si sono attivati lavori di gruppo, affiancando gli alunni in gamba a quelli con più difficoltà, dando via via più responsabilità a coloro che, in apparenza (e nella loro scala di valori interiore), si pensavano meno affidabili, meno pronti a sentirsi riporre non tanto una aspettativa ma una certezza di risultato. E qui i risultati sono stati sorprendenti, in primis perché naturali, non forzati, privi di quella coercizione che dà noia e disgusto con la frizione degli obblighi. Invece di voti relativi alle singole prestazioni, alle singole materie, alle singole verifiche e competenze, dovremmo cominciare a considerare quanto un ragazzo è maturato compiendo il proprio percorso scolastico, dovremmo valutare quanto è cresciuto nel prendersi cura di sé e degli altri, quante attenzioni in più ha verso chi gli siede accanto, quanto impegno in più mette in ciò che fa, quanto coraggio ha sviluppato per rialzarsi dalle cadute e quanto riesce a perseverare. La scuola, insomma, ha bisogno di persone vere. Essa necessita di uomini e donne capaci di parlare di sé a viso scoperto, capaci di mostrare, senza vittimismo, anche le proprie fragilità, oltre che i punti di forza, così da insegnare ai giovani che nella fallibilità sta la ricchezza, poiché essa e solo essa fa avvicinare agli altri, costringe ad abbandonare le presunzioni ed invita ad evolversi.

Spesso è proprio grazie alle ferite che nasce un’identità più forte, nuova, capace di dare un senso autentico alle cose. Gli esempi sono importanti sia a casa che a scuola, poiché se a chiedere a un giovane di riporre un pochino il cellulare è un adulto, che a sua volta non ha mai tempo per chiedere al figlio “come stai?” – essendo lui il primo a passare le giornate alienato tra tablet e tivù –, perché il ragazzo dovrebbe obbedire? La scuola che più di tutte serve ai giovani è fatta proprio di esempi, che sia una fucina nella quale proporre una logica
altra rispetto a quella prevalente: una logica della vita invece che della distruzione; una logica dell’amore privo di do ut des invece che dell’egoismo; una logica che insegni a prendersi cura a vicenda invece che a competere; una logica che risvegli la capacità di autonomia di pensiero al posto di una finta coscienza di massa; una logica che aiuti a capire il presente invece di occultarlo, e che insegni ai ragazzi ad amare il limite, a saperlo riconoscere, senza il culto degli eccessi. Alla scuola odierna però manca il coraggio di sostituire al vuoto normativo la pienezza umana: prima, ahinoi, al suo interno vi sono la regola, il cavillo, la procedura. Ma la regola deve servire gli uomini, o usare gli uomini per sé? La domanda, per quanto viziosa e banale, è di rilievo primario! Non è scuola, e dunque non è cura, non è utilità sociale, non è formazione e non è amore ciò che non corregge e non tenta un contatto, un confronto alla pari. Non è attenzione quella di chi non sa mettersi in gioco fino ad ammettere i propri errori: insegnare è prima di tutto entrare nella sfera altrui, leggerla, intuire e farsi aiutare ad intuire, per poi poter trasmettere non solo in modo unilaterale una serie di valori; il resto, sono menzogne, pastoie burocratiche tra le quali annegare lo spirito di una missione che tanti, troppi vogliono fatta di uomini competenti, ma al tempo stesso in troppi non hanno modo di esercitare quelle competenze, né di disporre del sostrato giusto per farle crescere.