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L'Ulisse al Femminile e l'Arte di Goya

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Sii rapido in tutto fuorché nell’amore lo diceva già Epicuro, e ne aveva ben donde.

La medesima calma, il medesimo largo giro emotivo va preso e adottato in tutte le arti. E vivere è la più complessa di tutte. Tentare di comporre un’esistenza intera da un gran numero di frammenti sparsi, e sapersi destreggiare tra le parti dorate dal sole e quelle rischiarate dall’argento di un filo di luna ad abbellire un sentiero cupo, è una consolazione, un incantesimo: il passo si presta al caso e affianca lo stupore, che è forse la maniera più buona di mantenersi in vita. Avere pronta una scia da seguire per arrivare al cuore delle cose è l’aiuto che ci viene offerto dagli affetti, quando sono vuote la periferia del corpo e quella della ragione, e bisogna stabilire un ordine per consentire il moto e il respiro, in un concerto di intenti e di mancate soluzioni, di alternative valide a una chiusura capitata per una cattiva svista. Ogni cosa ha le giuste pause e armonie, come nella musica; lo stridio dei passi falsi coincide col bisogno di concentrazione e risolutezza che si ha pure con le note da cercare, da sospirare, e ascoltare come i discorsi pronunciati con animo aperto e fiducioso.  
La bellezza è una linfa vitale che si rivela all’essere umano in tante forme, e non sempre collima con l’esterno: viene da dentro quando non sa fermarsi alla sola evidenza dell’essere ma cerca altro, per una sorta di quieta rivoluzione. Avanti e indietro nel tempo delle proprie risorse, dei sogni e delle puntualità disattese: quelle tenute insieme da un filo troppo largo, intrecciato con le inclinazioni, i bisogni, le fantasie messe a tacere senza pentimento. Ciò che rimane indifeso, ferito da un dolore che può dirsi dello spirito più che della carne, deve trovare un incanto e un’espressione da indirizzare con urgenza e precisione, per non fare posto a nodi inestricabili; ed è a quel punto, che si torna alla bellezza: non di rado lo sforzo si traduce in una formula riuscita, che non rende vana l’esistenza. Sciogliere è il verbo necessario, quando si tratta di venire al mondo almeno una seconda volta, e non dal grembo materno ma dalla forza di chi intende esserci per davvero, con ogni decisione presa o mancata, e le debolezze sorte e insorte mille volte, a rallentare il cammino.
L’impresa risulta più armoniosa a chi ha un talento da usare e da allenare, come quello di Francesca Maria Villani: una piccola donna solo in termini di età, alla quale mi avvicino con alcune riflessioni in mente, legate anche al suo romanzo, pubblicato da Divergenze:
Goyescas percorre visioni soffici, allungate, pallide solo per contrasto coi colori vividi di un’interiorità preziosa e mutevole che appartiene alla giovane protagonista, come ai personaggi che le gravitano intorno, incontrati con intenzioni lievi e dolci, e mai con diffidenza.

Mi piacerebbe che raccontassi Goyescas a un bambino, poi a un amore, e infine a te stessa. Una voce per ogni soggetto, dall’opera in musica di Enrique Granados, all’opera scritta e tutta tua: scegli tu le ragioni, l’emotività, e il percorso che ti è più caro.
Procedo al contrario, inizio da me. Goyescas nasce per puro caso, con la sola voglia di raccontare delle storie che avevo immagazzinato nella memoria. La musica di Granados l'ho associata da subito alla mia terra, dalla prima volta in cui ho ascoltato la Ballata dell'Amore e della Morte e me ne sono innamorata. La struttura della suite, con i quadri musicali e il rimando ai dipinti di Goya ben si adattano, a mio parere, alla struttura frammentaria dello scritto. Ti confesso che ho tutt'ora difficoltà a rileggerlo, alcuni passi mi fanno male, forse perché sono veri.
Ma, c'è anche tutto quello che mi piace: De Chirico, la Sonata di Berg, Taranto, che ogni volta che arrivo al porto mi fa sentire a casa. Non riesco a descriverlo quel ponte di pietra illuminato, la sera, o il Castello Aragonese che ti compare di fronte dopo aver attraversato Piazza Garibaldi. Bisogna vederli ed arrendersi alla loro bellezza.
Con
Goyescas anche io mi sono arresa: ho scelto di mettermi a nudo, nella convinzione che solo così avrei potuto scrivere qualcosa di buono. Volevo che il lettore vedesse come Maria, attraverso il suo sguardo di ragazza giovane, con tutte le sue paure, fragilità, sogni, speranze e delusioni.
È il motivo per cui, ad un amore, non vorrei raccontarlo. Mi basterebbe regalargli Goyescas sapendo di dargli anche una piccola parte di me. Vorrei che mi riconoscesse e che cogliesse i tanti riferimenti contenuti negli aneddoti e nei tratti di alcuni personaggi: una continua sorpresa, un rimando a momenti di complicità e a conversazioni avute in momenti speciali, con la consapevolezza di regalargli un sorriso o strappargli una risata, di quelle profonde che fanno bene anche solo a sentirle.
Ad un bambino invece direi che Goyescas è una fiaba in un territorio meraviglioso che egli stesso può visitare, perché a portata di mano. Tutti del resto raccontano storie nel mio libro: lo fanno gli anziani, lo fa Maria, quando parla a Cristina, e lo fa ’Ntunedda. Goyescas del resto è nato grazie a pomeriggi di primavera intorno ad un tavolo, che si sono trasformati in serate, col contributo di Angela, e di chi per qualche minuto si è unito a raccontare un episodio, un ricordo, un evento felice.

