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Radical Haters

Scritto da Paolo Dalmasso.

Perché i partiti populisti raccolgono oggi, dopo che l'Italia ha subìto sovranismi e dittature pagati a caro prezzo, un così largo consenso?

Non è il caso di fermarsi al parere parziale e interessato dei giornalisti, che neppure sanno rappresentare se stessi, bensì di esaminare le ragioni con una cura diversa, scevra di asservimenti, cortigianerie, parzialità, tifo per una o l'altra parte (purché pagante), meta-realtà. L'insospettabile Brecht diceva che è triste il Paese bisognoso di eroi, e da queste parti, per iniziare, c'è sempre chi viene caricato di eroismi a vanvera. Oppure di aspettative. Un esempio facile: si sommi il volto divinizzato di un uomo riuscito, di una figura che incarna la capacità di agire, di essere diversa, e pertanto di ottenere dei traguardi, alla cronica “fame di promesse” dei nostri paisà, che traducono la propaganda di un singolo o di un gruppo in aspettative da compiere a breve giro di tempo, ed ecco il cocktail letale. Si analizzi poi la storia recente, quella dei decenni che paiono più rimpianti, e si scoprirà che a pagare più di tutti il peso degli errori sono state le categorie meno difese: gli operai, gli artigiani, i giovani, i figli dei cosiddetti ultimi. Chi si è messo nelle mani degli eroi di gran nome e ne ha fatto sue le promesse, ha visto deluse le aspettative. Quegli eroi, o, per essere più calzanti, gli eroi a scartamento ridotto, creati dai media su richiesta del sistema, sono durati chi poche stagioni, chi una sola, allo scopo di venire appunto rimpianti.
Un disegno preciso, che a lungo andare però ha mostrato qualche segno di logorìo, e proprio tra la gente, la massa di cui doveva avere il controllo grazie al ciclico rimpasto di volti e di cariche. Quella gente, non siamo qui a dire se un giorno bello o brutto, s'è come destata da un torpore durato anni e si è guardata intorno, in tasca, quindi alle spalle. E ha visto sotto una luce diversa i D'Alema e i Prodi, i Berlusconi e i Renzi, e da un lato ha mitizzato i Craxi e i Rumor, i Piccoli e gli Amato, dall'altro ha deciso che l'eroismo non faceva più per lei. Finendo per dare un bel colpo di spalla anche ai miti di un'èra florida perché non più ripetibile, benché data per certa tramite il gioco ciclico di cui sopra. Quella gente si è messa a segnare tutto, così come la burocrazia di chi le diceva di volere semplificare ne ha segnata la vita, e con ferite dure da lenire. Quella gente ha visto via via salire l'Iva, le tasse, il divario sociale; e ora, che alla tivù sente le opposizioni dire in piena sintonia che sta per salire l'Iva, che stanno per salire le tasse, che il divario sociale sta per farsi più ampio, non può credere che a dirlo sia chi, fino a pochi mesi fa, ne è stato il primo e diretto responsabile.

