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Divanofili, Talent e Teletossici

Scritto da Valeria Gramegna.

Per Groucho Marx la tivù era molto educativa: appena uno la accendeva, lui andava in un'altra stanza a leggere un libro.

E oggi? Oggi, cari poltronizzati di Netflix, al cui confronto Bukowski sarebbe stato un modesto bevitore di Fanta davanti ai cartoon della Disney, vorrei scrivere una letterina a qualcuno di voi. Uno, però, che con due non reggerei l'urto degli stereotipi, pena il ricovero per intossicazione da tentativi di disintossicazione. E sono pronto al mea culpa, ché ci ho provato anch'io, lo confesso, a capire se beatificare il divano fino alle piaghe da decubito poteva essere la soluzione, ma non ce l'ho fatta. Mi sono arreso dopo aver intuito che non era la panacea, e neppure un lieve lenitivo. Era uno dei mali di cui poi non mi sarei liberato con facilità. E mica è il sermone di un salutista tutto jogging e cibi vegani, è che proprio ho toccato con mano, anzi, con un click, la beffa di uno strumento che vuole darci a bere la novità del giorno, del mese, del secolo, pur senza dare uno strappo alla regola antica e ormai borghese del cliché. In fondo quello serve: è ciò che la gente vuol vedere, e l'homo catodicus fugge dal diverso, da ciò che oggi è la minoranza, come un leghista o un tesserato del PD fuggono dal buon senso. Ad altre minorità sono fedeli, quei cervelloni. Eppure tra Sky, DAZN e pay per view di ogni tipo, pare che il partito dei divanofili sia al potere, un potere nel quale serial, film, kolossal sono tutti uguali.
Un paio di esempi, o forse qualcuno in più: alla protagonista femminile di una serie americana è per copione e per legge del cliché vietato fare mestieri diversi dalla poliziotta o l'analista dolente; ha una discreta serie di guai con l'alcol o con i farmaci, o con entrambi, ma risolvendo il caso arriverà alla radice dei traumi che la rendono infelice. Ed il protagonista maschile di una serie americana è anch'egli uno sbirro, al servizio di una bandiera di Stato o privata, in genere vive solo e male: con la ex moglie è finita per colpa sua, e il figlio adolescente non gli parla, o gli mette dei musi da cavallo per ogni minuzia. Risolvendo il caso uscirà dal suo isolamento e stabilirà di nuovo un contatto umano con qualcuno; e laddove si voglia far continuare la serie, con la ex.

In patria le cose non vanno meglio: prendiamo il personaggio omosessuale di un film italiano. Non importa la vicenda in cui egli è inserito, perché al centro di tutto ci sarà sempre il suo essere gay, non avendo lui altri pensieri. Se poi costui è legato ad un protagonista donna, causerà buffi equivoci basati sul fatto che non gli piace la topina. Altro animaloide da battaglia è il protagonista di una fiction Rai. Ha una bella famiglia, anche se ogni tanto una tempesta passeggera, nata da un malinteso, lo fa discutere con la moglie. Ma tranquilli: non lascerà che la mafia o la crisi si prendano la dignità del padre, del fratello. Superman? Macché, è un Beppe Fiorello, un Bova o un Garko da due soldi.
E l'adolescente di una fiction Rai? Vogliamo emarginarlo? Giammai: è pagato con soldi pubblici. Ed ecco che il young talent grazie ai consigli del nonno dà il primo bacio, ma a causa delle cattive compagnie si fa pure un tiro di spinello e risponde male alla madre. Confesserà a fine puntata, perché i genitori sono i suoi migliori amici.

Mi sto soffermando troppo sugli orrori nostrani, già, ma non di solo Netflix vive il teletossico. Quindi è il caso di prendere in esame anche la protagonista del film medio italiano: "Mio marito mi tradisce e i figli ah, non mi sopportano! Se litigo urlo, e fumo sigarette tremando tutta. Se mangio con te ti fisso risentita tutto il tempo. Un ragazzo più giovane mi farà innamorare, ricordandomi cosa vuole dire sentirsi desiderata. Il lavoro? Ce l'ho, sia chiaro, ma non per lo spettatore. Il lavoro è dato per ovvio, in senso lato... io, nella storia, mi occupo anema e core di fare sentire in colpa, a turno, tutti i personaggi: spio i loro cellulari, li aspetto sveglia se tornano ubriachi o gli annuncio che sono incinta mentre staranno per chiedere il divorzio. Che fantasia, vero? E cos'è quel muso, tu, sì, tu che stai leggendo credi di avere ingoiato roba diversa in questi anni? No, ti sei sciroppato tante come me, e ci hai pure fatto dei pianti da vitello, hai passato ore incollato al video per vedere come andava a finire".

Altro minestrone riscaldato ma perfetto, per quanto insapore, vede protagonista di una commedia italiana sui 40 anni, l'adorabile mascalzone che vive alla giornata e gioca alla play, si alza sempre in ordine e non lo vedi mai una volta fare la barba (tiene la pelle del viso come il culetto di un bimbo, lui) o sfatto, sul cesso, per le schifezze mangiate la sera prima. Insomma, questo fritto-misto di beltà e bastardaggine, con la fortuna in tasca, rischia di rovinare il matrimonio per un casino in cui l'ha ficcato un amico tonto, ma per fortuna alla fine capisce che è ora di crescere e si ravvede. Happy end, all'italica maniera. Elena Ferrante for dummies.
Nel campionario stivalesco è vietato scordare l’ispettore burbero e allergico all’autorità. Niente regole: lui fa a modo suo. La collega lo sbranerebbe con gli occhi ma non è tipo da matrimonio, e la sua ex lo sa bene. Tra un dilemmone edipico e un dardo di Cupido schivato all'ultimo, l'erede disagiato del Monnezza intuirà che la vittima, imprenditore indebitato, non si è certo suicidata.

Intanto, dall'altra parte dell'oceano, continuano a proliferare i nerd occhialuti, i cugini sfigati dei Simpson, o la bruttina multiruolo. Il ragazzo che le piace la ignora, la più carina della scuola la umilia di continuo. Lei, però, le lascia copiare l'esame di fine trimestre, e quando toglierà gli occhiali per andare al ballo sarà chiaro a tutto il college che bonazza è sempre stata. E le droghe? Ah, in America sono avanti, proprio per questo chi ha fatto due tiri di canna parla per ore con la bocca impastata, ha visioni che manco un sub in una vasca di LSD, non è in grado di ragionare. La sua fattanza causerà un macello: tra un qui pro quo e l'altro il deragliato rivelerà un segreto irrivelabile, ed alla fine rimarrà solo l'eco di un gigantesco Beautiful con i pistoloni di Commando. In sostanza: l'appiattimento mentale, il controllo tramite il cliché del desiderio, e l'avanzata delle armate del nuovo analfabetismo. Ci fosse almeno di che gioire per le capacità recitative; no, di quelle si sta cancellando anche la scuola, sostituita dal computer. Cioè da un altro arnese che agisce, scrive, pensa per tanti, con la pretesa di raggiungere tutti. 
Non bisogna togliere la trap music, ai giovani, ma l'ipnosi digitale. E fargli vedere qualche film con Daniel Day Lewis, la tecnica di Peter Falk e la recitazione di Eli Wallach ne Il buono, il brutto, il cattivo.