Note e parole sono i rintocchi delle ore che ci sono date: sanno creare legami profondi con le immagini, che arrivano agli occhi e scivolano, rapide, nel ricordo. Raccontare episodi di vita è come vivere mille volte un istante, e ricavare dai silenzi e dagli sguardi di intesa, un giaciglio comodo per chi vorrà restare ad ascoltare.
Schönberg, riferendosi ai suoi dipinti, affermava: «Io non ho mai visto volti, ma, nel momento in cui ho guardato gli uomini negli occhi, ho colto soltanto i loro sguardi. Per questa ragione sono in grado di dipingere lo sguardo di un uomo. Un pittore coglie con uno sguardo l'uomo nella sua interezza. Io invece solo l'anima». Si deve anche a questa “sottrazione”, il pudore di chi guarda l’interlocutore solo di sfuggita? E qual è lo sguardo che riservi in questo momento alle cose del mondo?
La prima volta che ho ascoltato Verklärte Nacht di Schönberg sono rimasta intrappolata dal dramma del testo e dalla trasfigurazione ottenuta con la musica. Ricordo che il video dell'esecuzione diretta da Boulez aveva in copertina il suo dipinto Sguardo rosso, forse uno dei più famosi.
È molto interessante la sua affermazione: fa pensare ai manichini di De Chirico e a come, pur non avendo un volto, trasudino umanità da ogni loro elemento. Magari ha operato anche lui per sottrazione, e liberandosi della canonica raffigurazione ha dipinto l'amore, la solitudine, il pensiero, la sofferenza. Non so risponderti alla prima domanda, perché la presenza di un interlocutore presuppone che ci sia un dialogo, e se stiamo parlando mantengo il contatto visivo quasi sempre. I miei occhi – e la mia mente – sono avidi di dettagli, e anche adesso che non ti vedo, e non conosco il tuo volto, posso immaginarlo e ti cerco nelle righe che precedono la domanda. Non riesco insomma ad avere uno sguardo che sia realmente di sfuggita. L'idea di Schönberg è, del resto, di sola apparente semplicità. Questo cogliere l'anima, di cui parla come se fosse un dettaglio è invece il tutto, come se godesse, in quanto artista, di una visuale perfetta dall'alto. In fondo è suo compito ascoltare il reale, assorbire sfaccettature ed enigmi e trasformarle in arte, rendendole decriptate per chi le vede, o le ascolta, o le legge. È il motivo per cui sfogliando un romanzo o perdendosi nei versi di una poesia scopriamo cose di noi stessi che non conoscevamo ed una musica può commuoverci o suscitare il riso.
Per quanto mi riguarda guardo il mondo con gli occhi di una ragazza che ha compiuto vent'anni da pochissimi giorni, con tutto l'entusiasmo e la gioia di vivere di chi si aspetta tanto dal futuro e ha sogni e mille pensieri che le frullano nella testa e nessuna voglia di accontentarsi (pure accompagnata da un pizzico di superstizione, ché il cornetto dal bracciale non lo stacco mica).