Ora quella gente, sia essa più o meno acculturata, anzi rozza e ignorante, come il radical hater la definisce, non è passata armi a bagagli dalla parte di chi sogna una nuova dittatura con una beata, pardon, beota incoscienza; no, lo ha fatto con piena volontà. E la volontà non è espressa da un voto di protesta: se di fase in fase la volontà di un cambio di rotta diviene più ampia, e la fetta di consensi verso chi si muove fuori dal ciclo degli eroi si riduce, il messaggio è chiaro. Coi gestori del vecchio metodo andrà chi ne ha tratto e ne vuole trarre ancora un guadagno a discapito di operai, artigiani, giovani e gli ultimi di cui si è detto; gli altri andranno a ingrassare la legione degli indifferenti, o faranno una sorta di Resistenza al contrario. Cioè quella che allarga, di ora in ora, il consenso ai populisti. I quali non devono faticare tanto a trovare valide tesi a sostegno dei loro argomenti, poiché le tesi sono atti concreti e sotto gli occhi di tutti. Il caos normativo e la crisi di idee che ha creato frizioni tra i partiti intenti a litigare tra loro per decenni, a fare saltare governi e lasciarsi dietro altro caos e macerie sociali, non sta in bocca ai rappresentanti degli stessi partiti, i quali, estromessi dalle stanze del potere, urlano al disastro imminente. E la gente, che si è segnata i disastri fatti da costoro, i dissidi e gli sperperi, gli scandali e l'inazione, li pesa in base a quella eredità. Il bar, il treno, l'ufficio, la piazza, la chiesa: in ogni luogo di aggregazione e di confronto quei danni non sono stati presi bene, e in un'epoca in cui s'è esaltato il ruolo del precario, drogando il mondo del lavoro per drogare i dati a scopo di spot e coprire le inettitudini, sono discussi. E condannati. La sfera intellettuale, diceva un italiano che le aveva viste tutte (Prezzolini) ha poca influenza sugli uomini, che sono mossi da interessi di tipo personale, e nulla è più personale dei fatti pubblici.
Ecco il motivo per cui i benestanti sono ora con le opposizioni, e al loro servizio vi è una folta schiera di radical haters che scansionano ogni gesto e parola dei nemici del popolo, che non meritano di stare alla Camera e al Senato perché fanno errori di grammatica, e hanno una storia d'amore con una tizia della radio o della tivù, bionda o bruna, bella o brutta, che poi «lui è gay, gli hanno dato una donna per procura» in bocca a chi si dice buonista, tutto ius soli e gender, è un altro colpo – quasi letale – alla coerenza. I quotidiani e i Tigì sono megafoni di un gossip che si ibrida con l'odio di classe, e i promotori dei partiti non si rendono conto, nello spaesamento seguìto allo sfratto dai troni col voto alle urne, che così facendo danno forza ai loro antagonisti.

Da sempre, la politica nasce e si sviluppa sul piano del confronto, per cercare un approdo comune che sia ideale al Paese che deve servire; qui, nel III millennio, i gruppi di potere lottano per il contrario. Ma se il politico pensa a denigrare senza proporre, e quando propone si affida a proclami e allarmi privi di idee, o a collage di intenti che lui stesso non ha saputo realizzare, oltre ad essere masochista costui fa perdere credibilità a sé e al suo simbolo, e non esercita la funzione per la quale è eletto. In una serie di interviste condotta per otto mesi, con una buona dose di pazienza e di scrupolo, tutto ciò è emerso con prepotenza. Il campione di soggetti intervistato è stato di 23.163 persone, le quali sono state interpellate de visu, fuori dal gorgo perverso dei social. Di esse 4.009 si sono dette refrattarie alla politica, prive di ogni opinione e senza la voglia di formularne una; delle restanti 19.154 meno di un sesto (3.168) si sono dette ostili a «quella specie di regime che infesta le attuali istituzioni»; i restanti 15.986 si sono espressi chi a favore (12.777), chi in attesa di vedere dei risultati (3.209) o, per lo più, curioso di capire «come faranno a trovare le risorse, ma con la fiducia in chi fa quello che dice». Tante risposte sono state brevi, secche, decise, altre più articolate.
Per evitare deliri, comunque presenti in una certa quota, s'è ovviato con domande mirate. La gran parte degli interpellati si è detta delusa dai media, che fanno i gregari dei rispettivi padroni, e filtrano le notizie a seconda delle opportunità.
«L'ovovia del ponte di Calatrava» ha detto una donna, a Venezia, «è là da vedere... due milioni di euro buttati via, è il simbolo delle grandi opere che quei signori vorrebbero far ripartire. Ma mi dica se l'Italia ha bisogno di bustarelle o di far funzionare quello che c'è già... me lo dica!». Un altro, a Capri, ha detto che «tutti i giorni, sui quotidiani, c'è chi ripete noi, noi, noi siamo i soli che possono salvare l'Italia. Noi siamo l'alternativa democratica! Loro, ha capito? Loro sono quelli che l'austerity è da fare, i tagli alla sanità, alla cultura, e viva il jobs act, i voucher, via l'articolo 18, e tutti giù a novanta che l'euro canta. Loro, quelli lì, adesso ci vengono a dire che siamo fregati. Loro, capito? E chi c'era al governo, prima? Chi ha fatto tutte quelle mascalzonate?».

