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Da Bel-régard a Filigaria

Scritto da Saverio Stella.

Erano i giorni dei feudi, quando uomini e paesi passavano di mano in mano, e non di rado per le armi.

Tempi bui, li chiamano oggi, ma per qualcuno gioiosi, “zoiosi”, come nel 1377 Gian Galeazzo Visconti nomina il castello locale, Bel-zoiosus, in cui ama soggiornare per lunghi periodi. L’amenità del luogo e le delizie dei suoi nobili boschi di cerri, ricchi di cinghiali e di selvaggina molto pregiata, ne fanno uno dei rifugi prediletti dello sposo di Isabella di Valois, che in origine lo chiama Bel-regardum. Oggi è un paesone che si è attribuito il titolo di città per vanterie politiche da guitti, benché sia facile distinguere il gioiello dalla bigiotteria, e soffoca tra gli agguati della diossina e gli scarichi delle auto di pidocchi a quattro ruote, ma ha un posto di rilievo nella Storia. Indizi e tracce ve ne sono ancora. Qualcuna riesce, pure se a fatica, a sopravvivere alle insidie delle ecomafie e degli incapaci sulle poltrone di peso. Del resto l’uomo è solo uno dei figli che il tempo deve crescere e formare: anche i monumenti e le opere d’arte ne assorbono la forza perdendo la propria integrità, subendo una corrosione che lentamente ne corrode anche la memoria. Sta all’uomo impegnarsi per trasformare in valore ciò che il tempo pare distruggere e capire che l’antico è più prezioso e per questo più fragile. Non può, l’uomo, dimenticarsi delle sue opere sorelle, lasciare che l’edera le inglobi sotto l’oscurità delle sue foglie: deve agire, strappare le erbacce che le soffocano, accudirle come eterni bambini. Anche il castello di Belgioioso, segno inequivocabile di quella gloria, mostra i segni della solitudine e piange lacrime di polvere e d’intonaco. Eppure tenta da secoli di non fare sciupare la sua bellezza. Riprendersi la propria storia non significa fare guerra per imporre la propria verità, ma rendere viva la verità più remota, quella che permane e resiste come tra le mura di un castello.

Il tempo è una barca senza vele,
cavalca naufragi involontari e bonacce precarie
tra una rivolta e l’altra. È una musica
educata al fragore dei silenzi
la cui melodia nasconde
l’ombra delle domande sui nostri segreti.

Il tempo è una scia
al di là della polvere, conta
i granelli di sabbia cadere
nei vicoli illuminati dalle ombre,
dove i ricordi sono anelli
che hanno smarrito le dita.

Bel-régard, dal francese “bella vista”, o “belvedere”, piace al casato dei Visconti, così come piace pure zoiosus, che è la latinizzazione di joyeux, o del volgare cancelleresco “zoioso”. Sul terreno dove viene eretto il castello sorgeva già allora un villaggio, un pagus, un gruppetto di case rurali riunite attorno a uno spiazzo, e la leggenda – con tutti i limiti della vox populi, pur se suffragata da una nota del Giani ed altri studiosi – vuole che qui si sia consumata la celebre battaglia tra Annibale e Scipione. Nulla di certo. È sicuro, di contro, che a Filigaria, cioè l’attuale Filighera, a soli seicento metri da Belgioioso, oggetto di un recente e demenziale tentativo di fusione col centro più grande (naufragato a furor di popolo), passava un’arteria romana di grande rilievo, così come risulta dai reperti: anfore, urne, tombe e vasi del tardo periodo imperiale sono affiorati nel corso dei secoli, fino a quando l’odierna bulimia edilizia e la complicità di amministrazioni più interessate a fare cassa che a fare cultura, lo ha permesso. È noto, infatti, che le necropoli romane sorgevano ai lati delle arterie consolari e imperiali, e da Filighera passava la via che conduce da Pavia a Cremona a poca distanza dal Po.

Due sono i misteri locali che le ricerche non hanno potuto svelare. Il primo riguarda Belgioioso: un elenco dei luoghi del comitato di Pavia, redatto nella prima metà del XV secolo, ricorda il “locus turris presbyteriorum sive zoioxe”, ma della Torre dei Preti non esiste più alcuna traccia. Il secondo ha a che fare con la remota Filigaria. In origine era una villa romana, con potestà su tutti gli altri concessionari della zona. L’ingresso da sud era possibile, e lo è tuttora, solo da un portale coronato da un frontale ricurvo, modanato in modo elegante, che raccorda due potenti mastii di pianta circolare e di impronta difensiva: sono i corpi avanzati di un fortilizio ben munito e andato distrutto nel medioevo, durante le lotte tra i Comuni lombardi. Su entrambi i mastii si notano numerose feritoie. Sotto il frontone della porta di accesso al paese c’è ancora lo stemma nobiliare dei Barbiano di Belgioioso, oramai illeggibile.
La presenza di un edificio lungo e di aspetto assai robusto, parallelo alla strada che entra dal portale, fa intuire l’antico apparato munito, perduto e non più recuperato, insieme a tutti i suoi segreti.


A Filighera il turista curioso di luoghi non ancora travolti dal degrado del cemento, sia di angoli dove il passato si esprime con più forza, può guardare con interesse: ha due riferimenti d’immagine secolari. Il portale ad arco coi finti baluardi ai fianchi e la piastra per lo stemma nobiliare, fatto costruire dal principe Alberico XII, conte e signore del luogo e principe del Sacro Romano Impero; e la “Bèla Ridón”, un volto di fanciulla – graziosa e sorridente – dipinto nell’epistilio nord della cella campanaria della chiesa. Si è fantasticato molto su quel volto leggiadro, e in modo particolare attorno a due supposizioni. La prima, di origine sacra, è che il dipinto guardi verso nord (per la precisione ovest-nord ovest) perché la religione cristiana associa l’est alla luce, il sud al calore, l’ovest al piacere inquinatore e il nord al regno dell’aquila.

Così l’ovest, orizzonte delle tenebre, viene esorcizzato dallo sguardo di colei che incarna l’aquila, che oltre ad essere un attributo di Giovanni evangelista, è anche una figura del battesimo. La teoria, però, non è supportata da un elemento chiave: l’aureola poligonale. Nel dipinto, manca. La fede quindi c’entra ben poco, e la “Bèla Ridón” si rivela dunque un esercizio artistico e di folklore tipico delle comunità paesane del Medioevo, dove lo status symbol era dato dalle chiese, allora centri propulsivi della cultura e delle attività sociali. Il volto della giovane, infatti, oltre a figurare sul campanile più alto della zona – 42,60 metri – è teso in direzione di Albuzzano, il vicino borgo rivale, e dà le spalle o ignora gli altri, indegni di rivaleggiare. La giocondità del sorriso, insomma, sarebbe un bonario sfottò, e insieme un segno di veglia sulla pace e la serenità dei luoghi. Non a caso, gli abitanti di Filighera sono detti i “bèi ridón”, da sempre con tono più benigno che canzonatorio.



Sources:
* Collettivo K, Senza Misura, 26 aprile 2018, Fiorenzuola. 
* Mario Merlo, Castelli, Case-forti, rocche, torri della provincia di Pavia, vol. I.