Ascoltavo proprio Verklärte Nacht. E leggere che sei finita lì pure tu col pensiero, mi ha convinta a restare ancora un po’ in quel mondo che stride e riluce, vibra, basso, mette un nodo in gola e sferra colpi inattesi. È tutto una ferita, ed ha la forza delle fragilità che bisogna chiamare per nome, e che annientano davvero solo se le si affianca alla vergogna: alcune opere scoperchiano l’anima e la lasciano lì, attonita e felice, viva da fare quasi male, ed è così che si ha la prova dell’esistenza di certe alchimie. Esistono, bisogna cedervi. Praticarle è cosa per pochi eletti.
Cosa provasse Schönberg con le sue note e i suoi colori sferzanti, si può solo intuire, interpretare. Una certezza non l’avremo mai, ed è bello sia così: una parte del tutto rimane inesplorata, esclusiva; ma quell’onda, quel movimento, può arrivare ovunque.
La musica è dunque un linguaggio universale? Tu chi sei quando la incontri, e sei mai stata altro da te, usandola?
Sì, certo, la musica è un linguaggio universale e forse, ma in questo sono un po' di parte, è la più completa tra le arti. Padroneggia il mondo dei suoni, ma si appropria anche delle immagini, dei colori e delle parole. Non mi riferisco appena al testo, Verklärte Nacht ad esempio è musica a programma, eppure è tale la bellezza che quasi ce ne si dimentica, così come l'opera vive dei versi dei poeti e tuttavia, il preludio strumentale del Simon Boccanegra ha già in sé il mare (e Venezia, e il dramma del corsaro) e via dicendo. I suoni alle volte possono parlare. Chi sono quando incontro la musica? Semplicemente me stessa, magari con lo sguardo un po' più trasognato, o con i capelli più spettinati, ma sono sempre me stessa. Anzi, tante volte soprattutto durante i concerti, emerge maggiormente il mio lato buffo. 
Se fossi altro da me, del resto, non riuscirei a suonare una nota. Non sono io ad usare la musica: potrei dirti che è il modo con cui parlo quando non riesco a farlo, che è il sottofondo delle mie letture e chissà che altro, ma non sarebbe vero. Almeno, per me non funziona: se sono nervosa, triste o eccessivamente allegra non riesco a suonare bene, né tantomeno ad ascoltare. Ho bisogno di sentire quello che il pezzo richiede in quel momento e sono io a dovermi adattare col pensiero e con l'atteggiamento. Un Maestro, mi ha detto giusto pochi mesi fa, che ci vuole grande umiltà per suonare, oltre che spirito di sacrificio e sono d'accordo. La sonata di Berg, ad esempio, è un pezzo meraviglioso: è sensuale, disperato, in certi momenti è come se il tempo si annullasse.
A volte mi capita di immaginare, poco prima del ritornello un pendolo sospeso nello spazio. E poi, ha in sé una sfida: quella contro l'atonalità, che sembra accettare e in realtà non accetta, perché il compositore rimane nella tonalità, oppure quella di uomo che ricorda il passato di un amore e vorrebbe riportarlo in vita ma non ci riesce. Insomma quello che preferisci. Ma per ritornare alla tua domanda, certo, ci sono io, nella mia forma più vera, al punto che chiunque può sentire quello che provo, (o non ci sarebbe differenza con una macchina) ma sempre in rapporto a qualcosa che mi trascende, di cui avverto il senso, ma mai completamente riesco ad afferrarlo.

Ora ascolto la Sonata per pianoforte n. 2 di Skrjabin, per provare a dirti cose un poco più precise e morbide, sparse fra le righe; proprio perché come dici tu, i suoni alle volte possono parlare. Lo fanno anche con me che mi intendo di nulla. Però ascoltare con smisurata ammirazione mi riesce bene: di Skrjabin conservo le evoluzioni, l’intensità che muta col sentire di tempesta o di calma placida, assorta, piena di nostalgie o di sguardi allungati e persi in un orizzonte scelto. Poi trovo i movimenti del tuo Goyescas: ciò che racconti e il modo in cui lo fai, ha un’impronta simile a quelle note; ed è sempre intensa, coraggiosa e profonda. Non si ripete mai. Tra le note trovo anche la tenerezza già appresa nella figura di una nonna che compare con un tratto denso e carezzevole, nelle tue pagine. Una donna dai confini dolci e netti, pure nell’assenza. Lei che «utilizzava perfino le carte delle uova di cioccolata, con cui creava addobbi simili agli origami». Potessi cucire un brano addosso a ogni tuo personaggio, o solo a quelli che ti sono più cari, quale sarebbe? E perché? 
La composizione non è il mio forte, quindi direi che l'abito musicale va cercato tra i capolavori dei grandi Autori. Credo di essere affezionata a quasi tutti i miei personaggi,anche a quelli che vengono fuori dalle storie di altri, che appartengono ad altri anni, ma che inevitabilmente ho dovuto colorare con la mia fantasia per poter descrivere. 
Dunque, serve qualcosa di multiforme e di vario: una suite di pezzi, come Goyescas stessa potrebbe starci bene, ma forse qualcosa come i preludi di Skrjabin sarebbe più adatto: schizzi, a volte appena accennati, dai tratti spesso onirici, altre volte completamente folli, mescolate a sezioni più malinconiche, cercando di cogliere più sfaccettature possibili di uno scritto che altro non è che un insieme di piccoli quadri di vita quotidiana.