Siccome noi facciamo inchieste, articoli e ci muove solo lo slancio ad informare, pure nei campi dove c'è qualche mina di troppo, evitiamo ogni influenza ideologica: Kultural parteggia per la cultura, che è reportage di verità. E se il magazine nasce per mano d'un gruppo di marxisti, nel toccare la materia politica viva non diamo spazio a nessuno dei preconcetti tanto facili da immaginare. Si può perciò essere di parte, ma riportando i concetti ad onor del vero, anche se quei concetti sono la sintesi di un fallimento globale sul piano della comunicazione, delle proposte, dei programmi, dei risultati delle ideologie a cui siamo legati. La vecchia politica, dice un intervistato su tre, si è ridotta a ripetere come mantra dei foschi presagi e balle spaziali in tivù e sui giornali, il guaio è che «quelle so' fresconate» osserva, tra il faceto e il lapidario un uomo, fermato tra i banchi di un mercato. «La gente si è stufata di bla-bla, vuole i fatti. Dal '94 mi dicono che i problemi sono finiti, e io facevo l'artigiano. Stavo bene, sa... e non mi guardi così, niente nero, lavoravo da onesto e le tasse le ho pagate fino all'ultimo soldo... e mo'? E mo' faccio i mercati e il negozio l'ho chiuso. Sa... un colpo alle Accise, uno all'Iva, poi è arrivato l'euro ed è finito tutto».
«E meno male» si intromette una donna, «che ci stavano i competenti, lassù. Hanno dato la colpa alle crisi mondiali, alla finanza, ai mercati e intanto loro sempre a bocca piena, però la colpa non era la loro. E mo' questi, se dicono che la colpa è di quelli di prima non va bene? Ahò, ma 'ndo stamo?».
«Ma so' pinzichellari,» butta lì in gergo un signore distinto sulla cinquantina, «je danno addosso ar privato perché nun c'hanno argomenti. La Tav, te la ricordi?» chiede l'uomo. «Vatte a vedé da quanto stanno là cor buco. E l'autostrade, e i treni che fanno schifo, la scuola e i servizi pure... c'avevano tutti i poteri e che hanno fatto? Hanno perso, e due giorni dopo stavano in tivù a dì che la gente ha votato i fascisti. Ahò, a me der fascista nun me lo dà uno che stava cor pignattaro de Rignano! Io so' fijo de comunisti ma er comunismo dov'è?».
«Mi piacerebbe sapere» fa una ragazza, a Pisa, «chi ha creato Equitalia, chi gli studi di settore, chi ha tolto le licenze...» e l'allusione non è affatto velata. «Io, e lo dico senza finzioni, sono di sinistra, però alle ultime elezioni non ce l'ho fatta a votare. La sinistra, la mia, quella di mio padre portuale che mi ha fatta studiare col sangue e il sudore, non parlava con la bocca piena di spread, di agenzie di rating, di holding e di banche; la sinistra stava con chi non aveva tutele, mica con gli squali della finanza. La sinistra che mi hanno raccontato, e quella che ho studiato, non avrebbe mai mollato sui diritti dei lavoratori, sulla cultura, l'istruzione. Da quando sono piccola, e mi spiace, vedo solo banfate, le solite facce che danno aria alle solite bocche, e adesso che le hanno messe in un angolo, le facce e le bocche si sono fatte un bel lifting e dicono che siamo in pericolo, che loro hanno il rimedio... Il rimedio a loro stessi?». La ragazza ha centrato la questione: se si vede lo Stato come una azienda, e il CDA di quella azienda fa scelte errate, dilapida denaro e risorse, è difficile che i dipendenti diano corda a lungo al CDA. Alla prima occasione, gli faranno mancare la fiducia, e non si tratterà di ammutinamento, ma di pulizia interiore. Sarà un atto di prevenzione. Un atto populista? Sì, se con il termine si vuole intendere un gesto o un insieme di gesti promossi dal popolo, per il popolo stesso. Le élite di governo, le élite di intoccabili, al popolo hanno sempre dato rogne, e la storia insegna che il loro esercizio è stato deleterio per il bene della civiltà. Non ultima, quella che ha preso per mano il capitalismo e lo ha fatto divenire il dogma, l'abitudine, il pensiero unico.