Sono quadri di una vita quotidiana che si sporge verso il Sud, si struttura lì, trova in quei territori una radice profonda e un'uguale ispirazione. Le mie origini s'allacciano proprio al Sud: sono nata in Sicilia, dove si dice “cuntàri”, quando si intende raccontare. Cùntami qualcosa anche tu, sulla scia di Goyescas: una particolare usanza o una leggendache narra dei luoghi che ti sono familiari.
Ah, ma cuntàre è tipico anche del mio dialetto! Mancano due tradizioni di stampo tipicamente religioso in Goyescas, una è legata alle feste, appena passate, l'altra alla Pasqua. Il periodo natalizio a Taranto si apre con largo anticipo, il 22 novembre,con la festa di Santa Cecilia, patrona a me cara doppiamente, come musicista e come bambina che aspetta la sua data per mangiare le pettole (Pasta fritta, che qualcuno fa anche in variante dolce, tanto il fritto è buono sempre, con buona pace della dieta). Ed è bellissimo godersi per quasi due mesi le luminarie, i presepi, i concerti... insomma, una meraviglia. 
L'altra tradizione riguarda la processione dei Misteri, che a Taranto dura tre giorni. Inizia la notte del giovedì Santo, con la processione dell'Addolorata, per portare la statua dalla città Vecchia alla Chiesa del Carmine che è al centro. Prosegue (finalmente completa) dalle 15:00 del pomeriggio del venerdì fino alla mattina del sabato, stavolta ininterrottamente. Uno dei momenti più toccanti è quando il troccolante (il perdono che porta la troccola, uno strumento fatto con dei sonagli che annuncia l'arrivo dei perdoni) bussa col bastone alla porta della Chiesa. Di solito è stanchissimo e qualcuno, tra i portatori di statue (gli unici col viso scoperto), piange, non si sa se per la fatica o perché il momento magico che ha aspettato per un anno sta giungendo al termine. Tutti i perdoni indossano un cappuccio con due forellini minuscoli per gli occhi e hanno i piedi scalzi: attraversano tutta la città dondolando lentamente, stretti due a due, tra una statua e l'altra, accompagnati da bande diverse. E poi le statue di Gesù Morto e dell'Addolorata sono le più antiche e le più belle: si dice che quella della Madonna cambi espressione a seconda della luce che la colpisce. C'è chi fa la fila dalla mattina per seguire la processione, accalcandosi vicino alle transenne e per fortuna ci sono sempre tanti ragazzi giovani, assieme agli adulti: la certezza che la tradizione rimarrà viva per ancora tanto tempo.

Rispolverando tradizioni e ninnoli di famiglia, in Goyescas scrivi: «In un angolo della sala, dietro alcuni quadri naif e vecchie stampe d’epoca, c’è anche una bambola. Somiglia in maniera piuttosto inquietante alla seconda figlia di nonna. Mia madre e sua sorella, poco più grande, non hanno mai avuto giocattoli. Solo una bambola conservata tutt’ora, che veniva tolta dalla scatola il giorno dell’Epifania, e rimessa dentro il sette di gennaio».
Di bambole si potrebbe parlare all’infinito, solo passando per il tocco grottesco di Hans Bellmer con la sua idea del corpo e della parola da dover scomporre e ricomporre nelle forme più improbabili, pur di generare comprensione. Oppure leggendo di Vassilissa, che sente dire dalla madre morente: «Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio. Sono le mie ultime parole, bambina mia. Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda alla bambola che fare, e sarai assistita». La bambola somiglia proprio alla piccola: ha la sua stessa forma, e tutto l’intuito che dovrà imparare per affrontare una Baba Jaga con le maniere arcigne e sornione della strega Yubaba di Miyazaki. Conservi ancora bambole o storie di bambole in pizzi e merletti, o naftalina e sortilegi, nella tua memoria di figlia e di nipote?
Vero, anche le marionette hanno sempre affascinato la mente degli scrittori: mi son venuti in mente due racconti, uno di Kleist (Sul teatro di marionette) e uno di Hoffmann. (Le curiose pene di un capocomico). In entrambi la figura della marionetta corrisponde alla perfezione, messa in rapporto con l'imperfezione umana, che ha però, dalla sua parte, la vita. Soprattutto quello di Kleist ("lo spirito non può sbagliare, laddove non esiste", citandolo) rasenta il surreale. In ogni caso, per tornare alla tua domanda, no, non ho mai amato le bambole. Anzi, le poche che ci sono in casa appartengono a mamma, ricordi di infanzia o elementi da collezione. Ho alcuni pupazzi a cui sono affezionata, ormai conservati in chissà quali scatoloni: tre con i quali dormivo da piccina, distrutti dai mille lavaggi in lavatrice. Soltanto una volta, ero anche abbastanza grande, ho chiesto una Barbie in regalo, ma unicamente perché mi piaceva l'abito lungo di velluto rosso; per il resto, mi sono sempre circondata di libri e di quelli sì, ce ne sono tanti con racconti di bambole e giocattoli niente male.  
Sortilegi? Certo, sono meridionale e quindi superstiziosa: se vedo del pane rovesciato sul tavolo non posso fare a meno di posarlo nel verso giusto, e proprio ieri ho scoperto che la borsa poggiata sul letto porta male. Meglio toglierla no? E poi porto sempre dei ninnoli che mi ricordano chi mi vuol bene: mi bastano per ricordare il loro affetto, reale amuleto contro la scalogna. Altro che bambola di Vassilissa.

Esiste una versione del Valse Sentimentale di Čajkovskij, che appartiene a Clara Rockmore: a lei che sembrava suonasse l’aria con il Theremin, e che metteva nelle espressioni, nei gesti, tutto il peso di un vissuto che a volte gravava sull’anima e sulle ossa in senso letterale; il nuovo strumento le permise di esplorare ancora le sue doti, dopo che fu costretta ad abbandonare il violino che tanto amava a causa di una malattia. Il violino, poi, mi porta con la mente a Guido Rimonda, e al suo Stradivari Leclair del 1721. Il nome viene proprio dal compositore Jean-Marie Leclair, che aveva un carattere fiero e schivo, forte quanto la sua vocazione per la musica. L’artista visse e morì assassinato nella sua casa al Quartier du Temple di Parigi. Non si sa il nome dell’omicida con certezza, ma la leggenda muove passi svelti, si sa: si dice che in punto di morte strinse il suo strumento un’ultima volta non lasciandolo mai, neppure oltre la vita. Le violon noir, lo chiamano i francesi, perché reca ancora la forma di quella mano. Era un modo di vivere la musica totalizzante, a tratti estremo, quello di alcuni musicisti. Ma la musica godeva di una dimensione diversa, negli anni passati. Quale spazio riserveresti a quella attuale? E dovessi scegliere, che cosa salveresti? 
Non conoscevo la versione col Theremin del Valse sentimentale della Rockmore. Grazie, mai sentito in maniera così drammatica: mi viene da pensare che se una farfalla avesse coscienza di vivere pochi giorni appena, canterebbe in quella maniera, con la stessa grazia e disperazione. Tornando a noi, quando sono in macchina ascolto tutti i generi che passano alla radio, ma sempre in maniera molto distratta. La metà delle volte finisco per metter su un cd di quelli che lascio sparsi nell'abitacolo: ho la Cavalleria Rusticana, dei Trii di Dvorak, delle sonate di Beethoven e De Andrè, o Dalla. Insomma, i miei gusti musicali ruotano intorno ai grandi cantautori italiani degli anni '70 e '80 e alla musica classica in tutte le sue sfaccettature. Sto iniziando ad ascoltare un po' di blues, qualcosa di jazz, ma raramente. Non so dirti che ruolo spazio abbia la musica attuale, perché non mi appartiene, semplicemente. A volte ho l'impressione che tra i giovani sia usata per stordirsi, per essere altro da sé. Concepisco la musica in maniera alquanto diversa: un modo per riflettere, per pensare maggiormente: è tensione, non relax. Che cosa salverei? Proprio perché ascolto distrattamente non saprei dirtelo con precisione: sicuramente sono ostile al rap/neomelodico/hit estiva, o canzone americana che ripete la stessa parola in loop per quattro minuti. Ascolto volentieri Gazzé: il cd fatto con Fabi e Silvestri (Il padrone della festa) mi piace molto, alcune canzoni hanno dei bei testi, L'amore non esiste o Il dio delle piccole cose. E poi lui è un musicista, credo di apprezzarlo soprattutto per questo. Se vuoi considerare lui attuale e non già della vecchia guardia...