Sgomenta assistere a questo imbarbarimento comunicativo che vive di riduzioni, di banali slogan e di diarree verbali sia a destra che a sinistra; lascia ancora più attoniti il vuoto dell'intellighenzia, o quella nicchia che si stima tale da sé (benché darsi titoli da soli non sia una garanzia della validità di essi), occupata a curare le relazioni che assicurano cattedre, spazi nelle redazioni e nei media di peso, nelle aree di influenza, ma nei fatti incapace di opporre una frizione senza allinearsi con i radical haters, da cui si distingue solo per le espressioni più fini, più morbide. Tranne che nella bolla dei social.
Hanno le stesse negligenze: i temi, gli scopi per i quali dibattere sono meschini, sovente più poveri di quelli della tanto odiata frangia populista. In primis perché sono intrisi di rancore, un rancore figlio del declino di uno Stato in cui si sono lasciati imporre il linguaggio del gran visir delle olgettine, colui che con i soldi ha acquistato tutto, mostrando che non solo tutto ma tutti, o quasi, sono in vendita. Colui, col denaro di proventi non si sa quanto leciti, ha prima dato vita a un impero; poi, per salvare la faccia sulla quale sedeva, è salito sui gradini più alti di Montecitorio facendo il simpaticone, dando a vedere che anche lui, o forse lui anzitutto, poteva, perché gli eruditi, i dotti, i geni, oggi, servono a legittimare gli ignoranti, e a comandare sono questi ultimi. Chi studia lo fa in un luogo di muffe, di polveri buone alle allergie, e i luoghi muffi sono tristi, grevi, noiosi, roba da sbadiglio: serve gente che sia piena di
febbre di fare, e il fare non è per i dotti. Quei dotti che si sono ri-dotti (cioè non due volte dotti ma dotti a metà, e pur di riuscire a far sentire la loro voce hanno mutilato il loro lessico e la sua sostanza) a un livello così basso da risultare ancora più esili, ancora più fragili nel peso dei pareri. E i loro portavoce, che da mattina a sera dicono «preparatevi alla legnata, alla tasse, al balzo dell'Iva, al duce, alla guerra civile, ad essere poveri come mai» rendono il più sicuro dei servizi a chi ne studia le parole e bada a smentirli di volta in volta, fino a ridurne la attendibilità a zero. E la gente che s'è segnata tutto non ha più voglia di fare melina, di spingere i ricordi sotto il tappeto, e se quelli che «noi, noi, noi siamo la soluzione, noi, noi, noi, che vi abbiamo messi in mutande, e poi diamo a carta straccia come Libero dei soldi per farsi trovare in edicola con titoli da nascondere tra due riviste porno, sennò poi c'è chi pensa male» non si fanno più megafono di temi seri, il solo consiglio che gli arriva dalla gente di cui dicono male, a cui si sentono superiori, è quello di essere ancora i cani da guardia degli incroci pericolosi per l'uomo, ma di aspettare il rosso per attraversarli.

* Le interviste sono state condotte in un lasso di tempo di otto mesi, al ritmo di circa 90-100 al giorno, in tutti gli ambiti e le estrazioni sociali, da sedici collaboratori del magazine. 
** Photo by Johnny Silvercloud, Haters (2016).